mercoledì 1 giugno 2016

appunti

    Io 'sto periodo mi sento molto viviamo-in-un-mondo-di-storie-che-cominciano-e-non-finiscono (che credo sia una frase di Calvino).
    Nel senso che c'ho mille robe iniziate ma manca sempre qualcosa (la lucidità, la cattiveria, un bicchiere di vino) per convincermi a chiuderle con un fiocco e postarle.




    Penso che il modo più onesto di abitare un periodo viviamo-in-un-mondo-di-storie-che-cominciano-e-non-finiscono sarebbe tacere. Invece il modo più divertente credo sia iniziare a caricare sul blog, qua e là, anche appunti e frammenti: microracconti, spunti, titoli, frasi che suonano bene...
    Alcuni riguarderanno Parigi, alcuni mi riguarderanno, alcuni riguarderanno questo erasmus per adulti che continua a sembrarmi la mia vita da quando ho finito di fare l'erasmus quello vero.
    Poi – ci scommetto – succederà che certi frammenti inizieranno a girare nell'aria, a rimbalzarmi nelle orecchie, a incollarsi fastidiosamente tra di loro e li ritroveremo presto o tardi dentro qualche racconto e qualche arrondissement. Invece tutti gli altri resteranno frammenti e basta.

lunedì 16 maggio 2016

101 cose che avrei potuto fare in sardegna
(se solo avessi noleggiato un'auto)

nota del 16/05/2016:    
Ho iniziato a scrivere questo pezzo "sardo" ormai nove mesi fa, come summer edition post di
questo blog altrimenti parigino. L'idea era di farlo crescere in tempo reale online, aggiornando il post ogni volta che tornavo a metterci mano: stesura per stesura, correzione per correzione. L'ho fatto in maniera piuttosto discontinua, ahimè, ma, per quanto un testo possa dirsi finito, oggi questo testo diciamolo finito. 




    Sei partito talmente presto che, quando atterri, è ancora appena poco più che l'alba. In aereo non hai dormito. Hai preferito costringerti a un caffè prima della partenza e violentarti in volo con una guida della Sardegna, di cui tuttavia sapevi e continui a sapere molto poco. Preghi, come tutte le volte che scendi da un aereo, che ad attenderti ci sia un tunnel che ti conduce direttamente in aeroporto, e non un affollatissimo pulmino che partirà soltanto quando sarà ancora più affollato, o al contrario un attimo prima che tu salga, costringendoti ad aspettarne un secondo. Stavolta le tue preghiere sono esaudite: alla fine del tunnel, c'è l'aeroporto di Olbia. Non hai bagagli da recuperare e quindi ti dirigi rapido verso l'uscita. Sei concentratissimo. Non sai esattamente cosa fare di questa giornata, ma di sicuro sei già entrato nella modalità viaggio in solitaria, e questa modalità non prevede perdite di tempo, se non ben formalizzate e opportunamente giustificate; quindi individui l'insegna dell'autobus, tra le varie insegne, e la segui deciso. Sulle banchine dove fermano gli autobus, non siete in molti. Ci sei tu, c'è una ragazza più giovane di te, c'è una madre con due bambini. Indovini la direzione del mare anche se il mare non si vede; è un fiuto che hai sviluppato d'estate, da bambino. Da una parte, c'è una fila di taxi sproporzionata alla grandezza dell'aeroporto. Da un'altra, un fiume di gente, dentro il quale riconosci almeno tre quarti dei passeggeri del tuo stesso volo, che si dirige verso una porta scorrevole. Sul cartello sopra la porta, c'è scritto: Noleggio auto / Rent a car.

    Se solo avessi noleggiato un'auto, l'escursione sulla Costa Smeralda potrebbe coprire qualche caletta in più. A leggere la guida, ti sembra di aver capito che non c'è molto da fare o vedere a Porto Cervo, a meno di avere abbastanza soldi e una nottata libera. Però – ti ha detto un simpatico tipo sardo, la sera prima, a cena – andare a Porto Cervo, ogni tanto, è importante: serve a tenere vivo e vigile il desiderio di lotta di classe.
    Tu ci arrivi in autobus che è mattina presto. Insieme a te, scendono una coppia di piemontesi (credi) e una famiglia di tedeschi (credi). In giro, non c'è quasi nessuno. Delle poche persone che vedi (uomini ben vestiti, donne poco vestite), fai fatica a dire se siano già sveglie o ancora sveglie. Sembra un piccolo centro commerciale all'aperto, con vista sul mare. Tutto suona finto e un po' texano. La cosa più vera che trovi è un minuscolo Pam aperto. La cosa più proletaria che fai è mangiare focaccia e prosciutto, appoggiato a un muretto, che probabilmente è abituato ad ospitare sederi diversi. (La sera dopo, potrai raccontarlo al tipo sardo simpatico della sera prima. Lui ti schiaccerà un cinque molto yankee e nel farlo ti dirà in sardo stretto: "non t'arruoles".)
    Quindi torni rapido verso la fermata, ad aspettare l'autobus successivo. Perché la Sardegna, sì, si può girarla in autobus, ma bisogna essere estremamente motivati, pazienti e puntuali.
La sosta successiva è a Capriccioli. Turistica e bellissima. Oppure: turistica ma bellissima. Oppure: turistica perché bellissima. Il mare ha davvero gli stessi colori che nelle foto della guida. La spiaggia è affollata ma se lo merita.
    Infine, sulla via del ritorno, Baia Sardinia. Dove passeggi a lungo sugli scogli per testare il ginocchio, cui vorresti chiedere il permesso per un po' di hiking nei giorni a venire. E dove ti concedi un gelato in coppetta, gusti fragola e melone.

    A cena, siedi di fronte a uno della giuria che ti fa i complimenti e ti dice che usi bene prolessi e analessi e che hai trovato proprio una bella metafora. Lo ringrazi. Gli dici quanto ti fa effetto che ti parli così: quanto ti fa sentire uno scrittore. Lui dice che dice davvero. Tu lo ringrazi di nuovo e sorridi. E – tralasciando il fatto che non sei così sicuro di sapere cosa sia un'analessi – dentro di te muori, sinceramente, dalla voglia di chiedergli quale sia la metafora. Perché se davvero c'è una metafora dentro, sarebbe bello capire come c'è finita. Perché se davvero c'è una metafora dentro, non ce l'hai messa tu. Hai sempre odiato le metafore e hai sempre odiato le allegorie (del resto, mai capita la differenza). Ti è sempre sembrata roba da tema del liceo.
    – Quanto ti fermi?
    – A Tempio, solo domani. Però resto una settimana in Sardegna.
    – Ah, e dove vai?
    – Non so di preciso... Tra una settimana devo essere a Cagliari, perché ho un biglietto per un concerto della Mannoia, e comunque riparto da lì. Penso di scendere lentamente e girare un po'.
    – Sei in macchina?
    – No. Andrò in autobus.
    – Buona fortuna.

    Se solo avessi noleggiato un'auto, a Bosa arriveresti di mattina e non nel primo pomeriggio.
Invece è successo che sei partito all'alba in tutta fretta senza fare colazione, hai fatto una sosta a Sassari, hai preso il primo e unico treno del tuo viaggio, hai passeggiato un po' per il centro di Alghero con lo zainone in spalla, hai mangiato un qualche tipo di pane carasau e finalmente sei rimontato in autobus e adesso arrivi a Bosa.
    Entri in un bar, proprio nel parcheggio in cui ti ha lasciato l'autobus, e ti fai servire un'Ichnusa gelata, che mandi giù rapidamente mentre il televisore passa le immagini di un Inter-Milan estivo, giocato in qualche posto dell'estremo Oriente. Non te ne frega nulla della partita, e non avevi troppa voglia della birra. Ma hai un piano. Scambi due battute col barista, vai in bagno, torni al tuo posto e aspetti la fine del primo tempo. Nel pagare, chiedi qualche informazione sulla strada per il castello e
– eccolo, il piano – se per caso puoi lasciare lo zaino nel bar e recuperarlo qualche ora più tardi.
    La giornata è splendida. Bosa ha le case colorate come Portofino e, a rifletterne i colori sull'acqua, un fiume anziché il mare. La strada per il castello è ovviamente in salita. Ti fermi un attimo a rifiatare. Su un cassonetto dei rifiuti, noti un adesivo che recita "non t'arruoles", sopra l'immancabile immagine dei quattro mori. Sorridi e fotografi.





    I viaggi hanno un paio di cose in comune coi capodanni. La prima è che sembra ci si debba divertire per forza (ma di questa fissazione, sei riuscito a liberarti subito dopo i diciott'anni). La seconda è che ti viene da far bilanci. Per esempio, mentre calpesti la sabbia di Cala Sisine, se non ricordi male, o comunque mentre calpesti qualche altra sabbia, pensi che arrivato a trentacinque anni uno ha proprio il dovere, di montarsi la testa. Se no, non vedi quando.
    – E come pensi di scriverlo?
    – Vorrei scriverlo usando il tu. Come se mi parlassi, come se mi guardassi da fuori.
    – Ambizioso.
    – Vorrei avesse la velocità del primo Brizzi, la follia dell'ultimo Nori e la saggezza di tutti i Tabucchi.
    – Buona fortuna.

    Se solo avessi noleggiato un'auto, non avresti bisogno di passare una notte a Nuoro. Invece, una rapida occhiata a orari e mappe ti ha fatto capire che Nuoro non avrà nulla di turisticamente rilevante, ma è in una posizione assolutamente strategica nella geografia dell'ARST.
    Ci arrivi che è sera. Ne approfitti per fermarti in un ristorante consigliato da TripAdvisor e regalarti la prima cena vera da quando sei partito. Il posto si chiama il Rifugio e, con una minuscola prolessi, posso anticiparti che mangerai benissimo. Non ci sono molti turisti (da turista che non vuole ammettere di esserlo, la cosa ti fa piacere), la sala ha i colori e gli odori giusti e il cameriere è gentile e ti spiega con cura piatti, tempi e tradizioni. Non è di quelli che tentano vistosamente di pilotare le scelte del cliente. Non è di quelli che ti nominano dieci opzioni ma, di fatto, hanno già deciso loro cosa mangerai – come in certi quiz televisivi finti, in cui il presentatore fa l'occhiolino sulla risposta giusta oppure la enfatizza pateticamente con la voce. Tu, alla fine, opterai per un per niente estivo piatto di pecora bollita, accompagnato a un per niente rinfrescante Vermentino DOC.
    Nel tavolo di fronte al tuo, c'è un gruppo di ragazze isolane. Capisci che sono isolane, definitivamente, dall'accento; ma lo intuisci, prima ancora che parlino, da un loro modo un po' selvatico e selvaggio di sedere e guardare le cose. È un atteggiamento che avevi notato, simile, nelle donne portoghesi, quando eri in Portogallo e guardavi donne portoghesi. Però – ti viene da concludere – le donne portoghesi sono leggermente più selvagge e leggermente meno belle. E invece – ti viene da osservare, a margine, osservandole –, le donne sarde hanno una componente di mistero, sì, ma che però non fa paura; e un modo sfrontato di esibirla e parlarti; e poi sono le vere professioniste degli occhiali con montatura nera (se siete curiosi e vi piacciono le donne e vi piace il genere, la Sardegna è il posto per voi).

    Capisci di stare invecchiando da piccoli gesti o desideri, che prima non compievi o non conoscevi. Non dai problemi al ginocchio, non dai capelli bianchi, non dall'affanno quando fai le scale, non dal pensiero inaspettato di metter su famiglia. No. Capisci di stare invecchiando, ad esempio, quando alla domanda del gelataio ti sorprendi a rispondere coppetta anziché cono.
    Un attimo dopo, c'è lui che ti guarda stupito; non perché hai risposto coppetta anziché cono, ma per l'espressione smarrita e quasi impaurita che assumi un attimo dopo averlo risposto. Fragola e melone, aggiungi allora, con un sorriso largo e lungo, cui affidi il compito di tranquillizzare entrambi.

    Se solo avessi noleggiato un'auto, Orgosolo potresti incontrarla lungo la strada, mentre punti verso Cagliari. Invece ti ritrovi, in un'ennesima alba, a comprare l'ennesimo biglietto ARST dentro un tabaccaio di Nuoro. Ed è lì che ti lasci stuzzicare dall'idea di un pacchetto di Camel Blu da dieci. Ti sembra un modo interessante e vagamente trasgressivo di utilizzare gli ultimi due giorni e mezzo a disposizione e i tre euro e rotti che il tabaccaio ti sta rendendo di resto.
    Quando arrivi a Orgosolo, Orgosolo si sta risvegliando e, si potrebbe dire, fate colazione insieme (immagine vagamente lirica, suggerita dalla nicotina) in un bar fatto a L su una stradina in salita, che ti ricorda un po' Trastevere e un po' Bairro Alto.
    Orgosolo – mai capito su quale O vada l'accento – è un paesotto di quattromilacinquecento abitanti. Una volta c'erano i banditi; ora ci sono i murales. Hanno iniziato a farne alla fine degli anni Sessanta e ci hanno riempito via via tutte le strade del centro. Sono murales di protesta: c'è un De Andrè adolescente, un Bertolt Brecht vecchio saggio, un Che Guevara un po' timido vicino a un Gramsci in bianco e nero. E poi donne sarde e contadini sardi. Persino un Corto Maltese sbarcato in Sardegna, una Guernica tra due finestre, un Garibaldi in via Garibaldi. Passeggi per le stradine e scatti decine di foto, mentalmente e con lo smartphone, con cui addobberai nei mesi a venire le bacheche, rispettivamente, della tua coscienza e del tuo Facebook (altra immagine vagamente lirica).
    Mentre aspetti l'autobus che ti riporterà indietro, accendi una sigaretta. Ovviamente, al terzo tiro ti gira già la testa. E, mentre inspiri ed espiri solennemente, rifletti che si dovrebbe incominciare a fumare a quindici anni nei cessi del liceo, e non a trentacinque appoggiato a una pensilina dell'ARST.
    Ma no, che c'entra, ti dici per tranquillizzarti. Non stai mica incominciando a fumare, ti dici. Fa solo parte del viaggio. Come rientri a Parigi, smetti, ti dici. Ci sono libri che aiutano a farlo. Li hai visti in decine di librerie, impilati ordinatamente di fianco alle casse. Sorridi. Spegni il mozzicone pigiandolo con la scarpa, con un gesto che ti riesce stranamente naturale. Poi tiri fuori una penna e annoti sulla Moleskine un paio di immagini vagamente liriche.





    Se solo avessi noleggiato un'auto, non avresti bisogno di utilizzare Blablacar per spostarti in tempi ragionevoli da Nuoro a Cagliari. Il tuo compagno di viaggio, nonché guidatore di vecchia Fiat Croma, si chiama Giuseppe ed è sardo.
    Ti sembra una brava persona. Dopo venti minuti, si ferma in un bar per mangiare un tramezzino, e bere e offrirti un caffè. Arricchite le presentazioni iniziali con qualche particolare in più. Appena tornati fuori nel parcheggio, accende una sigaretta.
    - Adesso andiamo, eh... Ne vuoi una?
    - Grazie, non fumo, - rispondi automaticamente.
    - Stavi fumando quando sono arrivato...
    - Ah, sì, no... cioè, normalmente non fumo, - rispondi vagamente in confusione.
    - Fai bene.
    - Sì, - rispondi automaticamente.
    - Non iniziare mai.
    - Sì... cioè, no. È stata proprio un'eccezione, - rispondi vagamente in confusione.
    Lungo il viaggio, attraversate paesaggi spogli, in cui c'è sole e terra dappertutto e pochissimi spazi coltivati. Intanto gli parli di Parigi, e di quello che fai a Parigi, e di quello che ci fai lungo la strada tra Nuoro e Cagliari. Lui ti spiega perché fa quella strada un giorno sì e due no, che è stato a Parigi un weekend di maggio con una ragazza, e che se Dio vuole la sposerà tra un anno.
    Ascoltate musica in silenzio per una mezzora. Poi lo stuzzichi sulla Sardegna e sull'indipendenza. Lui parte. Hai beccato uno che è nel consiglio comunale del paese d'origine. È un cinquestelle pentito. È soprattutto anti-renziano e dice che è una vergogna il mare di cazzate che scrivono su Repubblica e sull'Unione Sarda. Sarebbe pure per l'indipendenza, ma dei vari movimentini per l'indipendenza non ce n'è uno che gli sembri serio.
    Ti lascia praticamente a dieci metri dall'ostello. Si offre di offrirti un ultimo caffè, che però rifiuti ringraziando di cuore. Ti sembra una brava persona. Trascuri il fatto che abbia guidato per tre quarti d'ora buoni tenendo una mano sul volante e l'altra sul cellulare, e gli lasci cinque stellette riconoscenti sul sito di Blablacar.

    E finalmente sei a Cagliari, dove se solo avessi noleggiato un'auto potresti passare a prendere un caro amico che hai conosciuto un paio d'anni prima a una conferenza. Vi trovate comunque facilmente, in un bar in pieno centro storico, per una birra post-pranzo. Non siete cambiati. Tu hai ancora lo sguardo da studente che non si applica ma sembra lo faccia, lui somiglia ancora a Ivano Fossati. Vi raccontate quello che c'è da raccontarsi, lui ti presenta degli amici, loro raccontano aneddoti sardi o divertenti, tu accetti volentieri di concludere la giornata in spiaggia.
    Sono dei momenti piuttosto riusciti e intensi, in cui ti viene da riflettere su vantaggi, svantaggi e tipicità del viaggiare in solitaria piuttosto che in gruppo o in coppia. Dei quali adesso potresti anche scrivere più a lungo, se non avessi una paura fottuta di scadere in psico-filosofia facile da tema del liceo.
    Bevete ancora qualche Ichnusa, fate ancora qualche foto inevitabile, con Cagliari da una parte e il tramonto dall'altra, e ti fai dare informazioni su come raggiungere Chia la mattina dopo, per quella che sarà l'ultima sessione di hiking del tuo viaggio. Per gli appassionati all'argomento, nel gruppo, per la maggior parte sono contro l'indipendenza (ma va anche detto che per la maggior parte non sono di origine sarda).
    Concludete la giornata in acqua, che è ormai l'imbrunire, cantando a squarciagola La canzone popolare.

    La ragazza della reception esce dall'ostello, ti vede, sorride, ti raggiunge, chiede posso? e ti siede vicino. Può farlo, senza che questo significhi o comporti nulla, perché avete parlato relativamente a lungo, e raggiunto una qualche confidenza, durante il check-in della mattina: quando tu hai avuto problemi con la carta francese e hai rischiato seriamente di mandarla in blocco, prima di ricordare che ha quattro cifre di pin anziché cinque; e quando lei è impazzita nella procedura inusuale di registrare un utente che ha la residenza da una parte e il domicilio dall'altra (alla fine, le hai detto: senti, facciamo che abito ancora coi miei, che tanto non creiamo problemi a nessuno, e mi sa che loro sarebbero pure contenti). La ragazza della reception ti guarda fumare e ti chiede se può farti compagnia. Tu le passi una sigaretta, che è un gesto che non avevi mai fatto nella vita, eppure immaginato tante volte. Lei ti dice che non ti ha chiesto una sigaretta, ma solo se può farti compagnia. Ci rimani un po' male, perché ti sembra abbia rovinato qualcosa della bellezza e complicità del momento, ma devi ammettere che tecnicamente ha ragione lei. Mentre sfila dal pacchetto, e accende, una sigaretta delle sue, ti chiede di Parigi: com'è, cosa fai, quando ci sei finito. Tu rispondi con cura. Hai imparato a farlo in maniera quasi fluente in francese; adesso rispondere in italiano è una passeggiata, e ti permetti di piazzare qua e là anche note a margine e battute spiritose. Poi le chiedi di lei, dei suoi studi, del presente in ostello e del futuro sul continente, e, tanto per completare le statistiche, della sua opinione sull'indipendenza della Sardegna. È tutto molto naturale e rapido (come succede nei film, in certa letteratura, nei viaggi in solitaria).
    – Ma non ti annoi? – chiede lei.
    – Ma no, – dici tu.
    – E che fai tutto il giorno?
    – Penso. Mi guardo da fuori.
    – E parli da solo?
    – Qualche volta.
    – E cammini...
    – Cammino cammino cammino... E un po' scrivo. Che alla fine è come parlare da soli.
    – Scrivi.
    – Sì. Da qualche tempo, tengo pure una specie di blog. Che è come parlare da soli a voce alta.
    Devi ammetterlo: quando viaggi in solitaria, se appena appena una ragazza ti rivolge la parola o anche solo ti risponde, tu utilizzi un registro un po' esistenzialista e un po' piacionico (che poi tendi invece a sotterrare nella tua vita quotidiana), e in definitiva fai il figo.
    C'è un brevissimo silenzio e poi: – Secondo me tu scrivi troppo e scopi poco.
    Questo lo dice lei, con tempi teatrali perfetti, e imprevedibilità e sfrontatezza di ragazza isolana nata a inizio anni Novanta (le tue coetanee, isolane o no, anche le più scafate, una frase del genere non te l'hanno mai detta). Tu, nel tuo piccolo, erano anni che sognavi che una ragazza ti dicesse una cosa così. Si potrebbe quasi teorizzare che ti ostini a viaggiare in solitaria, e, mentre viaggi in solitaria, a dire le cose piacioniche ed esistenzialiste che dici, perché sogni che un giorno una ragazza ti dica una frase del genere. Quindi hai pronta una risposta da film, o da certa letteratura, che non lascia assolutamente scampo. Fai una pausa di qualche secondo (che non ti serve affatto a pensare cosa rispondere, perché hai già tutto perfettamente chiaro da anni; la fai semplicemente perché anche quella pausa è una pausa da film che hai preparato con cura) e poi, effettivamente, rispondi, persino più piacionico di prima: – Solo una delle due cose è vera. Ma non ti dico quale.
    A questo punto, nel tuo film, quello che si proietta da anni, periodicamente e puntualmente, nella tua testa di ragazzo non isolano degli anni Ottanta, la ragazza sorride, fa una pausa, e risponde: – Se vuoi, posso aiutarti con una delle due. Ma non ti dico quale...
    E poi la camera stacca significativamente su un interno notte.
    Invece, la ragazza della reception sorride e basta.





    E insomma – sarà l'euforia facile da viaggio in solitaria, sarà la nicotina che rimbalza festosa nei tuoi polmoni vergini, sarà che veramente stai invecchiando e stai invecchiando bene – succede che ti ritrovi nei pensieri, e un secondo dopo sulla moleskine, una metafora facile facile (o un'allegoria, mai capita la differenza): e cioè che tu un'auto non l'hai noleggiata mai, ma proprio nella vita, perché ti è sempre piaciuto camminare a piedi e scansare o calpestare le cacche ad una ad una, e al limite fare i conti con gli orari degli autobus, e sicuramente ogni tanto perderne anche qualcuno. E il giorno in cui finirà tutto, se un giorno finirà tutto, guardandoti intorno e dentro, concluderai che sì, qualche caletta l'avrai pure mancata, però hai la coscienza a posto e due polpacci così; e se c'è un autobus che passa a minuti, bene, ma sennò tu all'altro mondo ci vai pure tranquillamente a piedi.

    Di fianco a te, c'è una ragazza che indossa degli occhiali con montatura nera e canta con forte accento sardo tutte le canzoni della Mannoia, pausa per pausa, parola per parola. Carina. Labbra sottili. Mora. Avrà almeno dieci anni meno di te (ma ormai chi è che non ha almeno dieci anni meno di te?). Nonostante la sua azione di disturbo – sarà la malinconia facile da fine viaggio, sarà la nicotina che rimbalza festosa nei tuoi polmoni vergini, sarà che veramente stai invecchiando e stai invecchiando male –, succede che il repertorio nazional-popolare della Mannoia finisce con l'emozionarti e, addirittura, confessalo, su Amore bello di Baglioni, ti scendono dagli occhi due lacrime inaspettate e dichiaratamente kitsch.

    – Scusi, da che parte è il mare?
    – Da tutte le parti. Siamo su un'isola.


    È una mattina di otto o nove mesi dopo, quella in cui ti sembra che il pezzo sia pronto. Imperfetto e frammentario, ma di una frammentarietà che è propria di ogni viaggio in autobus e di un'imperfezione che è figlia non voluta degli otto-nove mesi trascorsi a fare altro e a mettere sopra al viaggio altri racconti e altri viaggi.
    Lo rileggi e ti piace, nella maniera poco indicativa in cui finisce col piacerti più o meno ogni cosa che rileggi appena dopo averla finita.
    Ti piace una certa malinconia non dichiarata.
    Ti piacciono la rapidità e il senso di non compiuto.
    Ti piace la scena con la ragazza della reception.
    Ti sembra di aver trovato finalmente la distanza giusta tra te e le cose che racconti. Se potessi tornare indietro di qualche mese, riscriveresti tutto il blog in seconda persona.
    Invii il testo al presidente della giuria – che hai continuato a sentire ogni tanto, anche solo per via del fatto che vivi a Parigi e di Parigi si è parlato abbastanza negli ultimi otto-nove mesi –, presentandolo in modo scherzoso come un piccolo tributo a una terra che ti ha stregato.
    Il presidente del concorso ti risponde dopo appena un quarto d'ora. È una breve ma pulita email, in cui dice che il pezzo è carino e odora veramente di Sardegna, anche se c'è qualche passaggio un po' da tema del liceo.

    Se solo avessi noleggiato un'auto, alle 7,45 del mattino staresti ancora dormendo o facendo la doccia. Invece, ti ritrovi sveglissimo e seduto nell'unico bar della piazza principale di Arzachena: un posto il cui vero merito è trovarsi a metà strada tra vari posti interessanti. È la mattina del secondo giorno, ma questo racconto ti piace chiuderlo così, giocandoti una piccola analessi.
    La Gazzetta dello Sport presenta un derby estivo tra Milan e Inter che si gioca in non ricordi più quale paese asiatico. L'Unione Sarda parla dell'imminente arrivo di un monopolio a controllare i traghetti da e per la penisola. La Repubblica apre come al solito con Renzi. Tu fai finta di leggere, ma in realtà ascolti e cerchi di decifrare le chiacchiere in gallurese di tre anziani seduti al tavolo di fianco al tuo.
    – Ma che sarebbero 'ste notti bianche? – sta chiedendo uno.
    – Ogni anno se ne inventano una, – sta commentando scettico il secondo.
    – Roba che portano dal Continente, – sta ridendo il terzo, e nel dirlo ti sta indicando e ammiccando. Tu lo assecondi. Per un attimo, hai la tentazione di rispondere "non t'arruoles" e fare il pugno con la mano sinistra, ma la trattieni e sorridi e basta. Non ti eri mai sentito così Yankee.
    – Ma magari piovesse, stanotte... Che l'orto c'ha proprio bisogno, – conclude inesorabilmente il primo.


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nota del 03/08/2015:    Qualche notte fa, seduto sulla scalinata di Piazza San Sepolcro, a Cagliari, fumavo una sigaretta (!) e ragionavo sul viaggiare e sullo scrivere. Erano riflessioni leggere e molto kitsch, perché era tardissimo e perché avevo in corpo la classica malinconia da fine viaggio; se cercavo differenze, trovavo analogie.

    Intorno a me, c'erano ragazzi che scherzavano, ragazzi che bevevano birra, due cani che giocavano con una bottiglia di plastica.


    È stato lì che ho pensato che scrivere qualcosa sul viaggio in Sardegna, magari per il blog, sarebbe stato un modo onesto di ripercorrerlo e, diciamo così, salvarlo con nome. Ed è stato lì che ho pensato che, almeno stavolta, soprattutto stavolta, sarebbe stato bello e un po' on-the-road condividere anche il processo di costruzione del testo.


    Per farla breve, questo post prenderà forma direttamente qui, curva dopo curva incrocio dopo incrocio, e lo aggiornerò usando il grassetto ogni volta che andrò ad aggiungere o modificare qualcosa. Un giorno, ma mi sembra più bello non fissare quando (che è un po' come partire senza avere in tasca il biglietto di ritorno), sarà evidente che è arrivato il momento di chiuderlo e congelarlo. Salutare, tornare a casa, metter su una megalavatrice.

    Se ne avete voglia, venite pure a sbirciare, ogni tanto, così facciamo un pezzo di strada insieme...

domenica 1 maggio 2016

primo maggio 2016

    Che siccome che 'sto blog è diventato tipo un lavoro, oggi niente.
    (Ma – stay tuned – sono in arrivo novità.)    
    Di cuore, buon primo maggio a tutti!



venerdì 1 aprile 2016

le cose a metà

    Mi prendo una piccola pausa da Parigi per rimettere mano al pezzo sardo della scorsa estate, contando di riuscire a chiuderlo a breve, che non è bello lasciare le cose a metà.
    Se vi affacciate, ogni tanto, questa era l'idea potrete vederlo crescere in tempo reale sul blog.


    Ah... Chi si stesse chiedendo cosa ci faccia un pezzo sardo dentro un blog parigino, può scegliere una delle seguenti risposte:
1) ma non è (davvero) un pezzo sardo;
2) ma non è (davvero) un blog parigino; 
3) ogni volta che vado in viaggio, il blog insiste per venire anche lui e io sono buono e non so dirgli di no;
4) e allora spiegatemi che ci fa la bandiera dei quattro mori a ogni primo maggio...

mercoledì 16 marzo 2016

grosso guaio nel tredicesimo
[seconda parte]




[Qui trovate la prima parte]


    – Come vede, siamo tutti qui riuniti per una ragione ben precisa, – dice Zio Marrabbio.
    Io mi guardo intorno e francamente non riesco a individuare nessuna ragione ben precisa che tenga riuniti me, Libbe, il Maestro Chen, Marrabbio e tutti quegli uomini più o meno cinesi.
    Guardo l'orologio e scopro che sono le quattro e mezza di notte, o le quattro e mezza di mattina, che vuol dire in ogni caso le nove e mezza a Parigi. E lo so che è un pensiero sciocco, ma quello che penso è che, qualunque cosa succederà adesso, trovo proprio bello che l'ultimo ballo ballato con Libbe sia stato un ballo del Dragone muto.
    Gli uomini intorno borbottano, sempre più piccoli, numerosi e rumorosi.
    Libbe e il Maestro Chen sono scomparsi ("difficile vedere gatto nero in stanza buia, specialmente se gatto non c'è", è l'ultima frase che gli ho sentito dire): forse li stanno torturando, forse sono fuggiti e ora sono romanticamente in volo verso le Diaoyutai, forse sono usciti a fumare una sigaretta e rientreranno tra dieci minuti mostrando il timbro blu sul dorso della mano.
    Io mi sento improvvisamente stanco.
    Mi prendo la testa tra le mani, in un modo molto romano di essere triste, e mentre la scuoto e giro su me stesso e li guardo ad uno ad uno, dico: – Ma quanti cazzo siete?

    Riepiloghiamo: avevo la mia vita, ascoltavo Battisti e passeggiavo per Parigi, poi un giorno ho incontrato Libbe, ho iniziato a mangiare riso alla cantonese, a prendere lezioni di danza tradizionale cinese, e tutto questo perché probabilmente amo Libbe, mentre lei sicuramente ama il Maestro, mentre il Maestro triangolarmente ama me; quindi, qualche ora fa, sono arrivati quelli della polizia politica, ci hanno fregato i passaporti, ci hanno trascinato in questo scantinato che non si sa bene in quale parte di mondo sia, dove c'è questa specie di Zio Marrabbio, solo un po' più brutto e un po' più stronzo, che dice cose senza senso e si circonda di una moltitudine di gente più o meno cinese.
    Ecco.
    Ho capito.
    Ci sono.
    Mi giro verso Marrabbio e con lo sguardo illuminato dico:
    – Ho capito. Lei non è Marrabbio e noi non siamo a Pechino. È tutto uno scherzo. Si avvicina l'anno del Cervo e il Capodanno Cinese è una specie di Carnevale. È uno scherzo ben costruito, lo ammetto. Ma adesso smettiamola con questa pagliacciata...
    – Non è l'anno del Cervo! È l'anno della Capra! – ribattono loro incazzati. Tutti tranne Marrabbio,  che invece ha in mano una padella ed è presissimo a cucinare polpette okonomiyaki.

    E un istante più tardi, lo stesso Marrabbio, che sia lui o no, mi porge un bicchierino di baijiu, un distillato di sorgo che non mi è mai piaciuto, e dice:
    – A me piace il gioco d'azzardo. E a lei?
    – A me piace starmene tranquillo, mi piace Parigi e mi piace Battisti! – vorrei sbottare, ma lui continua a rigirare il mio passaporto tra le mani come un oggetto del desiderio e allora: – Così così, – rispondo.
    – Ce la giocheremo ai dadi, – incomincia. – Se vince, avrà il suo benedetto passaporto. Se perde... che cosa ha da offrirmi?
    – Non molto, guardi, ho investito tutto nei preparativi per il Capodanno...
    – Lei si gioca la sua donna.
    – Non ho nessuna donna.
    – Il mio caro amico Satomi sostiene che ci sarebbe quella donna mora con cui lei ha ballato in silenzio qualche ora fa.
    – Non è la mia donna.
    – Beh, come crede. Può scegliere: la sua donna o la sua vita.
    Io raccolgo tutta la razionalità che mi è rimasta e mi dico che: o è un sogno, e allora in ogni caso non muoio; oppure è tutto vero, e allora muoio in ogni caso, perché anche se vinco ma dove vuoi che scappi con questo branco di piccoli cinesi armati tutt'intorno?
    Tanto vale fare il figo, mi dico, e svegliarmi da romantico o morire da romantico.
    – La mia vita! – esclamo, agitando il braccio come un rivoluzionario d'altri tempi e rovesciando di proposito metà del baiju dal bicchiere.




    – Perfetto, – dice Marrabbio, accondiscendente, mentre mi porge l'ennesima polpetta okonomiyaki. – Dunque, lei conosce il regolamento?
    – Più o meno: se si fa sette o undici al primo lancio, allora si ha diritto...
    – Ah, balle! Lasci perdere queste menate da occidentali. Tre dadi ciascuno, chi fa più alto vince.
    Tre dadi ciascuno. Chi fa più alto vince. Facile.
    – E se si fa pari?
    – Vince chi difende, – risponde prontamente Satomi.
    Giusto, come al Risiko.
    – Allora siamo d'accordo?
    Io, già da un po', a dir la verità, sento una vocina dentro che continua a ripetermi “ma la Cina è dentro Schengen, non serve il passaporto per tornare a Parigi!”. La Cina è dentro Schengen; la Cina è dentro Schengen; la Cina è dentro Schengen: la vocina sembra sapere il fatto suo.
    Però, anche se fosse vero, io penso che sarebbe proprio da vigliacchi uscirmene adesso con questa furbata da avvocati cavillosi e allora la ricaccio dentro.
    – Siamo d'accordo, – rispondo.

    Zio Marrabbio tiene in mano i suoi tre dadi.
    Nessun rumore, nessun suono.
    I cinesi intorno sembrano diventati improvvisamente freddi ed impassibili scandinavi che guardano una lunghissima alba polare.
    Marrabbio agita la sua mano a lungo e poi lascia rotolare i tre dadi.
    Quelli si lanciano come cavalli imbizzarriti sul panno verde, poi rallentano e infine si accasciano stremati, uno dopo l'altro.
    – Assaggi una polpetta, – dice Zio Marrabbio.
    Sei più cinque più tre. Quattordici.
    – Non male, – commenta soddisfatto, togliendosi la bandana da cuoco.
    – D'inverno, quando non serve ombra, albero perde foglie, – chiosa il Maestro Chen, appena rientrato da non so dove. Anche i maestri orientali zen, ogni tanto, vanno fuori tema.

    Prendo finalmente in mano i dadi.
    Guardo Zio Marrabbio e i tre o quattro Bee Hive stretti intorno a lui.
    Ingoio l'ultimo sorso di baiju, penso a Libbe, lancio.
    E allora i dadi-cavallo riprendono la loro corsa, se possibile ancora più imbizzarriti di prima, e saltellano e svolazzano e ogni tanto addirittura nitriscono. E poi uno si accascia ed è un sei. E poi un altro tenta un'ultima mezza giravolta e si accascia ed è un cinque. E ce n'è un ultimo che sembra non pago e ancora corre, corre, e saltella, finché, sotto gli occhi miei, e di Zio Marrabbio che continua a invitare tutti ad assaggiare le sue polpette, e degli altri cinesi-scandinavi muti, si avventura verso la fine del panno verde, e coraggioso e indomito si lancia persino oltre, come verso un precipizio che nessun recinto aveva immaginato, e previsto, e ingabbiato.
    Sento il tintinnare asciutto del legno del dado sul pavimento, e insieme la voce fastidiosissima di Satomi che chiede: – Che si fa? Vale lo stesso o si ripete?

    – Vale lo stesso ed è un due, – dice un nanerottolo riccioluto e paffuto che deve essere Andrea, quello che un giorno di pioggia, insieme a Giuliano, incontra Licia per caso. Nel dirlo raccoglie il dado, senza che nessun altro riesca davvero a vedere il risultato.
    – Ma no che non vale, – provo a protestare. – E comunque, a me era parso un cinque.
    – Silenzio, – interviene Marrabbio. – Sei più cinque più due fa tredici. Mi spiace, ha perso. È condannato a un finto suicidio in stile regime; verrà gettato giù da un punto a caso della Grande Muraglia e la Gazzetta del Tredicesimo scriverà che la nostalgia della sua terra l'ha spinta a questo gesto estremo.
    – Ah, mon amour! – urla il  Maestro Chen. – Amore senza baci è come riso senza sale, – dice con enfasi, mentre si avvicina minaccioso, con le labbra a culo di gallina.
    – Ma piantala, – faccio io, che in tutto il trambusto delle ultime ore devo esser diventato anche un filino geloso del commissario.
    Il Maestro Chen allora tira fuori una lama cinese e se la punta alla gola.
    – Dove hai preso quella lama? – chiedo io, concitato e contento. – Ma che cazzo fai? Accoltella questi disgraziati, piuttosto!
    – No, gioco è gioco. Avere perso, dovere pagare. Però posso sacrificare io mia vita per te, mon amour.
    – Nooo! – urla Libbe, spuntando fuori di corsa dall'altra parte della sala. – Piuttosto, sono io che mi sacrifico al tuo posto!
    Quindi solleva il coperchio di una botola, che sembra finire dritta dritta nella Senna o nel Chaobai.
    – Sono la tua Ofelia, lo dici sempre, e come Ofelia morirò annegata. Addio. Viva la révolution! – grida. E si getta nella botola, così rapidamente che non riesco neanche ad acchiapparle per un'ultima volta il colore degli occhi: il  dubbio mi resterà per sempre.
    – Ma no, non intendevo quell'Ofelia lì, cazzo, – sussurro con un filo di voce.
    Al che, Zio Marrabbio scatta in piedi con un balzo.
    – Ah, Kiss me Licia, mio dolce bebè, – bisbiglia, evidentemente anche lui in preda a confusione, e con ancora meno voce di me. Quindi si piega sulle ginocchia, trangugia il resto della bottiglia di baiju, dice in rapida successione Assaggi ancora una polpetta e Non mi piace quel tipaccio col ciuffo rosso, e infine si contorce sul proprio addome e muore di cirrosi epatica.
    Non capisco più nulla.
    Voglio morire anch'io, voglio Parigi, voglio la mamma, voglio te e voglio una vita.
    Far l'amore nelle vigne. Cade l'acqua ma non mi spegne.
    Mi rendo conto che sto canticchiando.
    I Bee Hive si sono raccolti tutti intorno a Zio Marrabbio. Oppure sono morti nello stesso istante anche loro, e dentro la vecchia tabaccheria abbandonata, colorata di luci che sembrano ormai stroboscopiche, sono sempre più stanco e più solo.
    Esplode un tonfo secco.
    Risuona per secondi, portato a spasso  per il locale da qualche sinistra amplificazione. Mi giro e quella che vedo sul pavimento è una macchia scura di sangue cinese, che si allarga rapidamente sotto il corpo immobile e saggio del Maestro Chen.
 

    Io, è dall'inizio che spero di chiudere il racconto risvegliandomi con la fronte appoggiata a un tavolino rotondo di qualche brasserie della Butte-aux-Cailles. Con la confusione e il mal di testa classici di un post-sbornia. Soluzione abusata, per carità, ma avete idee migliori?
    Mi concentro, chiudo gli occhi, conto cinque o sei secondi, li riapro. Niente: sono ancora dove non vorrei essere.
    – So io dove vorresti essere... – sussurra Libbe, mentre riemerge da una botola, maliziosa, sexy e tutta sgocciolante di acqua sporca della Senna o del Chaobai.
    – Libbe!
    – Eccomi. Tutto a posto?
    – No. Per niente. Serve una chiusa.
    – Una chiusa?
    – Volevo giocarmi la trovata del sogno alcolico ma a quanto pare non funziona...
    Libbe indossa un due pezzi mozzafiato e una cuffia da piscina. Oltre a un paio di occhialini da sub che, dannazione, mi nascondono ancora il colore degli occhi.
    – Chiediamo al Maestro. Vuoi che non abbia una frase saggia zen per concludere?
    – È vero! Maestro, la prego: ci illumini!
    Il Maestro apre gli occhi prontamente, come se stesse fingendo di dormire anziché morendo. Sorride zen. Si schiarisce la voce.
    – Orso sogna sempre pere, – scandisce lentamente. E poi richiude gli occhi di botto.
    – Eh? – fa Libbe.
    – Eh, – faccio io.
    – Ma che significa?
    – Ma che ne so. Sragiona. Ha perso tanto sangue...

martedì 1 marzo 2016

grosso guaio nel tredicesimo
[prima parte]

    

    La Chinatown di Parigi è tipo un grande formicaio colorato.
    Ogni cartello è in almeno tre lingue: cinese, vietnamita, tailandese... E anche i cinesi non sono mica cinesi e basta. Ci sono i cinesi della Cambogia, che non si riconoscono nei cinesi di Canton, che non c'entrano niente coi cinesi di Hong Kong. Per non parlare di quei pariolini dei taiwanesi.
    Arrivando a Parigi dall'Oriente, hanno accettato tutti un declassamento: i professori fanno gli idraulici, i quadri fanno gli operai, gli ingegneri fanno i fattorini. Se hanno un vizio – e ce l'hanno – hanno il vizio del gioco.
    – Come in Grosso guaio a Chinatown? – chiedo a Libera, che (quanto mi piace quando sa le cose) mi sta istruendo sulla popolazione del Tredicesimo.
    Ha un nome bellissimo, Libera. Io lo pronuncio rafforzando la B, perché, come me, lei viene da Roma. E poi lo abbrevio per comodità, così finisce che di solito la chiamo Libbe.  Ha capelli cortissimi e neri, una voglia sotto il mento, occhi tondi di cui – pare assurdo – ho scordato il colore. Adora le torte alla frutta, i cartoni animati giapponesi e continua a dire che un giorno farà l'attrice o la rivoluzione.
    – Ma ormai sei vecchia...
    – Per quale delle due?
    In questo pomeriggio di metà gennaio, passeggiamo tra gli alimentari e i pazzi di Avenue de Choisy, fregandocene del freddo, del senso, dell'ora. Lei ha un piano, credo.

    Invece, il Maestro Chen è un tipetto basso e saggio che, quando parla da dietro la scrivania, si sbilancia su un piede o sull'altro, come non riuscisse a controllare la sua poca altezza; fatico a credere che sia un maestro di ballo.
    – Entrambi romani? – chiede il Maestro.
    – Sì, ma lui è un romano triste, – risponde Libbe, chiudendo rapidamente le presentazioni.
    – Sorridi anche se tuo sorriso è triste, perché più triste di sorriso triste è tristezza di non sorridere, – mi dice, saggio, il Maestro Chen.
    (Evito di trasformare le erre in elle, che sennò diventa una cosa da parrocchia, ma voi sentitevi liberi di farlo, mentre leggete le parole del Maestro Chen. E sentitevi liberi di immaginarvelo un po' come il vecchietto di Karate Kid.)
    – Bene. In questa scuola noi insegnare danze tradizionali cinesi, ma in fondo insegnare vita. Perché vivere e ballare stessa cosa. E mondo sempre avere musica di sottofondo: voi sentire?
    – Io sì, – risponde Libbe mentendo.
    – È per questo che terra è come ruota, – continua a dire il Maestro Chen, in una sua lingua strana che non so cosa sia ma di sicuro non è francese. Quando parla, tiene sulla bocca il sorriso ebetico finto che hanno sempre i cinesi. – In realtà terra non ruotare; terra fare piroette.
    – Bisognerebbe unirsi, Maestro, e insieme farla ruotare al contrario, una volta per tutte, non trova? – replica Libbe maliziosa. Lo dice facendo gli occhi ancora più rotondi del solito. E il suo vorrebbe essere un invito di carattere politico-sociale, immagino, ma qualunque essere maschile eterosessuale lo intenderebbe diversamente.

    – La danza è una copertura, è evidente, – mi dice Libbe, non appena siamo usciti. – Hai sentito quello che diceva sull'importanza di capire quando è il tempo giusto per partire?
    – Ma piantala, parlava di ritmica.
    – Dici così perché non sai leggere tra le righe...
    – Quali righe?
    – E comunque il Maestro è un gran figo. Hai visto come mi guardava di traverso?
    – Mi pare guardasse me, a dire il vero.
    – Secondo te gli piaccio?
    – Secondo me è gay.

    Per farla breve, Libbe si appassiona a questa cosa delle danze orientali, si convince che il Maestro è uno giusto, continua a sussurrarmi con gli occhi rotondi e dolci che insomma ma mica ce la manderò da sola.
    – Devi venire assolutamente.
    – Ma è una palla...
    – Non ti piace la musica tradizionale cinese?
    – Mi piace Battisti.
    – Piantala.
    Io faccio il difficile per qualche giorno e poi (quanto mi piace quando insiste) accondiscendo.
    Insomma, ci mettiamo in testa di aiutare il Maestro Chen nella preparazione della sfilata per il Capodanno Cinese che è in arrivo. È l'anno della chèvre, ci ha detto il Maestro (e io non ho osato chiedere se significhi capra o cervo). Dobbiamo infilarci dentro delle strutture di legno e carta velina. Dobbiamo imparare la Danza del Dragone e quella delle Lanterne. Dobbiamo sorridere per finta. Possiamo farcela.




    La cosa va avanti per un paio di settimane e, detto tra noi, sembra pure divertente.
    Finché una sera, al corso, mi sembra che il Maestro mostri a Libbe dei passi nuovi con più trasporto e passione del solito. E che mentre lui lo fa, Libbe lo guardi con più malizia e desiderio di quelli che una danza tradizionale cinese richiederebbe.
    A fine serata, vedo che parlottano e ridono.
    Raccolgo lo zaino, infilo la giacca, mi avvicino.
    – Posso invitare tua donna a cena questa sera? – mi domanda il Maestro sottovoce.
    – Non è la mia donna...
    – Meglio così. Capello di donna lega elefante, – dice, saggio, il Maestro. Io la sapevo un po' diversa.
    Guardo Libbe indossare un giubbino e mettere in spalla la borsa che le ho regalato io il mese prima.
    – Ci vediamo dopo? – chiedo.
    – Ci sentiamo domani, – risponde.
    Li guardo uscire: lui che le tiene la porta aperta, la borsa scelta da me che rimbalza contro la maniglia, il giubbino di lei che struscia contro la giacca di lui.

    Quando Libbe arriva, la mattina dopo, in ritardo di mezzora, ho già bevuto un café serré e mangiato un pain au chocolat e, se non sono andato via, è solo perché devo assolutamente sapere com'è andata a finire.
    – Allora?
    Lei appoggia la borsa su una sedia, appoggia il cappotto sullo schienale di un'altra, si siede con un saltello e, insomma, in pochi secondi, in un modo o nell'altro, i suoi gesti da futura ballerina di danze cinesi distribuiscono sorrisi e adrenalina in tutto il caffè. È un dono. Una cosa che sanno fare loro e noi non impareremo mai.
    – Che diavolo c'è, da ridere? – domando, alzando gli occhi per finta dalle parole crociate.
    – È una bella giornata.
    – È pieno inverno.
    – È quasi primavera.
    Fiori rosa fiori di pesco, canticchia Libbe, che appena può mi prende in giro perché ascolto Battisti.
    – Allora?
    – Vuoi sapere cosa mi ha chiesto il Maestro ieri sera?
    – Eh. Cosa ti ha chiesto?
    Libbe continua a ridere come una matta.
    – Mi ha chiesto se sei gay.
    – Se sono gay?
    – Sì. Mi ha detto che ha capito che non stiamo insieme e allora vuole sapere se sei gay, perché pensa di essere innamorato di te.
    – O Signore...
    Adesso, quasi quasi rido anch'io.
    – E tu cosa gli hai risposto?
    – Che non lo so.
    – Come che non lo sai?
    – E che ne so, io.
    – Ma se ti ho scritto diecimila lettere d'amore, che neanche Pessoa ad Ophélia.
    – Ah, quelle... Vabbè, d'accordo. Comunque, in realtà, io dico che sotto sotto è innamorato di me.
    – Credici...
    – Ha detto che quest'estate mi porta alle Isole Diaoyutai.
    – Che tra l'altro sono giapponesi.
    – Sì, ma ha detto che ancora per poco. Appena torna in Oriente, mette su un gruppo di Samurai e le riconquista.
    – Anche i Samurai sono giapponesi.
    – Che palle...
    – Ti cerca solo perché hai gli occhi verdi.
    – Che vuoi dire?
    – Ma sì, come in Grosso guaio a Chinatown. In Cina, le donne con gli occhi verdi sono rare e preziose.
    – Io non ho gli occhi verdi, – dice Libbe, inforcando all'istante un paio di occhiali da sole con le lenti viola, che mi impediscono di verificare.

    Ma la Chinatown di Parigi è tipo un grande formicaio colorato impazzito.
    Quindi.
    Qualche sera dopo, proprio nel bel mezzo di una prova senza musica di danza del Dragone, irrompe in sala la polizia politica. Cinque ometti con le spalle larghe e la schiena dritta che, più che cinesi, sembrano tedeschi bassi. Fanno uscire in gran fretta tutti gli altri e schierano noi tre, in riga, contro una parete ovviamente arancione. Sembrano conoscerci da una vita.
    – Sappiamo tutto, – dice quello che deve essere il commissario. – Altro che danza del Dragone, qui si complotta contro la Repubblica Popolare.
    – Cazzo voi dire? – esclama il Maestro Chen con gli occhi sgranati.
    – La danza è una copertura. Non fare il furbo. Vi seguiamo da settimane.
    – Ma che cazzo... – ripete il Maestro.
    Mentre Libbe esclama tutta eccitata: – Ma allora è vero che era solo una copertura! –, mentre io sbatto la testa contro la parete arancione e dico a voce alta: – Lo sapevo che non dovevo venire, – mentre il Maestro Chen, già che c'è, tasta il culo a quel figo del commissario.
    – Commissario, se ci segue da settimane, lei sa che io non c'entro nulla con questa storia. Anzi, – dico guardando Libbe, guardando lui e guardandomi intorno, – io, qui, proprio non ci volevo venire.
    Il commissario ride selvatico e insieme inespressivo, come riderebbero i cinesi se fossero sotto sotto anche un po'  tedeschi.
    – Chiedo ufficialmente di poter tornare a Parigi, – aggiungo col petto in fuori e la mano sul cuore.
    – Ahah, questo lo vedremo, – risponde il commissario, sfogliando con disattenzione i nostri passaporti, che chissà come sono finiti tra le sue mani.
    Lo stereo ha ripreso a trasmettere musica tradizionale cinese in otto tempi.
    Il Maestro Chen è confuso e continua ad osservare il commissario con una punta di desiderio.
    Libbe sorride fiera e gonfia il petto, come una rivoluzionaria che sa tutto ma non dirà nulla.
    – Ma dove siamo finiti? – mi chiede.
    – A Pechino, – invento io, col filo di voce che riesco a trovare.

    Uno dei poliziotti scopre una botola e scendiamo una scala pericolante. Attraversiamo una galleria in cui c'è odore di riso e piscine. Scendiamo ancora. Dopo l'ultimo dei gradini, si apre una saletta circolare che sembra una vecchia tabaccheria abbandonata, adibita a ritrovo di sette segrete. C'è puzza di fumo di pipa.
    – È il seminterrato dell'ARFOI, – dico a Libbe.
    – De che?
    – Association des Résidents en France d'Origine Indochinoise.
    – Ma non eravamo a Pechino?
    Una mano sinistra mi prende la mano destra e ci stampa sopra un timbro blu.
    – Così, se vuole uscire a fumare una sigaretta, poi può rientrare senza problemi.
    Io guardo incredulo le due mani e insieme guardo incredulo tutto quello che mi circonda: un tavolo da gioco enorme con tappeto verde, un gruppetto di individui buffi e d'altri tempi che vi siedono intorno, un uomo a capotavola che è tale e quale Marrabbio di Kiss me Licia, solo con un naso un po' più a punta e un'espressione più cattiva.
    – Welcome! – mi dice con una voce da bounty killer. – Sono Marrabbio, lo zio di Kiss me Licia.
    – Ma Marrabbio non era il padre? – mi chiede Libbe sottovoce.
    – Ma infatti, – mi verrebbe da urlare. – E poi era pure giapponese... Finiamola con questa pagliacciata incoerente!
    Però, proprio in quel momento, alzo gli occhi verso Marrabbio e mi accorgo che, mentre si passa un dito sui baffetti, rigira tra le mani il mio passaporto; e un po' mi guarda e un po' lo sfoglia distrattamente, come se fosse una rivista da parrucchiere.
    – Enchanté, – rispondo allora, sfoggiando il migliore dei miei sorrisi cinesi finti.

[continua qui