giovedì 16 giugno 2016

erasmus per adulti

    

    Se non fosse che il maggio scorso e il giugno corrente hanno stabilito tipo il nuovo record di sempre per quanto riguarda le piogge nella capitale francese, a quest'ora, in questo momento dell'anno, in questo posto esatto di Parigi, ci sarebbero decine e decine di giovani a stiracchiarsi sull'erba, bere Bordeaux da 5 euro, schiamazzare giocando a rugby con il frisbee.
    Invece succede che passeggi, come spesso passeggi nei miei racconti, e dentro il parco grande della Cité Universitaire non senti che il traffico distante della Périphérique e non vedi che sparuti gruppetti di studenti che rientrano per la cena, o escono per la cena, o corrono: sempre, in questo posto qui, c'è qualcuno che corre.
    Tu non corri mai, ma ti piace da matti viverci, qui. Ti piacciono una certà internazionalità dichiarata, l'idea di città nella città, il fatto che siano tutti sensibilmente più giovani di te ma non lo notino o fingano di non notarlo. Ti piace il frastuono improvviso di corse nei corridoi. Ti piace il numero folle di scuse che devi inventare o riciclare per disertare feste e aperitivi. Ti sembra, in definitiva, di essere dentro un Erasmus per adulti, come mi hai confessato una volta, davanti a una Leffe, ridendo.

    Una delle prime frasi che ti dirà Ines è Tu sei un italiano atipico.
    Hai tirato fuori il suo bucato dall'asciugatrice, l'hai sostituito con il tuo, hai poggiato il suo su una sedia. E sei rimasto lì a fare da guardia, perché lo sai benissimo che quel bucato è della spagnola con le tette e il sorriso grandi, che si chiama Ines e prima o poi tornerà.
    Mi sono permesso di tirarlo fuori, le dici quando arriva, venti minuti più tardi.
    Siete dentro la lavanderia a gettoni della Maison in cui abiti. C'è un forte profumo di sapone, e caldo buono come di phon.
    E sei rimasto qui ad aspettare?
    Mi sembrava carino.
    È stato carino, ti dice lei, ponendo enfasi sull'È stato.
    E poi segue tutto uno scambio di battute preparate o improvvisate bene, in cui tu le chiedi dove vada l'accento nel nome Ines e se la e sia aperta o chiusa, lei ti chiede come mai non ti abbia mai visto agli apero del venerdì, tu le rispondi di essere troppo vecchio per gli apero del venerdì, lei prova a indovinare la tua età e sbaglia per difetto, tu ridi e dici che basta farai crescere la barba, lei ride e suggerisce che sì un filo di barba ci starebbe bene, tu la saluti e la ringrazi del consiglio, lei ti saluta e dice Tu sei un italiano atipico.

    La rivedi all'apero del venerdì dopo. E poi alla serata fluo del Franco-Britannique. E il sabato all'una, finalmente, la inviti a mangiare currywurst nella caffetteria della Maison tedesca.
    Ne viene fuori una storia convulsa. Inappropriata. Tutta storta. Di quelle che portano scritte da subito la data di scadenza, su un lato, e per quanto tu ti sforzi di non guardarlo, quel lato, lui ogni tanto fa uno scarto e ti rimbalza davanti agli occhi.
    Tipo quella volta che la sorprendi a pigiare su Tinder, e lei si giustifica che è solo un gioco, un diversivo, un solitario.
    O quella volta che ti chiede Perché non ti tatui un tribale sul tricipite o sul collo?
    O quella volta che mentre rientrate dal cinema, in tram, ti dice Tu sei uno atipico. E basta. Senza neppure più l'accenno all'italiano.
    O quella volta che alza gli occhi dal piatto e ti risponde, finalmente, "ti amo anch'io", ma si capisce lontano un miglio che sta caricando un "però" pieno zeppo di implicazioni.
    Insomma, controlli il cellulare e incominci a fartene una ragione. Tutto sommato, ti sembra già abbastanza esser stato con lei per un mese scarso. Fa curriculum, ti dici.
    Sorridi ascetico/ieratico. Ti metti comodo. E aspetti senza ansie il finto inceppo che sai già che arriverà.



    Perché le donne sono congegni meccanici perfetti che fingono di incepparsi quando fa comodo a loro:
    Laura aveva bisogno d'aria, non vedevi che stava soffocando?
    Chiara ti voleva troppo bene per rovinarti la vita così.
    Secondo Martina, una pausa di riflessione avrebbe fatto bene a entrambi...
    Invece, Ines se ne va come in dissolvenza: la prima sera torna tardi dall'università, la seconda ha mal di testa, la terza risponde al telefono Scusa, sto impicciatissima, ti richiamo tra mezz'ora.
    Non sei deluso né incazzato perché in fondo te l'aspettavi: nei miei racconti, c'è sempre qualcuna che prima o poi ti lascia. Ti ha lasciato?, ti chiedo davanti a una Leffe grande in happy hour. Mi guardi confuso. Ti rendi conto solo ora di quanto sia difficile individuare verbi in forma attiva che raccontino quello che è successo. Ha smesso di stare insieme a me, è la frase migliore che trovi. E non hai idea di dove sia? Ha lasciato la stanza alla Cité. Ma dove studia? Ha finito gli esami il mese scorso. Ha un lavoro? Precari, saltuari. Un fratello o un cugino a Parigi? Nessuno. Un'amica?

    Un'amica di Ines che conosci appena ti rivela un indirizzo che aveva promesso di non rivelare. Le donne sono congegni meccanici perfetti che non sanno mantenere segreti: ne rivelano a chiunque prometta di non rivelarli a nessuno.
    È un indirizzo interno alla Cité. Dentro una Maison di un altro blocco. Lungo la strada, ripensi al primo incontro in lavanderia. Ti piace cercarci dentro simboli. La lavanderia a gettoni come emblema di questo Erasmus per adulti che continua a sembrarti la tua vita da quando hai finito di fare l'Erasmus quello vero. Sono stati scritti tomi imponenti e romanzi importanti, rifletti, sul momento esatto in cui si passa dalla giovinezza all'età adulta. Ma la verità nitida e pura è che si diventa adulti, if ever, il giorno in cui si compra una lavatrice propria. Voilà. Tout simplement.
    Google Maps vibra come a dirti Sei arrivato. Chiudi gli occhi e riapri gli occhi. Immagini la faccia di Ines nel rivederti. Le tette e il sorriso grandi. Le frasi che dirà e direte: se non altro, nei miei dialoghi risulti spesso più brillante di loro.
    Il cancello della Maison è aperto. Trovi facilmente il numero della stanza. Le macchie sul tappeto ti dicono che non è sola. Ti immagini uno con la barba e i tatuaggi.

    E tu chi sei?, ti chiede il tipo con lo sguardo obliquo. Ines si affaccia dalla cucina comune: ha in mano un toast mangiato per metà, ti guarda stupita, dice Che cazzo ci fai qui. Sono venuto a prenderti, dici tu, e nel dirlo ti senti il personaggio di un film ma non ricordi quale. Si sta facendo tardi, aggiungi. Lo so che era una storia tutta storta, ma aspettiamo almeno la data di scadenza, spieghi.
    Poi ti lasci prendere la mano, in un crescendo un po' sconclusionato che non ha più niente di ascetico/ieratico.
    Vieni a vivere con me, andiamo in una casa vera, attraversiamo la Périphérique, usciamo finalmente da questo maledetto Erasmus per adulti.
    Pausa.
    Compriamo una lavatrice.
    Ines ti guarda immobile. Ha le tette grandi ma nessun sorriso.
    C'è l'apero del venerdì, butti lì, sottovoce, in un ultimo, disperato tentativo.
    Il tipo con la barba dice una frase in spagnolo che non capisci. Prende qualcosa da un cassetto, prende un cuscino dal divano, te lo porge. Tienilo così, dice. Ha il tatuaggio di un serpente sul tricipite e il tatuaggio di un anemone sul collo. Tienilo così, dice.

    Tieni il cuscino dritto davanti a te, con entrambe le mani.
    Il tipo stende il braccio verso il cuscino, punta qualcosa contro il cuscino, spara.
    Viene fuori un tonfo attutito, molto più silenzioso delle urla di Ines. Tu cadi all'indietro con un mezzo balzo, una macchia rossa sul petto.
    Non te l'aspettavi: di solito, nei miei racconti non muori.