La Chinatown di Parigi è tipo un grande formicaio colorato. Ogni cartello è in almeno tre lingue: cinese, vietnamita, tailandese... E anche i cinesi non sono mica cinesi e basta. Ci sono i cinesi della Cambogia, che non si riconoscono nei cinesi di Canton, che non c'entrano niente coi cinesi di Hong Kong. Per non parlare di quei pariolini dei taiwanesi. Arrivando a Parigi dall'Oriente, hanno accettato tutti un declassamento: i professori fanno gli idraulici, i quadri fanno gli operai, gli ingegneri fanno i fattorini. Se hanno un vizio – e ce l'hanno – hanno il vizio del gioco. – Come in Grosso guaio a Chinatown? – chiedo a Libera, che (quanto mi piace quando sa le cose) mi sta istruendo sulla popolazione del Tredicesimo. Ha un nome bellissimo, Libera. Io lo pronuncio rafforzando la B, perché, come me, lei viene da Roma. E poi lo abbrevio per comodità, così finisce che di solito la chiamo Libbe. Ha capelli cortissimi e neri, una voglia sotto il mento, occhi tondi di cui – pare assurdo – ho scordato il colore. Adora le torte alla frutta, i cartoni animati giapponesi e continua a dire che un giorno farà l'attrice o la rivoluzione. – Ma ormai sei vecchia... – Per quale delle due? In questo pomeriggio di metà gennaio, passeggiamo tra gli alimentari e i pazzi di Avenue de Choisy, fregandocene del freddo, del senso, dell'ora. Lei ha un piano, credo. Invece, il Maestro Chen è un tipetto basso e saggio che, quando parla da dietro la scrivania, si sbilancia su un piede o sull'altro, come non riuscisse a controllare la sua poca altezza; fatico a credere che sia un maestro di ballo. – Entrambi romani? – chiede il Maestro. – Sì, ma lui è un romano triste, – risponde Libbe, chiudendo rapidamente le presentazioni. – Sorridi anche se tuo sorriso è triste, perché più triste di sorriso triste è tristezza di non sorridere, – mi dice, saggio, il Maestro Chen. (Evito di trasformare le erre in elle, che sennò diventa una cosa da parrocchia, ma voi sentitevi liberi di farlo, mentre leggete le parole del Maestro Chen. E sentitevi liberi di immaginarvelo un po' come il vecchietto di Karate Kid.) – Bene. In questa scuola noi insegnare danze tradizionali cinesi, ma in fondo insegnare vita. Perché vivere e ballare stessa cosa. E mondo sempre avere musica di sottofondo: voi sentire? – Io sì, – risponde Libbe mentendo. – È per questo che terra è come ruota, – continua a dire il Maestro Chen, in una sua lingua strana che non so cosa sia ma di sicuro non è francese. Quando parla, tiene sulla bocca il sorriso ebetico finto che hanno sempre i cinesi. – In realtà terra non ruotare; terra fare piroette. – Bisognerebbe unirsi, Maestro, e insieme farla ruotare al contrario, una volta per tutte, non trova? – replica Libbe maliziosa. Lo dice facendo gli occhi ancora più rotondi del solito. E il suo vorrebbe essere un invito di carattere politico-sociale, immagino, ma qualunque essere maschile eterosessuale lo intenderebbe diversamente. – La danza è una copertura, è evidente, – mi dice Libbe, non appena siamo usciti. – Hai sentito quello che diceva sull'importanza di capire quando è il tempo giusto per partire? – Ma piantala, parlava di ritmica. – Dici così perché non sai leggere tra le righe... – Quali righe? – E comunque il Maestro è un gran figo. Hai visto come mi guardava di traverso? – Mi pare guardasse me, a dire il vero. – Secondo te gli piaccio? – Secondo me è gay. Per farla breve, Libbe si appassiona a questa cosa delle danze orientali, si convince che il Maestro è uno giusto, continua a sussurrarmi con gli occhi rotondi e dolci che insomma ma mica ce la manderò da sola. – Devi venire assolutamente. – Ma è una palla... – Non ti piace la musica tradizionale cinese? – Mi piace Battisti. – Piantala. Io faccio il difficile per qualche giorno e poi (quanto mi piace quando insiste) accondiscendo. Insomma, ci mettiamo in testa di aiutare il Maestro Chen nella preparazione della sfilata per il Capodanno Cinese che è in arrivo. È l'anno della chèvre, ci ha detto il Maestro (e io non ho osato chiedere se significhi capra o cervo). Dobbiamo infilarci dentro delle strutture di legno e carta velina. Dobbiamo imparare la Danza del Dragone e quella delle Lanterne. Dobbiamo sorridere per finta. Possiamo farcela.
La cosa va avanti per un paio di settimane e, detto tra noi, sembra pure divertente. Finché una sera, al corso, mi sembra che il Maestro mostri a Libbe dei passi nuovi con più trasporto e passione del solito. E che mentre lui lo fa, Libbe lo guardi con più malizia e desiderio di quelli che una danza tradizionale cinese richiederebbe. A fine serata, vedo che parlottano e ridono. Raccolgo lo zaino, infilo la giacca, mi avvicino. – Posso invitare tua donna a cena questa sera? – mi domanda il Maestro sottovoce. – Non è la mia donna... – Meglio così. Capello di donna lega elefante, – dice, saggio, il Maestro. Io la sapevo un po' diversa. Guardo Libbe indossare un giubbino e mettere in spalla la borsa che le ho regalato io il mese prima. – Ci vediamo dopo? – chiedo. – Ci sentiamo domani, – risponde. Li guardo uscire: lui che le tiene la porta aperta, la borsa scelta da me che rimbalza contro la maniglia, il giubbino di lei che struscia contro la giacca di lui. Quando Libbe arriva, la mattina dopo, in ritardo di mezzora, ho già bevuto un café serré e mangiato un pain au chocolat e, se non sono andato via, è solo perché devo assolutamente sapere com'è andata a finire. – Allora? Lei appoggia la borsa su una sedia, appoggia il cappotto sullo schienale di un'altra, si siede con un saltello e, insomma, in pochi secondi, in un modo o nell'altro, i suoi gesti da futura ballerina di danze cinesi distribuiscono sorrisi e adrenalina in tutto il caffè. È un dono. Una cosa che sanno fare loro e noi non impareremo mai. – Che diavolo c'è, da ridere? – domando, alzando gli occhi per finta dalle parole crociate. – È una bella giornata. – È pieno inverno. – È quasi primavera. Fiori rosa fiori di pesco, canticchia Libbe, che appena può mi prende in giro perché ascolto Battisti. – Allora? – Vuoi sapere cosa mi ha chiesto il Maestro ieri sera? – Eh. Cosa ti ha chiesto? Libbe continua a ridere come una matta. – Mi ha chiesto se sei gay. – Se sono gay? – Sì. Mi ha detto che ha capito che non stiamo insieme e allora vuole sapere se sei gay, perché pensa di essere innamorato di te. – O Signore... Adesso, quasi quasi rido anch'io. – E tu cosa gli hai risposto? – Che non lo so. – Come che non lo sai? – E che ne so, io. – Ma se ti ho scritto diecimila lettere d'amore, che neanche Pessoa ad Ophélia. – Ah, quelle... Vabbè, d'accordo. Comunque, in realtà, io dico che sotto sotto è innamorato di me. – Credici... – Ha detto che quest'estate mi porta alle Isole Diaoyutai. – Che tra l'altro sono giapponesi. – Sì, ma ha detto che ancora per poco. Appena torna in Oriente, mette su un gruppo di Samurai e le riconquista. – Anche i Samurai sono giapponesi. – Che palle... – Ti cerca solo perché hai gli occhi verdi. – Che vuoi dire? – Ma sì, come in Grosso guaio a Chinatown. In Cina, le donne con gli occhi verdi sono rare e preziose. – Io non ho gli occhi verdi, – dice Libbe, inforcando all'istante un paio di occhiali da sole con le lenti viola, che mi impediscono di verificare. Ma la Chinatown di Parigi è tipo un grande formicaio colorato impazzito. Quindi. Qualche sera dopo, proprio nel bel mezzo di una prova senza musica di danza del Dragone, irrompe in sala la polizia politica. Cinque ometti con le spalle larghe e la schiena dritta che, più che cinesi, sembrano tedeschi bassi. Fanno uscire in gran fretta tutti gli altri e schierano noi tre, in riga, contro una parete ovviamente arancione. Sembrano conoscerci da una vita. – Sappiamo tutto, – dice quello che deve essere il commissario. – Altro che danza del Dragone, qui si complotta contro la Repubblica Popolare. – Cazzo voi dire? – esclama il Maestro Chen con gli occhi sgranati. – La danza è una copertura. Non fare il furbo. Vi seguiamo da settimane. – Ma che cazzo... – ripete il Maestro. Mentre Libbe esclama tutta eccitata: – Ma allora è vero che era solo una copertura! –, mentre io sbatto la testa contro la parete arancione e dico a voce alta: – Lo sapevo che non dovevo venire, – mentre il Maestro Chen, già che c'è, tasta il culo a quel figo del commissario. – Commissario, se ci segue da settimane, lei sa che io non c'entro nulla con questa storia. Anzi, – dico guardando Libbe, guardando lui e guardandomi intorno, – io, qui, proprio non ci volevo venire. Il commissario ride selvatico e insieme inespressivo, come riderebbero i cinesi se fossero sotto sotto anche un po' tedeschi. – Chiedo ufficialmente di poter tornare a Parigi, – aggiungo col petto in fuori e la mano sul cuore. – Ahah, questo lo vedremo, – risponde il commissario, sfogliando con disattenzione i nostri passaporti, che chissà come sono finiti tra le sue mani. Lo stereo ha ripreso a trasmettere musica tradizionale cinese in otto tempi. Il Maestro Chen è confuso e continua ad osservare il commissario con una punta di desiderio. Libbe sorride fiera e gonfia il petto, come una rivoluzionaria che sa tutto ma non dirà nulla. – Ma dove siamo finiti? – mi chiede. – A Pechino, – invento io, col filo di voce che riesco a trovare. Uno dei poliziotti scopre una botola e scendiamo una scala pericolante. Attraversiamo una galleria in cui c'è odore di riso e piscine. Scendiamo ancora. Dopo l'ultimo dei gradini, si apre una saletta circolare che sembra una vecchia tabaccheria abbandonata, adibita a ritrovo di sette segrete. C'è puzza di fumo di pipa. – È il seminterrato dell'ARFOI, – dico a Libbe. – De che? – Association des Résidents en France d'Origine Indochinoise. – Ma non eravamo a Pechino? Una mano sinistra mi prende la mano destra e ci stampa sopra un timbro blu. – Così, se vuole uscire a fumare una sigaretta, poi può rientrare senza problemi. Io guardo incredulo le due mani e insieme guardo incredulo tutto quello che mi circonda: un tavolo da gioco enorme con tappeto verde, un gruppetto di individui buffi e d'altri tempi che vi siedono intorno, un uomo a capotavola che è tale e quale Marrabbio di Kiss me Licia, solo con un naso un po' più a punta e un'espressione più cattiva. – Welcome! – mi dice con una voce da bounty killer. – Sono Marrabbio, lo zio di Kiss me Licia. – Ma Marrabbio non era il padre? – mi chiede Libbe sottovoce. – Ma infatti, – mi verrebbe da urlare. – E poi era pure giapponese... Finiamola con questa pagliacciata incoerente! Però, proprio in quel momento, alzo gli occhi verso Marrabbio e mi accorgo che, mentre si passa un dito sui baffetti, rigira tra le mani il mio passaporto; e un po' mi guarda e un po' lo sfoglia distrattamente, come se fosse una rivista da parrucchiere. – Enchanté, – rispondo allora, sfoggiando il migliore dei miei sorrisi cinesi finti.
TrovareCasaAParigi ha da poco compiuto un anno. Così ho pensato di raccogliere e infiocchettare i primi dieci racconti (mezza Parigi) in formato pdf e ebook.
Per l'occasione, ho riletto tutto, riscritto molto, buttato via qualcosa, corretto il resto. E aggiunto qualche contenuto extra, per i più affezionati: una scena tagliata, un finale alternativo, un sequel, un backstage, qualche trailer...
Giulio gira in tondo, lo sguardo stanco sui tavoli pieni. Il vassoio in mano, gli occhiali che scendono sul naso, la bottiglietta d'acqua in equilibrio precario sul vassoio. Se c'è una cosa che odia, è fare le cose che fanno tutti nel momento in cui le fanno tutti. Sbuffa. Una ragazza bionda che somiglia a sua nipote gli fa un cenno con la mano. Indica il posto vuoto di fronte a lei. – Non mi piace mangiare da sola. – Dio la benedica... – Mi dia pure del tu. – Sa chi mi ricorda? – Sua nipote? – Anche... Ma, soprattutto, una donna che ho conosciuto a Parigi negli anni Sessanta. Spaghetti, pollo, insalatina: questo è quello che ordinava tutte le sante volte, quando veniva a cena da Carmine l'Italiano. Io lo so, perché lavoravo lì. Davo una mano in cucina o ai tavoli, e ogni martedì e giovedì sera la intravedevo arrivare, appena uscita da una di quelle brasserie jazz sotto Pigalle, che facevano tanto Detroit. Piena zeppa di stanchezza e adrenalina; vestita ma non troppo; accompagnata ogni volta da un uomo, difficilmente lo stesso della volta prima. Se potevo, a un certo punto della serata, trovavo una scusa per sgusciare via dalla cucina, con finta noncuranza, senza dare nell'occhio, come fanno – negli assoli jazz – i jazzisti quelli bravi. Sfilavo dietro le piante e il televisore e facevo giri inutili per spiarla. Aveva un suo tavolo preferito: lato ovest, angolo finestra. Finché una sera, magicamente – con una mossa ardita da free jazz – sciolse i capelli e si presentò da sola. Carmine la accolse con un mezzo inchino. Io ero a mio modo un bel giovane: spalle larghe, occhi stretti, fascino mediterraneo. Cercai di usarlo, sorridendo a ogni portata e rischiando qualche battuta sul tempo e la politica. Quando si alzò da tavola e si allontanò, sorrideva anche lei. Ha dimenticato la ricevuta sul tavolo, le gridai dietro.
Una tazzina di caffè, qualche mese dopo, cambiò almeno due vite e ne interruppe una terza. Con Lola, avevamo passato giorni favolosi. Se c'era sole, passeggiavamo per i Grands Boulevards, se c'era pioggia ci riparavamo nei Passages Couverts. Se faceva freddo o ci veniva voglia, ci rinchiudevamo da me. Sembravamo adolescenti, e in fondo un po' io lo ero. Una volta, mentre facevamo l'amore, l'avevo fissata e le avevo chiesto Mademoiselle, volete sposarmi? Lei aveva continuato a farsi fare l'amore e, fissandomi, aveva risposto Oh yeah. Lui si chiamava Arnaud ed era un clarinettista nero con due polmoni spaziali. Suonava swing o suonava jazz, a seconda delle sere, e il suo fiato e la voce di Lola sembravano fatti apposta per svolazzare insieme nell'aria dell'Olympia. Un paio di volte, andai a vederli esibirsi: era come se, mentre suonavano e cantavano, in realtà conversassero, se la raccontassero, si dicessero cose. Tu spettatore, avevi quasi paura di essere di troppo. Qualche settimana dopo, Arnaud, lo trovarono morto nella sua camera d'albergo. Un infarto, si disse. Strano, si commentò. Chi se lo sarebbe mai aspettato, per un trentacinquenne che era un armadio e aveva due polmoni come i suoi?
A malapena riesco a mandar giù qualcosa, quando sono nervoso. Quella mattina (perché questa non è soltanto una storia di pranzi e di cene, ma è anche sporadicamente una storia di colazioni) non riuscii ad ingoiare neppure un biscotto. Devo parlarti, mi aveva annunciato Lola dopo cena. Andiamo da me?, le avevo proposto. Non se la sentiva di andare avanti, le cose non erano più come all'inizio, questa storia bisognava finirla perché in realtà, se per caso non me ne ero accorto, era già finita da un pezzo e stava solo aspettando (lei, la storia) che noi (noi due) ce ne rendessimo conto. I discorsi che fanno le donne quando dovrebbero dire che sono innamorate di un altro e, anziché dire quella frase semplicissima, fanno dei ghirigori di parole assurdi che tirano dentro le storie, l'amore, le vite. C'è dell'altro?, le avevo chiesto. No che non c'è dell'altro, aveva risposto. Invece sì, che c'era dell'altro. Quando voi donne parlate delle storie, anziché di chi le vive e le muove, c'è sempre dell'altro. Però, in questo caso, Lola andava capita e giustificata, e magari persino un po' coccolata. Invece sì che c'è dell'altro, le avevo detto. C'è che tu eri innamorata di Arnaud. Avevamo passato la notte abbracciati ma senza fare l'amore, come una bambina cresciuta e un padre giovane. Al mattino, le avevo preparato la colazione.
Invece ti ricordi della prima sera? Lei che arriva da sola e siede al solito tavolo? Io che sorrido e scherzo sul tempo e la politica? Lei che lascia sul tavolo la ricevuta del ristorante? Passai la notte a rigirarmi quel pezzo di carta tra le mani. Dopo un'ora, avevo imparato il suo numero a memoria e avrei saputo riprodurre la sua firma con precisione da falsario. Aspettai che fosse mattina; aspettai che fosse un orario decente; telefonai. Ti chiami Lola, le dissi. E tu invece sei italiano, disse lei, come se per un italiano non servisse anche un nome.
Che appetito insieme a te, stasera. Ti confesso una cosa: neanche a me piace mangiare da solo. A mangiare da soli, finisce che uno si intristisce, guarda il piatto, conta gli anni, e allora il cibo se ne accorge, e si raffredda e raggruma. Invece, mangiare in compagnia fa bene al cuore e stimola la digestione; non dimenticartelo mai. In quei mesi, con Lola ci lanciavamo in abbuffate epiche. Le piacevano i bucatini all'amatriciana. Quelli mi vengono bene sempre: datemi un pezzo di guanciale e è fatta. E poi le preparavo un tiramisù che a Parigi non l'avevano mai visto e chissà se adesso qualcuno gliel'ha insegnato. La maggior parte delle persone, quando deve descrivere la vita, dice che è un fiume, una strada, una montagna. Un filo sottile e trasparente... Per me e Lola, no. Per me e Lola, la vita era (prendi un bel respiro) una tavola apparecchiata canticchiando e il bisogno di sedervi con qualcuno che portasse il tempo battendo con la forchetta sul bicchiere, con senso del ritmo e maleducazione.
A Parigi, ero arrivato una sera che pioveva, altissimo e povero, con in mano l'indirizzo dello zio di un amico, che per quanto ne sapevo poteva anche essere morto o emigrato in Olanda. Mi ero inventato prima imbianchino e poi cameriere. Avevo conosciuto Carmine, conosciuto stanze con le macchie sottotetto, conosciuto la durezza di una lingua che non è tua ma piano piano, se ti impegni, lo diventa. Avevo imparato a distinguere desideri e bisogni, e il gusto incosciente di trascurare i secondi per soddisfare i primi. Avevo incrociato la donna della mia vita e visto morire l'uomo della donna della mia vita. Passato giorni confusi, dormito notti insonni. Ne sarei ripartito un mattino di sole, con addosso un sorriso triste e un bagaglio leggero: sembrerà una banalità, ma la maggior parte delle cose, le avrei portate dentro. Chiesi a Lola di vederci un'ultima sera. Scelsi un martedì o un giovedì, perché la volevo piena zeppa di adrenalina e stanchezza. Complimenti per il frac, disse Carmine, aprendoci la porta con un inchino. E scelsi il solito tavolo, perché tutto doveva essere perfetto. Lato ovest, angolo finestra, semibuio: ci tengo, agli addii. Lei ordinò il suo tipico menu. Io ordinai una pasta al pesto e del formaggio italiano. Avevi promesso che ci saremmo sposati, dissi mentre aspettavamo il primo. Le promesse sussurrate mentre si fa l'amore non valgono, rispose lei, due portate più tardi.
– È una storia bellissima. – C'è qualcosa che non ti ho raccontato. Giulio strofina contro il tovagliolo le dita unte di pollo. Guarda in basso oppure di lato. – Arnaud. – Eh... – L'ho avvelenato. Secondi di silenzio. In cui Giulio non ha idea di cosa lei faccia, perché sta ancora guardando altrove. – Quel pomeriggio, era passato al ristorante per un caffè. Un paio di respiri lunghi. Un pacchetto di sigarette poggiato sulla tavola. Una risata che arriva da un'altra conversazione. Quando Giulio torna a guardarla, la ragazza che somiglia a sua nipote sta intrecciando le dita nei riccioli biondi. Lo scruta dal basso verso l'alto. – Sta scherzando, vero? Giulio porta alla bocca una sigaretta spenta. – Sono un vecchio tabagista storyteller. Le donne non mi guardano più, ma io so ancora tenerle incollate ai miei racconti per qualche decina di minuti. – Io potrei innamorarmi, di lei. – Tu potresti essere mia nipote. Rigira in bocca la sigaretta spenta e guarda divertito la ragazza. Lei apre la borsetta. Tira fuori una biro. Scrive qualcosa sul retro del suo scontrino. Se ne va.
In attesa di capire come andrebbero usati microfoni e registratori, consiglio di ascoltare in cuffia (così il rimbombo è un po' meno fastidioso, sia per voi che per i vicini).
(capotasto sul primo) 1. re fa# hai passeggiato controvento per trent'anni e qualche mese sol con il tuo bagaglio a mano di proiettili e di rose si- fa#- quant'è vero che hai lasciato errori stesi ad asciugare sol e se hai provato ad impazzire, ci hai provato con piacere re la- nonostante sappia bene quanto è finta una canzone sol e che io sto alla tua penna come stanno le lattine si- la a un apriscatole affilato, adesso mettiti seduto sol chiudi gli occhi, se ti pare
e preparati a tacere re fino a quando avrò finito
2. quant'è vero che parlavi raramente di futuro e se mettevi su gli occhiali, era per guardarci il cielo ti sembrava così strano non trovarci proprio niente che non fosse immateriale oppure troppo più distante della punta delle dita che stringevano il monile con cui mi hai grattata via dalla tua scratch map mentale io ero un film senza il sonoro dato solo in due o tre posti tu eri un pezzo dei baustelle ma cantato un tono sopra e con gli accenti messi giusti
rit. sol la re la- e adesso giri in questa stanza che non è che un'astrazione sol come un trompe-l'oeil dell'anima, dal quale guardi uscire si- fa#- personaggi immaginari, marionette del passato sol che ti dicono stai calmo, adesso mettiti seduto la re la- adesso smetti di pensare sia una specie di partita sol che non va per forza vinta, ma anche solo respirata si- la questa vita che rimbomba nelle voci della gente sol allineata giù per strada
per fissarti alla finestra re la sol re la sol acrobatico e distante
3. quant'è vero che hai lasciato amori stesi ad asciugare che a centrifugarli insieme forse stingeranno pure come è stinto il mio sorriso, marzo del duemilanove quando un tuo cambio d'armadio l'ha riposto in un cartone quando un tuo discorso idiota si è affrettato a sparpagliare naftalina ed antitarme tra l'esofago e l'addome tu eri un film di lars von trier proiettato all'orizzonte io ero un pezzo delle luci ma suonato all'ukulele e coniugabile al presente
rit. e adesso giri in questa stanza che non è che un'astrazione come un trompe-l'oeil dell'anima, dal quale guardi uscire personaggi immaginari, proiezioni del passato che ti chiedono hai finito? non ti sembra esagerato avere crisi dei trent'anni ad ogni cambio di stagione? non c'è niente da stravincere, non è che una canzone e ormai non è che un sottofondo il mormorare della gente sulla voce di tua madre che accarezza il davanzale e dice chiudi, fa corrente
Chez Paul, il y a les fourmis. Chez Paul, si vous y regardez de plus près, il y a toujours eu les fourmis : dans le placard à biscuits, sous le lavabo, dans les petits trous entre l’armoire et le mur, dans le bac à douche, le long des pieds de la table, à l’intérieur du Nesquik : la maison de Paul a toujours été remplie de fourmis. Mais avant, les fourmis étaient des petites fourmis. Il les regardait et elles ne lui faisaient même pas peur, les fourmis. Parfois il lui arrivait même d’en écraser une. Comme ça. Pour que ça serve d’avertissement à toutes les autres. Et tous les jours, invariablement, avant de sortir, il disait : – Mes belles fourmis, pour cette fois vous vous en tirez parce que je suis pressé. Mais dès que j’aurai un moment, je vous écraserai toutes. Disons, cet été. Cet été, quand je serai en vacances, je vous jure que je vous exterminerai.
Avant, elles étaient petites, les fourmis de la maison de Paul. Des fourmis normales. Aujourd’hui, elles se sont transformées en créatures énormes qui font peur. Certaines font même trois doigts de long. Ou même une demi-paume de main. Et une demi-paume de main de fourmi, très très moche, très très poilue, eh bien ce n’est pas de la blague. Elles ont grandi petit à petit, jour après jour. – Ce doit être parce qu’elles sont bien nourries, dit Paul. – Ce doit être parce que mon Nesquik leur fait du bien, aux fourmis, dit Paul. Et elles parlent, les fourmis de la maison de Paul. Oh, pas des grands discours, elles ne se lancent pas dans un spectacle de cabaret; mais elles se font comprendre. À lui, par exemple, elles l’appellent « Monsieur ». Au début, c’était tout un cérémonial, « Monsieur, bonjour », « Monsieur, bonsoir », « Monsieur, bonne nuit ». Si bien qu’il pensait : – Oh, au moins ce sont des fourmis bien éduquées, polies, respectueuses. Des fourmis de compagnie, même. Et puis elles ont commencé : – Monsieur, vous nous préparez des pâtes à la sauce tomate ? Monsieur, vous nous faites le café ? Monsieur, la prochaine fois que vous ferez les courses, s’il-vous-plaît, n’oubliez pas la pastèque. Des fourmis exigeantes, voilà ce qu’elles sont devenues ; et vous pouvez toujours leur expliquer qu’il faut mieux éviter le café parce que c’est un excitant, et que la pastèque n’est pas de saison… Un matin, Paul s’est réveillé et il lui manquait la moitié du petit doigt. – Ah non, a-t-il dit avec une pointe de rancœur, ça, ça ne va pas du tout. Je me mets en quatre pour vous et c’est comme ça que vous me remerciez ? – Les cornflakes pour le petit-déjeuner étaient finis, Monsieur, lui ont-elles répondu toutes en cœur.
L'invasion
Les fourmis de chez Paul, petit à petit, ont pris possession de l’appartement. Le frigo, la télé, le piano : tout leur appartient. Elles ont même commencé à appeler les fourmis amies des appartements voisins, et hop, les voilà qui font la fête tous les soirs. Elles sont devenues de plus en plus nombreuses et de plus en plus grosses. Et elles ont commencé à le menacer ; s’il en parle à quelqu’un, gare à lui ! Elles le réduiront en miettes et elles le mangeront tout cru. Une fois, l’une d’elles, toute disproportionnée et obèse, s’est présentée et lui a même remis la liste des courses. – Monsieur, je vous parle au nom de toutes les fourmis de cet immeuble, a-t-elle dit. Il nous faudrait : des biscuits, du miel, du chocolat, des poires et bien sûr, de la pastèque. Paul a regardé cette créature étrange, moche, poilue et toute disproportionnée qu’elle était, ces 250 grammes de fourmi, et il a répondu : – Mais bien sûr, Mesdames les fourmis. Donnez‑moi donc la liste, je reviens le plus vite possible. Mais après, dès qu’il a mis le nez dehors, il a pensé : – Tu peux toujours courir, que j’y retourne, là-dedans ! – Ce sont peut-être des fourmis, mais elles mangent comme des sangliers et elles se multiplient comme des lapins, s’est dit Paul. Cependant, ensuite, il a eu une autre idée. Il est allé au supermarché et il a acheté un déguisement de fourmi et il l’a endossé. Vous l’auriez vu, habillé en fourmi : un vrai mannequin. Ah ça, quand il est rentré chez lui, personne ne l’a reconnu ! Elles l’ont pris pour une fourmi, lui aussi ! Alors, pris au jeu, Paul a imité cette petite voix idiote qu’elles ont et il a demandé : – Mais où est donc passé notre Monsieur ? Il n’est pas encore rentré du supermarché ? Et une fourmi, toute naïve, a répondu : – Pas encore. Dieu sait où il est allé se fourrer. S’il ne nous rapporte pas tout ce que nous lui avons demandé, cette fois nous le réduisons en miettes et nous le mangeons pour de vrai. – On se le mange, le Monsieur, – a répété une autre. Et puis, toutes en cœur : – Oui ! Et comment, qu’on se le mange. – Monsieur mon cul, – a dit l’une d’elles, mal éduquée, en riant. Et les voilà toutes qui rient avec elle en répétant : – Monsieur mon cul, Monsieur mon cul, ha, ha, ha ! Alors peut-être que Paul a eu peur, peut-être qu’elles ont reconnu l’expression de son visage, ou peut-être son odeur...le fait est que l’une des fourmis l’a montré du doigt et a dit : – Mais c’est lui, le Monsieur, vous ne le voyez pas ? C’est lui, mais déguisé ! – C’est vrai, c’est vrai !, ont-elles toutes commencé à répéter, de leur petite voix agaçante. Et elles se sont mises à le suivre, comme des créatures carnivores et possédées. Alors Paul s’est enfui, il est retourné en courant au supermarché et il a acheté : les biscuits, le miel, le chocolat, les poires et même une pastèque cultivée sous serre.
Le Pont des Arts
Paul ne m’adresse jamais un regard. Il garde les yeux fixés devant lui. Ce n’est pas qu’il ait le regard perdu, ce n’est pas qu’il soit absorbé dans ses pensées. Non, c’est simplement qu’il ne bouge jamais le cou et ne regarde que ce qui passe dans son champ de vision. Il y a une demi-heure, alors que je me promenais sur le Pont des Arts, que j’étais perdu dans mes pensées et que j’écoutais les chansons françaises, et que je regardais les groupes de jeunes gens installés sur le pont avec leur vin et leur camembert, et les amoureux avec leur salade et leur champagne, il se trouve que je suis entré, inopinément, dans le champ de vision de Paul. Il m’a hurlé quelque chose que je n’ai pas compris. Je me suis retourné, j’ai enlevé mes écouteurs et alors je l’ai vu, cet homme, qui semble vraiment avoir été extirpé d’une chanson de Brassens. À ce moment-là, d’un ton un peu plus doux, il m’a demandé si j’avais du feu. Je ne fume pas, mais j’ai toujours un briquet sur moi. Parce que j’ai appris que lorsque vous vous promenez dans Paris, il suffit que vous ayez un briquet dans la poche pour que les possibilités de faire des rencontres intéressantes se multiplient.
Paul n’y retourne plus, chez lui. Elles se le mangeraient tout cru, elles ne plaisantent pas. Non, un soir, il a pris son courage à deux mains, il est allé voir sa mère et il lui a tout raconté. Au début, elle l’écoutait sérieusement et elle lui disait d’essayer le talc. Puis, quand il lui a eu bien expliqué la situation, elle s’est mise à pleurer ; pensez donc, du talc. Elle pleurait, elle pleurait, elle pleurait tellement que Paul lui a dit : - Maman, ne t’inquiète pas, je sais que c’est une sale situation mais ne t’en fais pas : je ne retournerai plus chez moi et elles ne me mangeront pas.
Maintenant, un couple pénètre dans le champ de vision de Paul. Il est grand, elle est blonde. Il a un sac à dos gigantesque, elle porte un petit sac à main et un cadenas. Ils s’approchent de la rambarde du pont, ils se regardent, ils attachent le cadenas au milieu d’un tas d’autres cadenas, ils comptent, un, deux, trois. À trois, ils s’embrassent et jettent la clé dans la Seine. Paul, enfin, presque par miracle, tourne le cou vers moi et déclare d’un ton neutre : - Ils sont dingues. Puis il avance sa main droite vers le col de mon polo et fait mine d’écraser quelque chose. - Qu’est-ce que tu fais ?, lui demandé-je. Il ne répond pas mais écrase quelque chose d’autre à hauteur de mon genou. Puis il écrase quelque chose par terre. - Mais combien vous êtes, putain ?, crie-t-il. Alors il se relève, Paul, et il commence à écraser avec son pied, par-ci, par-là, au hasard. Au hasard mais avec précision, hein, comme dans une danse de Saint-Guy savamment orchestrée. Et parfois, même, il donne des coups de pied. Et il dit l’équivalent italien de « Dégage » et il agite les bras. Il bouge frénétiquement sur le pont, qui désormais est presque bondé, et tout le monde le regarde. - Mais ce sont vraiment celles de chez moi !, dit-il. - Mais maintenant, ici aussi ? Et il saute, un peu pourchassé mais un peu pourchassant aussi, tout en continuant d’écraser et de distribuer des coups de pied et, de temps en temps, il donne une espèce de chiquenaude à quelqu’un, ou bien il époussette une épaule de sa main. Et il saute, et il court et il écrase. - Monsieur mon cul !, l’entends-je encore hurler tandis qu’il s’éloigne de l’autre côté du pont.
Les photos de cet article ne sont pas de moi. Je les ai prises sur Internet et, entre nous, elles sont peut-être même protégées par copyright. C’est que moi, j’y suis retourné, l’autre jour, sur le Pont des Arts, avec mon bel appareil photo, mais une surprise m’y attendait : ils étaient en train de tout démonter. Il semble que la Mairie de Paris, il y a tout juste quelques semaines, ait décidé d’enlever les cadenas car leur poids était trop élevé et mettait en danger la stabilité du pont. Paul n’était pas là non plus.
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