Fine anno sembra un buon tempo per linkare questo racconto uscito su Narrandom qualche mese fa.
questo non è un blog su come trovare casa a parigi, ma magari così qualcuno ci finisce sopra per sbaglio
Visualizzazione post con etichetta extra-muros. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta extra-muros. Mostra tutti i post
giovedì 31 dicembre 2020
martedì 11 febbraio 2020
andarsene restare esserci cercarsi
martedì 3 aprile 2018
case
La casa di Monaco è, tra le case della mia vita, la più calda.
È una delle prime cose che ho notato, entrandoci dentro e prendendo a viverci. Assieme a un odore misto di pulito e di chiuso. Invece, una delle ultime cose che ho capito è perché sia così calda. Hanno dovuto spiegarmelo. Hanno dovuto mostrarmi, e farmi toccare con mano, che il riscaldamento viene da sotto: da terra: viene dal pavimento. La Germania è un paese freddo, ma i tedeschi sono garbati, alti e hanno il senso pratico degli americani senza la loro sfacciataggine.
La casa di Monaco, da quando ci sono entrato io, non ci è entrato più nessuno. Tranne una volta il tipo della sicurezza, che provava a illustrarmi qualcosa parlando in tedesco. E, uno dei primi giorni, un imbianchino che senza spiegarmi nulla ha poggiato i secchi in un angolo e ha iniziato ad avvolgere teli trasparenti intorno ai mobili della cucina.
Sarà il freddo, la spossatezza che mi porto dietro da case ed esperienze precedenti, sarà che i primi tempi non conosci nessuno ed è normale, sarà che il cucinino è piccolo ma funzionale e mi diverto a cucinarci – ma insomma la casa di Monaco è quella in cui ho passato, normalizzando rispetto al periodo trascorso, più tempo dentro. Non vuol dire che sono depresso; non credo. Al massimo vuol dire che sto invecchiando, o che sono in pace, o che ho cose da chiarire e studiare ma da chiarirmi e studiare da solo.
Per questo, mi sorprende, e molto, il rumore di nocche contro la porta.
Guardo dallo spioncino (la casa di Monaco ha uno spioncino).
– Chi è?
– Ouvre.
Charlotte ha ventitré anni, e mi ricordo come fosse ora quella volta che ne ha compiuti venti mentre io ne compivo trentacinque. Trentacinque diviso due fa diciassette, col resto di uno. Venti più diciassette fa trentasette. Più uno che ne riportavo fanno trentotto. E sono quelli che compio oggi, mentre nocche di una mano francese ventitreenne bussano contro la porta della casa di Monaco.
– Che ci fai qui?
– Tu, che ci fai qui?
La voce di Charlotte carica sul "tu" un accento di frase talmente forte che deve averlo accumulato in settimane di chat facebook non risposte.
– Tu, che ci fai qui?
Adoro il suo italiano con accento francese almeno quanto lei adorava il mio francese con accento romano.
Va verso la finestra e la apre senza chiedere nulla. Ha sempre aperto e chiuso finestre – e porte, e parentesi – senza chiedere nulla.
Cerca riferimenti, guarda il sole, guarda l'ora.
Poi dirige un dito verso un punto distinto dell'orizzonte.
– Parigi, – dice.
La casa di Parigi è, tra le case della mia vita, quella in cui ho fatto più volte l'amore senza essere innamorato.
Dentro c'erano un televisore inutilmente grande, un soppalco troppo basso per dormirci, un letto 190x135, il frigorifero in camera anziché in cucina. Il problema di Parigi sono le misure. Non ci sono spazi. Né al ristorante, né al lavoro, né in casa. La Francia è un paese umido e i francesi sono persone mediterranee ma distanti: sono gatti mediterranei; e però hanno un rapporto nordico e continentale coi problemi: azzerano quelli che per un italiano sono problemi veri, e poi ne vedono dove io proprio non riesco.
La casa di Parigi è anche quella in cui ho scritto di più. Pochissimo, ma comunque più che nelle altre. Mi ero imposto 1800 caratteri al giorno, e sono riuscito a farlo per quattro giorni. La casa di Parigi è quella in cui ho preso a impormi regole e disattenderle in maniera quasi malata. La Sindrome di Zeno, mi è piaciuto chiamarla. Ho smesso più volte e più volte ricominciato a bere caffè, a bere alcol, a guardare filmati porno, a non mettere la sveglia, a usare sughi pronti.
Era una casa buia, faticosa e sovraprezzata, ma mi convincevo e convincevo gli altri che alla fine non aveva difetti grossi. Perché trovare casa a Parigi è un'esperienza fondante, e solo dopo che l'hai fatta puoi dire di saper dare il giusto significato alla parola compromesso.
Una ragazza di cui non sono innamorato tira su la testa dal cuscino e mi domanda insonnolita se ha bussato qualcuno.
– Chi è?, – chiedo a voce alta.
– Sono io, – risponde una voce che so di conoscere ma fatico a collocare.
– Che faccio? – chiedo a voce bassa.
– Vai ad aprire.
Infilo in fretta un pantalone e una felpa.
La mia professoressa di italiano e storia delle medie non è invecchiata.
– Ho saputo che scrivi 1800 caratteri al giorno.
– Ci provo...
– E che non bevi più caffè.
– Posso darle finalmente del tu?
– Il tuo posto non è qui.
– Neanche il suo. Neanche il tuo.
– Ho due biglietti per un treno di notte.
– Quello del film?
– Quello del libro.
Mi volto.
– Devo andare, – dico a voce bassa.
La ragazza ha finito di rivestirsi e sta cercando insonnolita qualcosa nella borsa.
Si avvicina; la prendo tra le braccia.
– Non ti amo, – sussurro.
– Neanch'io, – risponde lei.
E poi ci baciamo.
La casa di Lisbona è, tra le case della mia vita, quella in cui ho avuto più problemi di stomaco.
Che poi la casa di Lisbona non è una casa sola. La casa di Lisbona sono sei case in un anno, e cinque nei primi sei mesi. E in particolare, una casa che abitavo solo nei giorni feriali perché nei weekend la proprietaria ci faceva una specie di airb&b e io chiudevo tutto dentro una valigia e andavo a dormire da lei.
Erano i tempi della crisi nera, quella che in Portogallo è arrivata prima che da qualsiasi altra parte in Europa. E la sentivano tutti, e ne parlavano tutti. E i proprietari di case si arrangiavano anche così.
Le case di Lisbona hanno letti scomodissimi, da mal di schiena e torcicollo fissi. E tanta, troppa luce che entra in camera da dietro le tende e gli scuri. Lisbona è una bomba di luce. Per questo i portoghesi tengono sempre gli occhi stretti e a quarant'anni ci hanno le rughe intorno. Sono gente per bene, i portoghesi. Cordiali e semplici. Hanno la voce triste e, dentro, una retroanima selvatica e primitiva, che secondo me viene dalla prossimità all'oceano.
La casa di Lisbona è quella in cui ho ospitato più persone. Arrivavano a frotte con cibi e libri italiani nelle valigie e io li portavo a passeggiare da Cascais all'Estoril, a mangiare i pastéis, a sentire il fado, a bere la ginjinha, e se c'era tempo a Sintra. Trascorrevo giornate intere fuori casa. All'inizio mi sentivo giovane e di passaggio; dopo i primi sei mesi, soltanto di passaggio. La casa di Lisbona è quella in cui sono invecchiato più rapidamente.
Bussano. Ci avrei giurato: da che mi ricordo, da sempre, da quando ero bambino, mai una volta che si porti le chiavi.
Non gli chiedo dove sia stato, perché tanto lo so già che ha camminato a caso per i vicoli di Alfama che gli ricordano altri vicoli, e poi si è seduto sulla panchina di fronte casa, quella dove batte sempre il sole.
– Facciamo una aglio e olio e poi partiamo.
Spotify passa musica italiana anni novanta.
Lui sfoglia il giornale italiano di cinque giorni prima.
Io intanto trituro il prezzemolo.
– Sei sicuro che non sei stanco? Possiamo rimandare...
– No, papà. Partiamo stasera.
La casa di Marano è la casa dei ritorni.
Ancora oggi, che pure ci manco da quasi dodici anni, quando parlo di casa intendo quella casa lì e quando utilizzo il verbo tornare intendo tornare in quella casa lì.
Resta il posto in cui ho dormito più notti. Ma l'ho fatto, nel corso degli anni, in letti diversi o almeno in letti posizionati diversamente. Un tempo ce n'erano due, a dividersi lo spazio di una camera, e io e mio fratello a dividerceli. Da quando la casa di Marano è diventata la casa dei ritorni, in quella camera è rimasto un solo letto e ci sono più spazio e più silenzio.
All'ultimo piano c'è una soffitta piena di scatoloni. Lì dentro, in mezzo a vecchi elettrodomestici, vecchi computer, vecchie stoffe, ci sono oggetti, libri e appunti di quando ero piccolo e di quando ero giovanissimo.
La casa di Marano è, tra le case della mia vita, quella da cui ho buttato via meno cose. Le case successive sarebbero state segnate da traslochi difficoltosi e rapidi, che come catarsi avrebbero ripulito scaffali e coscienza. Qualcuno, prima o poi, dovrebbe scrivere un elogio del trasloco, che insegnasse l'arte di tenerlo in bilico tra il fare i conti con se stessi e il fuggire.
Dalla finestra della camera si vedono, in due direzioni diverse, il rosa di un santuario e il bianco di una statua di Madonna. Da bambino, cattolico come mi avevano cresciuto, li cercavo con gli occhi quando avevo bisogno di consolazione o cure. Lo faccio ancora, inconsciamente, impercettibilmente, in ciascuno dei miei ritorni.
Guardo quel rosa e quel bianco, e poi mi volto verso l'interno della camera. Il letto adesso è posizionato in orizzontale, sulla parete di fondo. Mi ci appoggio, stancamente; mi lascio cadere su un fianco; mi accuccio in posizione fetale. Allontano i pensieri faticosi, cancello i pochi rumori che arrivano dalla strada, mi rannicchio ancora un po' e, quando arrivo con la fronte a toccare la punta delle ginocchia, faccio una cosa definitiva tipo nascere.
È una delle prime cose che ho notato, entrandoci dentro e prendendo a viverci. Assieme a un odore misto di pulito e di chiuso. Invece, una delle ultime cose che ho capito è perché sia così calda. Hanno dovuto spiegarmelo. Hanno dovuto mostrarmi, e farmi toccare con mano, che il riscaldamento viene da sotto: da terra: viene dal pavimento. La Germania è un paese freddo, ma i tedeschi sono garbati, alti e hanno il senso pratico degli americani senza la loro sfacciataggine.
La casa di Monaco, da quando ci sono entrato io, non ci è entrato più nessuno. Tranne una volta il tipo della sicurezza, che provava a illustrarmi qualcosa parlando in tedesco. E, uno dei primi giorni, un imbianchino che senza spiegarmi nulla ha poggiato i secchi in un angolo e ha iniziato ad avvolgere teli trasparenti intorno ai mobili della cucina.
Sarà il freddo, la spossatezza che mi porto dietro da case ed esperienze precedenti, sarà che i primi tempi non conosci nessuno ed è normale, sarà che il cucinino è piccolo ma funzionale e mi diverto a cucinarci – ma insomma la casa di Monaco è quella in cui ho passato, normalizzando rispetto al periodo trascorso, più tempo dentro. Non vuol dire che sono depresso; non credo. Al massimo vuol dire che sto invecchiando, o che sono in pace, o che ho cose da chiarire e studiare ma da chiarirmi e studiare da solo.
Per questo, mi sorprende, e molto, il rumore di nocche contro la porta.
Guardo dallo spioncino (la casa di Monaco ha uno spioncino).
– Chi è?
– Ouvre.
Charlotte ha ventitré anni, e mi ricordo come fosse ora quella volta che ne ha compiuti venti mentre io ne compivo trentacinque. Trentacinque diviso due fa diciassette, col resto di uno. Venti più diciassette fa trentasette. Più uno che ne riportavo fanno trentotto. E sono quelli che compio oggi, mentre nocche di una mano francese ventitreenne bussano contro la porta della casa di Monaco.
– Che ci fai qui?
– Tu, che ci fai qui?
La voce di Charlotte carica sul "tu" un accento di frase talmente forte che deve averlo accumulato in settimane di chat facebook non risposte.
– Tu, che ci fai qui?
Adoro il suo italiano con accento francese almeno quanto lei adorava il mio francese con accento romano.
Va verso la finestra e la apre senza chiedere nulla. Ha sempre aperto e chiuso finestre – e porte, e parentesi – senza chiedere nulla.
Cerca riferimenti, guarda il sole, guarda l'ora.
Poi dirige un dito verso un punto distinto dell'orizzonte.
– Parigi, – dice.
La casa di Parigi è, tra le case della mia vita, quella in cui ho fatto più volte l'amore senza essere innamorato.
Dentro c'erano un televisore inutilmente grande, un soppalco troppo basso per dormirci, un letto 190x135, il frigorifero in camera anziché in cucina. Il problema di Parigi sono le misure. Non ci sono spazi. Né al ristorante, né al lavoro, né in casa. La Francia è un paese umido e i francesi sono persone mediterranee ma distanti: sono gatti mediterranei; e però hanno un rapporto nordico e continentale coi problemi: azzerano quelli che per un italiano sono problemi veri, e poi ne vedono dove io proprio non riesco.
La casa di Parigi è anche quella in cui ho scritto di più. Pochissimo, ma comunque più che nelle altre. Mi ero imposto 1800 caratteri al giorno, e sono riuscito a farlo per quattro giorni. La casa di Parigi è quella in cui ho preso a impormi regole e disattenderle in maniera quasi malata. La Sindrome di Zeno, mi è piaciuto chiamarla. Ho smesso più volte e più volte ricominciato a bere caffè, a bere alcol, a guardare filmati porno, a non mettere la sveglia, a usare sughi pronti.
Era una casa buia, faticosa e sovraprezzata, ma mi convincevo e convincevo gli altri che alla fine non aveva difetti grossi. Perché trovare casa a Parigi è un'esperienza fondante, e solo dopo che l'hai fatta puoi dire di saper dare il giusto significato alla parola compromesso.
Una ragazza di cui non sono innamorato tira su la testa dal cuscino e mi domanda insonnolita se ha bussato qualcuno.
– Chi è?, – chiedo a voce alta.
– Sono io, – risponde una voce che so di conoscere ma fatico a collocare.
– Che faccio? – chiedo a voce bassa.
– Vai ad aprire.
Infilo in fretta un pantalone e una felpa.
La mia professoressa di italiano e storia delle medie non è invecchiata.
– Ho saputo che scrivi 1800 caratteri al giorno.
– Ci provo...
– E che non bevi più caffè.
– Posso darle finalmente del tu?
– Il tuo posto non è qui.
– Neanche il suo. Neanche il tuo.
– Ho due biglietti per un treno di notte.
– Quello del film?
– Quello del libro.
Mi volto.
– Devo andare, – dico a voce bassa.
La ragazza ha finito di rivestirsi e sta cercando insonnolita qualcosa nella borsa.
Si avvicina; la prendo tra le braccia.
– Non ti amo, – sussurro.
– Neanch'io, – risponde lei.
E poi ci baciamo.
La casa di Lisbona è, tra le case della mia vita, quella in cui ho avuto più problemi di stomaco.
Che poi la casa di Lisbona non è una casa sola. La casa di Lisbona sono sei case in un anno, e cinque nei primi sei mesi. E in particolare, una casa che abitavo solo nei giorni feriali perché nei weekend la proprietaria ci faceva una specie di airb&b e io chiudevo tutto dentro una valigia e andavo a dormire da lei.
Erano i tempi della crisi nera, quella che in Portogallo è arrivata prima che da qualsiasi altra parte in Europa. E la sentivano tutti, e ne parlavano tutti. E i proprietari di case si arrangiavano anche così.
Le case di Lisbona hanno letti scomodissimi, da mal di schiena e torcicollo fissi. E tanta, troppa luce che entra in camera da dietro le tende e gli scuri. Lisbona è una bomba di luce. Per questo i portoghesi tengono sempre gli occhi stretti e a quarant'anni ci hanno le rughe intorno. Sono gente per bene, i portoghesi. Cordiali e semplici. Hanno la voce triste e, dentro, una retroanima selvatica e primitiva, che secondo me viene dalla prossimità all'oceano.
La casa di Lisbona è quella in cui ho ospitato più persone. Arrivavano a frotte con cibi e libri italiani nelle valigie e io li portavo a passeggiare da Cascais all'Estoril, a mangiare i pastéis, a sentire il fado, a bere la ginjinha, e se c'era tempo a Sintra. Trascorrevo giornate intere fuori casa. All'inizio mi sentivo giovane e di passaggio; dopo i primi sei mesi, soltanto di passaggio. La casa di Lisbona è quella in cui sono invecchiato più rapidamente.
Bussano. Ci avrei giurato: da che mi ricordo, da sempre, da quando ero bambino, mai una volta che si porti le chiavi.
Non gli chiedo dove sia stato, perché tanto lo so già che ha camminato a caso per i vicoli di Alfama che gli ricordano altri vicoli, e poi si è seduto sulla panchina di fronte casa, quella dove batte sempre il sole.
– Facciamo una aglio e olio e poi partiamo.
Spotify passa musica italiana anni novanta.
Lui sfoglia il giornale italiano di cinque giorni prima.
Io intanto trituro il prezzemolo.
– Sei sicuro che non sei stanco? Possiamo rimandare...
– No, papà. Partiamo stasera.
La casa di Marano è la casa dei ritorni.
Ancora oggi, che pure ci manco da quasi dodici anni, quando parlo di casa intendo quella casa lì e quando utilizzo il verbo tornare intendo tornare in quella casa lì.
Resta il posto in cui ho dormito più notti. Ma l'ho fatto, nel corso degli anni, in letti diversi o almeno in letti posizionati diversamente. Un tempo ce n'erano due, a dividersi lo spazio di una camera, e io e mio fratello a dividerceli. Da quando la casa di Marano è diventata la casa dei ritorni, in quella camera è rimasto un solo letto e ci sono più spazio e più silenzio.
All'ultimo piano c'è una soffitta piena di scatoloni. Lì dentro, in mezzo a vecchi elettrodomestici, vecchi computer, vecchie stoffe, ci sono oggetti, libri e appunti di quando ero piccolo e di quando ero giovanissimo.
La casa di Marano è, tra le case della mia vita, quella da cui ho buttato via meno cose. Le case successive sarebbero state segnate da traslochi difficoltosi e rapidi, che come catarsi avrebbero ripulito scaffali e coscienza. Qualcuno, prima o poi, dovrebbe scrivere un elogio del trasloco, che insegnasse l'arte di tenerlo in bilico tra il fare i conti con se stessi e il fuggire.
Dalla finestra della camera si vedono, in due direzioni diverse, il rosa di un santuario e il bianco di una statua di Madonna. Da bambino, cattolico come mi avevano cresciuto, li cercavo con gli occhi quando avevo bisogno di consolazione o cure. Lo faccio ancora, inconsciamente, impercettibilmente, in ciascuno dei miei ritorni.
Guardo quel rosa e quel bianco, e poi mi volto verso l'interno della camera. Il letto adesso è posizionato in orizzontale, sulla parete di fondo. Mi ci appoggio, stancamente; mi lascio cadere su un fianco; mi accuccio in posizione fetale. Allontano i pensieri faticosi, cancello i pochi rumori che arrivano dalla strada, mi rannicchio ancora un po' e, quando arrivo con la fronte a toccare la punta delle ginocchia, faccio una cosa definitiva tipo nascere.
lunedì 6 novembre 2017
tu che mi sorridi mentre intanto leggi shakespeare
domenica 5 novembre 2017
tu che mi sorridi mentre intanto leggi shakespeare [testo]
Questo testo è nato tra le fessure di Fado.
tu che mi sorridi
mentre intanto leggi shakespeare
lei che ha meno seno
ma in compenso gli occhi verdi
io che parlo piano
per paura di svegliarci
e dico solo frasi in portoghese
con accenti incerti
tu che dici amore
amore amore amore amore
amore amore ma perché non ce ne andiamo
da questo paese atroce
mentre dio continua
a reclamare scuse
mentre la tv trasmette invano
uno mattina portoghese
dove sono gli occhi gonfi di tuo padre
che ti chiama a colazione
e chiede marmellata o miele
cosa c'entra
questa voce raffreddata
di serate fuori a bere
lui che ti accarezza a lungo e piano
emette il suono del tuo nome
dio che questa è l'ora di chiamarci
se ci vuole ancora bene
io che per un attimo
ho pensato fosse amore
poi però il chirurgo mi ha spiegato
che era un'ernia addominale
lui che con l'arpione
finirà con l'ammazzarci
tu che parli a scatti
e a scatti dici arrivederci
io che ci consolo
che la morte non esiste
è solo un'altra specie di mattino
quando dio verrà a svegliarci
sottovoce sussurrando
dai che è tardi
ci son tutti lei compresa
che anche in sogno ha gli occhi verdi
come te che mi sorridi
mentre intanto leggi shakespeare
e un giorno ti innamorerai davvero
ma sarà per debolezza
per stanchezza
per paura di invecchiare
senza un uomo con il quale
avere sonno avere fame
e al quale dire amore amore
amore amore amore amore
amore amore ma perché non ce ne andiamo
da questo paese atroce
non ti sembra sia uno spreco
questo piovere sul mare
non ti sembra fuori luogo
dio che dice mi dispiace
stavo al chiuso c'era un pessimo segnale
ma te lo ricordi
quanto stavo bene
quando stavo bene
tu che mi sorridi
mentre intanto leggi shakespeare
lei che ha meno seno
ma in compenso gli occhi verdi
io che parlo piano
per paura di svegliarci
e dico solo frasi in portoghese
con accenti incerti
tu che dici amore
amore amore amore amore
amore amore ma perché non ce ne andiamo
da questo paese atroce
mentre dio continua
a reclamare scuse
mentre la tv trasmette invano
uno mattina portoghese
dove sono gli occhi gonfi di tuo padre
che ti chiama a colazione
e chiede marmellata o miele
cosa c'entra
questa voce raffreddata
di serate fuori a bere
lui che ti accarezza a lungo e piano
emette il suono del tuo nome
dio che questa è l'ora di chiamarci
se ci vuole ancora bene
io che per un attimo
ho pensato fosse amore
poi però il chirurgo mi ha spiegato
che era un'ernia addominale
lui che con l'arpione
finirà con l'ammazzarci
tu che parli a scatti
e a scatti dici arrivederci
io che ci consolo
che la morte non esiste
è solo un'altra specie di mattino
quando dio verrà a svegliarci
sottovoce sussurrando
dai che è tardi
ci son tutti lei compresa
che anche in sogno ha gli occhi verdi
come te che mi sorridi
mentre intanto leggi shakespeare
e un giorno ti innamorerai davvero
ma sarà per debolezza
per stanchezza
per paura di invecchiare
senza un uomo con il quale
avere sonno avere fame
e al quale dire amore amore
amore amore amore amore
amore amore ma perché non ce ne andiamo
da questo paese atroce
non ti sembra sia uno spreco
questo piovere sul mare
non ti sembra fuori luogo
dio che dice mi dispiace
stavo al chiuso c'era un pessimo segnale
ma te lo ricordi
quanto stavo bene
quando stavo bene
giovedì 15 giugno 2017
fado [audio]
Questo è un blog parigino, ma il giorno di Santo Antônio mi sale sempre tanta saudade.
La versione audio di un raccontino tenero post-adolescenziale strappalacrime di qualche tempo fa.
Vai al testo.
La versione audio di un raccontino tenero post-adolescenziale strappalacrime di qualche tempo fa.
Vai al testo.
martedì 6 settembre 2016
fado
Questo è un extra-muros un po' spinto... ma visto che ultimamente si parlava di Lisbona, lo riporto anche qui.
Un raccontino da leggere al ritmo del fado: scritto qualche tempo fa, pubblicato in un'antologia, e rilucidato con amore per gli amici del SIAP (Scrittori Italiani a Parigi).
Un raccontino da leggere al ritmo del fado: scritto qualche tempo fa, pubblicato in un'antologia, e rilucidato con amore per gli amici del SIAP (Scrittori Italiani a Parigi).
Di Irene amavo gli occhi, la nuca, il coraggio e un certo modo di puntare la lingua contro gli incisivi inferiori nel pronunciare le parole che cominciano per esse impura. Scoglio. Specchio. Stronzo. Quando diceva quelle cose lì, la adoravo.
– Te adoro, – mi disse lei, la seconda volta in cui ci vedevamo. Tra di noi parlavamo italiano, ma per le stronzate e le frasi romantiche usavamo il portoghese. Era una specie di codice che mi è rimasto appiccicato addosso per parecchio, ad avvelenarmi le conversazioni, anche quando lei non c'era più già da un pezzo.
Del resto, c'eravamo conosciuti a un corso di lingua. Capii che era romana perché a lezione diceva "sory" con una erre sola. Ci scambiammo gli appunti e cenammo in una bettola di Bairro Alto. Le stradine piene di gente facevano su e giù, e ad ogni angolo c'erano un locale aperto e panni stesi, come a Trastevere.
Era quel periodo in cui si esce insieme ma non si sta insieme. Ci incontravamo la sera, fumavamo, e bevevamo ginjinha, un liquore alla ciliegia che non mi è mai piaciuto, raccontandoci le novità e le nostalgie. Sembravamo emigranti del periodo tra le due guerre; invece ero solo in Erasmus. Studiavo geometria analitica e sapevo tutto delle coniche.
– Perché si chiama Erasmus? – chiedeva lei.
Io le parlavo di Erasmo da Rotterdam, per lo più inventando, e intanto le passavo tre dita dietro la nuca. Lei mi spiegava di essere lì in una sorta di introduzione al Brasile: quattro mesi di lavoro a Lisbona a imparare la lingua, prima di partire per Rio a trovare uno zio e, sperava, fortuna.
Camminavamo a caso per i colli della città, fermandoci a guardare il panorama ad ogni miradouro. Io guardavo un po' il Tago e un po' lei, che indossava maglie cortissime, sopra un ombelico di quelli col ciccetto all'infuori.
Era il periodo in cui si sta insieme senza dirselo. Lei elencava le parole nuove che aveva imparato e io le contavo. E intanto pensavo che partire da Roma per andare a Lisbona a innamorarsi di una ragazza di Roma è una carambola che ti riesce una volta ogni mille vite. È normale che uno poi ci legga dentro cose strane: un segnale, il destino, le congiunzioni astrali.
– É o fado, – diceva lei, e intanto tirava su col naso, perché era sempre mezza nuda ed era ovvio si sarebbe beccata un raffreddore.
Una volta, le regalai un paio di scarpe tutte colorate. Ci conoscevamo da tre mesi e, secondo me, stavamo insieme. Lei, un po' per volta, iniziò a raccontarmi delle storie che si portava dentro. A una certa età, i suoi s'erano separati e aveva passato due anni con la madre, fatti di crisi continue e rumorose in cui non si capiva chi badasse a chi.
– Prendimi in braccio e portami alla fermata del tram, – diceva ridendo.
A diciott'anni, era andata a vivere da sola in una tripla sulla Nomentana Nuova. Studiava, lavorava, si innamorava. A un certo punto s'era persa per uno di vent'anni più vecchio di lei. Grandi progetti. Promesse e cene importanti.
Ogni tanto, Irene smetteva di parlare e si guardava le scarpe e mi chiedeva se non fossero bellissime. Io allora mi chinavo e le baciavo. Lei allora rideva e riprendeva a raccontare, come se tutto fosse una fiaba lontana o la storia di un'altra.
Le piacevano le cose colorate: le scarpe colorate, i bicchieri colorati, le esistenze colorate. Aveva preso una di quelle sbandate che a volte spezzano le vite delle persone. Invece lei aveva riabbassato il capo, aveva infilato i guanti di lana, e s'era inventati un presente e un futuro tangibili e coloratissimi, dove prima non c'era che confusione.
Passammo un fine settimana in Algarve, una regione magica in cui metà febbraio sembra fine primavera. Persino scrollare la sabbia dai sandali era piacevole, in quei giorni lì. Irene mi sedeva sulle gambe e mi descriveva il Brasile come se ci fosse stata per anni. Le spiagge, la foresta, le baracche.
– E farò volare gli aquiloni, che laggiù sono enormi, – diceva.
Nei suoi discorsi c'erano solo passato e futuro, ma soprattutto futuro. Io, invece, parlavo pochissimo, perché spendevo tutte le energie ad ascoltarla e guardarle gli occhi o la nuca.
Se è vero che le storie d'amore sono parabole con la concavità rivolta verso il basso, allora quello era il punto in cui la ipsilon ha valore massimo e la derivata prima vale zero.
Venne un periodo di piogge continue, due settimane senza interruzioni. Ma neanche questo ci tenne chiusi in casa: io indossavo un k-way, lei le maglie cortissime di sempre, e uscivamo. Ci piaceva, vederci bagnati.
Era la fase in cui si cerca una definizione formale dell'amore. Io iniziavo a contare i giorni che mancavano alle nostre partenze, mentre lei sembrava non pensarci mai. E riflettevo che innamorarsi perdutamente di una ragazza che tra un mese andrà in Brasile, può darsi per sempre, quando tu fra tre mesi tornerai a Roma, può darsi per sempre, è un delitto, una condanna, un'ingiustizia.
– É o fado, – diceva lei.
Erano pomeriggi densi e pensosi, di arcobaleni tendenti al rosa, che in Italia non avevo mai visto.
Quando le proposi in portoghese di partire con lei per il Brasile, mi rispose in italiano che ero un bambino. Fu una serata silenziosa. Si fece accompagnare a casa prima del solito, mi baciò in fronte anziché in bocca, mi disse buonanotte anziché sali. Se mai eravamo stati insieme, quella fu la sera in cui ci lasciammo.
Tornai a casa lentamente, evitando le pozzanghere.
Ancora oggi mi chiedo dov'è che abbiamo sbagliato se abbiamo sbagliato, e di chi è stato il merito se invece abbiamo fatto tutto giusto. E se lei fosse più matura di me, o soltanto meno romantica, o soltanto meno innamorata.
Di sicuro, quella sera del bacio in fronte, avrei preferito sentirle dire che ero uno stronzo, piuttosto che un bambino. Anche solo per il gusto di vederle rimbalzare in bocca un'ultima esse impura.
Era marzo. Passai a Lisbona ancora due mesi.
Durante la settimana, studiavo come un pazzo per recuperare il non fatto.
Nei weekend, giravo il Portogallo.
La sera, cenavo da solo e ascoltavo il fado, che è una specie di stornelli romani però tristi.
Il racconto è apparso nella raccolta: AA.VV., Nulla è come sembra. Bonaccorso Editore. 2010
Vai alla versione audio.
lunedì 16 maggio 2016
101 cose che avrei potuto fare in sardegna
(se solo avessi noleggiato un'auto)
nota del 16/05/2016:
Ho iniziato a scrivere questo pezzo "sardo" ormai nove mesi fa, come summer edition post di questo blog altrimenti parigino. L'idea era di farlo crescere in tempo reale online, aggiornando il post ogni volta che tornavo a metterci mano: stesura per stesura, correzione per correzione. L'ho fatto in maniera piuttosto discontinua, ahimè, ma, per quanto un testo possa dirsi finito, oggi questo testo diciamolo finito.
Sei partito talmente presto che, quando atterri, è ancora appena poco più che l'alba. In aereo non hai dormito. Hai preferito costringerti a un caffè prima della partenza e violentarti in volo con una guida della Sardegna, di cui tuttavia sapevi e continui a sapere molto poco. Preghi, come tutte le volte che scendi da un aereo, che ad attenderti ci sia un tunnel che ti conduce direttamente in aeroporto, e non un affollatissimo pulmino che partirà soltanto quando sarà ancora più affollato, o al contrario un attimo prima che tu salga, costringendoti ad aspettarne un secondo. Stavolta le tue preghiere sono esaudite: alla fine del tunnel, c'è l'aeroporto di Olbia. Non hai bagagli da recuperare e quindi ti dirigi rapido verso l'uscita. Sei concentratissimo. Non sai esattamente cosa fare di questa giornata, ma di sicuro sei già entrato nella modalità viaggio in solitaria, e questa modalità non prevede perdite di tempo, se non ben formalizzate e opportunamente giustificate; quindi individui l'insegna dell'autobus, tra le varie insegne, e la segui deciso. Sulle banchine dove fermano gli autobus, non siete in molti. Ci sei tu, c'è una ragazza più giovane di te, c'è una madre con due bambini. Indovini la direzione del mare anche se il mare non si vede; è un fiuto che hai sviluppato d'estate, da bambino. Da una parte, c'è una fila di taxi sproporzionata alla grandezza dell'aeroporto. Da un'altra, un fiume di gente, dentro il quale riconosci almeno tre quarti dei passeggeri del tuo stesso volo, che si dirige verso una porta scorrevole. Sul cartello sopra la porta, c'è scritto: Noleggio auto / Rent a car.
Se solo avessi noleggiato un'auto, l'escursione sulla Costa Smeralda potrebbe coprire qualche caletta in più. A leggere la guida, ti sembra di aver capito che non c'è molto da fare o vedere a Porto Cervo, a meno di avere abbastanza soldi e una nottata libera. Però – ti ha detto un simpatico tipo sardo, la sera prima, a cena – andare a Porto Cervo, ogni tanto, è importante: serve a tenere vivo e vigile il desiderio di lotta di classe.
Tu ci arrivi in autobus che è mattina presto. Insieme a te, scendono una coppia di piemontesi (credi) e una famiglia di tedeschi (credi). In giro, non c'è quasi nessuno. Delle poche persone che vedi (uomini ben vestiti, donne poco vestite), fai fatica a dire se siano già sveglie o ancora sveglie. Sembra un piccolo centro commerciale all'aperto, con vista sul mare. Tutto suona finto e un po' texano. La cosa più vera che trovi è un minuscolo Pam aperto. La cosa più proletaria che fai è mangiare focaccia e prosciutto, appoggiato a un muretto, che probabilmente è abituato ad ospitare sederi diversi. (La sera dopo, potrai raccontarlo al tipo sardo simpatico della sera prima. Lui ti schiaccerà un cinque molto yankee e nel farlo ti dirà in sardo stretto: "non t'arruoles".)
Quindi torni rapido verso la fermata, ad aspettare l'autobus successivo. Perché la Sardegna, sì, si può girarla in autobus, ma bisogna essere estremamente motivati, pazienti e puntuali.
La sosta successiva è a Capriccioli. Turistica e bellissima. Oppure: turistica ma bellissima. Oppure: turistica perché bellissima. Il mare ha davvero gli stessi colori che nelle foto della guida. La spiaggia è affollata ma se lo merita.
Infine, sulla via del ritorno, Baia Sardinia. Dove passeggi a lungo sugli scogli per testare il ginocchio, cui vorresti chiedere il permesso per un po' di hiking nei giorni a venire. E dove ti concedi un gelato in coppetta, gusti fragola e melone.
A cena, siedi di fronte a uno della giuria che ti fa i complimenti e ti dice che usi bene prolessi e analessi e che hai trovato proprio una bella metafora. Lo ringrazi. Gli dici quanto ti fa effetto che ti parli così: quanto ti fa sentire uno scrittore. Lui dice che dice davvero. Tu lo ringrazi di nuovo e sorridi. E – tralasciando il fatto che non sei così sicuro di sapere cosa sia un'analessi – dentro di te muori, sinceramente, dalla voglia di chiedergli quale sia la metafora. Perché se davvero c'è una metafora dentro, sarebbe bello capire come c'è finita. Perché se davvero c'è una metafora dentro, non ce l'hai messa tu. Hai sempre odiato le metafore e hai sempre odiato le allegorie (del resto, mai capita la differenza). Ti è sempre sembrata roba da tema del liceo.
– Quanto ti fermi?
– A Tempio, solo domani. Però resto una settimana in Sardegna.
– Ah, e dove vai?
– Non so di preciso... Tra una settimana devo essere a Cagliari, perché ho un biglietto per un concerto della Mannoia, e comunque riparto da lì. Penso di scendere lentamente e girare un po'.
– Sei in macchina?
– No. Andrò in autobus.
– Buona fortuna.
Se solo avessi noleggiato un'auto, a Bosa arriveresti di mattina e non nel primo pomeriggio.
Invece è successo che sei partito all'alba in tutta fretta senza fare colazione, hai fatto una sosta a Sassari, hai preso il primo e unico treno del tuo viaggio, hai passeggiato un po' per il centro di Alghero con lo zainone in spalla, hai mangiato un qualche tipo di pane carasau e finalmente sei rimontato in autobus e adesso arrivi a Bosa.
Entri in un bar, proprio nel parcheggio in cui ti ha lasciato l'autobus, e ti fai servire un'Ichnusa gelata, che mandi giù rapidamente mentre il televisore passa le immagini di un Inter-Milan estivo, giocato in qualche posto dell'estremo Oriente. Non te ne frega nulla della partita, e non avevi troppa voglia della birra. Ma hai un piano. Scambi due battute col barista, vai in bagno, torni al tuo posto e aspetti la fine del primo tempo. Nel pagare, chiedi qualche informazione sulla strada per il castello e – eccolo, il piano – se per caso puoi lasciare lo zaino nel bar e recuperarlo qualche ora più tardi.
La giornata è splendida. Bosa ha le case colorate come Portofino e, a rifletterne i colori sull'acqua, un fiume anziché il mare. La strada per il castello è ovviamente in salita. Ti fermi un attimo a rifiatare. Su un cassonetto dei rifiuti, noti un adesivo che recita "non t'arruoles", sopra l'immancabile immagine dei quattro mori. Sorridi e fotografi.
I viaggi hanno un paio di cose in comune coi capodanni. La prima è che sembra ci si debba divertire per forza (ma di questa fissazione, sei riuscito a liberarti subito dopo i diciott'anni). La seconda è che ti viene da far bilanci. Per esempio, mentre calpesti la sabbia di Cala Sisine, se non ricordi male, o comunque mentre calpesti qualche altra sabbia, pensi che arrivato a trentacinque anni uno ha proprio il dovere, di montarsi la testa. Se no, non vedi quando.
– E come pensi di scriverlo?
– Vorrei scriverlo usando il tu. Come se mi parlassi, come se mi guardassi da fuori.
– Ambizioso.
– Vorrei avesse la velocità del primo Brizzi, la follia dell'ultimo Nori e la saggezza di tutti i Tabucchi.
– Buona fortuna.
Se solo avessi noleggiato un'auto, non avresti bisogno di passare una notte a Nuoro. Invece, una rapida occhiata a orari e mappe ti ha fatto capire che Nuoro non avrà nulla di turisticamente rilevante, ma è in una posizione assolutamente strategica nella geografia dell'ARST.
Ci arrivi che è sera. Ne approfitti per fermarti in un ristorante consigliato da TripAdvisor e regalarti la prima cena vera da quando sei partito. Il posto si chiama il Rifugio e, con una minuscola prolessi, posso anticiparti che mangerai benissimo. Non ci sono molti turisti (da turista che non vuole ammettere di esserlo, la cosa ti fa piacere), la sala ha i colori e gli odori giusti e il cameriere è gentile e ti spiega con cura piatti, tempi e tradizioni. Non è di quelli che tentano vistosamente di pilotare le scelte del cliente. Non è di quelli che ti nominano dieci opzioni ma, di fatto, hanno già deciso loro cosa mangerai – come in certi quiz televisivi finti, in cui il presentatore fa l'occhiolino sulla risposta giusta oppure la enfatizza pateticamente con la voce. Tu, alla fine, opterai per un per niente estivo piatto di pecora bollita, accompagnato a un per niente rinfrescante Vermentino DOC.
Nel tavolo di fronte al tuo, c'è un gruppo di ragazze isolane. Capisci che sono isolane, definitivamente, dall'accento; ma lo intuisci, prima ancora che parlino, da un loro modo un po' selvatico e selvaggio di sedere e guardare le cose. È un atteggiamento che avevi notato, simile, nelle donne portoghesi, quando eri in Portogallo e guardavi donne portoghesi. Però – ti viene da concludere – le donne portoghesi sono leggermente più selvagge e leggermente meno belle. E invece – ti viene da osservare, a margine, osservandole –, le donne sarde hanno una componente di mistero, sì, ma che però non fa paura; e un modo sfrontato di esibirla e parlarti; e poi sono le vere professioniste degli occhiali con montatura nera (se siete curiosi e vi piacciono le donne e vi piace il genere, la Sardegna è il posto per voi).
Capisci di stare invecchiando da piccoli gesti o desideri, che prima non compievi o non conoscevi. Non dai problemi al ginocchio, non dai capelli bianchi, non dall'affanno quando fai le scale, non dal pensiero inaspettato di metter su famiglia. No. Capisci di stare invecchiando, ad esempio, quando alla domanda del gelataio ti sorprendi a rispondere coppetta anziché cono.
Un attimo dopo, c'è lui che ti guarda stupito; non perché hai risposto coppetta anziché cono, ma per l'espressione smarrita e quasi impaurita che assumi un attimo dopo averlo risposto. Fragola e melone, aggiungi allora, con un sorriso largo e lungo, cui affidi il compito di tranquillizzare entrambi.
Se solo avessi noleggiato un'auto, Orgosolo potresti incontrarla lungo la strada, mentre punti verso Cagliari. Invece ti ritrovi, in un'ennesima alba, a comprare l'ennesimo biglietto ARST dentro un tabaccaio di Nuoro. Ed è lì che ti lasci stuzzicare dall'idea di un pacchetto di Camel Blu da dieci. Ti sembra un modo interessante e vagamente trasgressivo di utilizzare gli ultimi due giorni e mezzo a disposizione e i tre euro e rotti che il tabaccaio ti sta rendendo di resto.
Quando arrivi a Orgosolo, Orgosolo si sta risvegliando e, si potrebbe dire, fate colazione insieme (immagine vagamente lirica, suggerita dalla nicotina) in un bar fatto a L su una stradina in salita, che ti ricorda un po' Trastevere e un po' Bairro Alto.
Orgosolo – mai capito su quale O vada l'accento – è un paesotto di quattromilacinquecento abitanti. Una volta c'erano i banditi; ora ci sono i murales. Hanno iniziato a farne alla fine degli anni Sessanta e ci hanno riempito via via tutte le strade del centro. Sono murales di protesta: c'è un De Andrè adolescente, un Bertolt Brecht vecchio saggio, un Che Guevara un po' timido vicino a un Gramsci in bianco e nero. E poi donne sarde e contadini sardi. Persino un Corto Maltese sbarcato in Sardegna, una Guernica tra due finestre, un Garibaldi in via Garibaldi. Passeggi per le stradine e scatti decine di foto, mentalmente e con lo smartphone, con cui addobberai nei mesi a venire le bacheche, rispettivamente, della tua coscienza e del tuo Facebook (altra immagine vagamente lirica).
Mentre aspetti l'autobus che ti riporterà indietro, accendi una sigaretta. Ovviamente, al terzo tiro ti gira già la testa. E, mentre inspiri ed espiri solennemente, rifletti che si dovrebbe incominciare a fumare a quindici anni nei cessi del liceo, e non a trentacinque appoggiato a una pensilina dell'ARST.
Ma no, che c'entra, ti dici per tranquillizzarti. Non stai mica incominciando a fumare, ti dici. Fa solo parte del viaggio. Come rientri a Parigi, smetti, ti dici. Ci sono libri che aiutano a farlo. Li hai visti in decine di librerie, impilati ordinatamente di fianco alle casse. Sorridi. Spegni il mozzicone pigiandolo con la scarpa, con un gesto che ti riesce stranamente naturale. Poi tiri fuori una penna e annoti sulla Moleskine un paio di immagini vagamente liriche.
Se solo avessi noleggiato un'auto, non avresti bisogno di utilizzare Blablacar per spostarti in tempi ragionevoli da Nuoro a Cagliari. Il tuo compagno di viaggio, nonché guidatore di vecchia Fiat Croma, si chiama Giuseppe ed è sardo.
Ti sembra una brava persona. Dopo venti minuti, si ferma in un bar per mangiare un tramezzino, e bere e offrirti un caffè. Arricchite le presentazioni iniziali con qualche particolare in più. Appena tornati fuori nel parcheggio, accende una sigaretta.
- Adesso andiamo, eh... Ne vuoi una?
- Grazie, non fumo, - rispondi automaticamente.
- Stavi fumando quando sono arrivato...
- Ah, sì, no... cioè, normalmente non fumo, - rispondi vagamente in confusione.
- Fai bene.
- Sì, - rispondi automaticamente.
- Non iniziare mai.
- Sì... cioè, no. È stata proprio un'eccezione, - rispondi vagamente in confusione.
Lungo il viaggio, attraversate paesaggi spogli, in cui c'è sole e terra dappertutto e pochissimi spazi coltivati. Intanto gli parli di Parigi, e di quello che fai a Parigi, e di quello che ci fai lungo la strada tra Nuoro e Cagliari. Lui ti spiega perché fa quella strada un giorno sì e due no, che è stato a Parigi un weekend di maggio con una ragazza, e che se Dio vuole la sposerà tra un anno.
Ascoltate musica in silenzio per una mezzora. Poi lo stuzzichi sulla Sardegna e sull'indipendenza. Lui parte. Hai beccato uno che è nel consiglio comunale del paese d'origine. È un cinquestelle pentito. È soprattutto anti-renziano e dice che è una vergogna il mare di cazzate che scrivono su Repubblica e sull'Unione Sarda. Sarebbe pure per l'indipendenza, ma dei vari movimentini per l'indipendenza non ce n'è uno che gli sembri serio.
Ti lascia praticamente a dieci metri dall'ostello. Si offre di offrirti un ultimo caffè, che però rifiuti ringraziando di cuore. Ti sembra una brava persona. Trascuri il fatto che abbia guidato per tre quarti d'ora buoni tenendo una mano sul volante e l'altra sul cellulare, e gli lasci cinque stellette riconoscenti sul sito di Blablacar.
E finalmente sei a Cagliari, dove se solo avessi noleggiato un'auto potresti passare a prendere un caro amico che hai conosciuto un paio d'anni prima a una conferenza. Vi trovate comunque facilmente, in un bar in pieno centro storico, per una birra post-pranzo. Non siete cambiati. Tu hai ancora lo sguardo da studente che non si applica ma sembra lo faccia, lui somiglia ancora a Ivano Fossati. Vi raccontate quello che c'è da raccontarsi, lui ti presenta degli amici, loro raccontano aneddoti sardi o divertenti, tu accetti volentieri di concludere la giornata in spiaggia.
Sono dei momenti piuttosto riusciti e intensi, in cui ti viene da riflettere su vantaggi, svantaggi e tipicità del viaggiare in solitaria piuttosto che in gruppo o in coppia. Dei quali adesso potresti anche scrivere più a lungo, se non avessi una paura fottuta di scadere in psico-filosofia facile da tema del liceo.
Bevete ancora qualche Ichnusa, fate ancora qualche foto inevitabile, con Cagliari da una parte e il tramonto dall'altra, e ti fai dare informazioni su come raggiungere Chia la mattina dopo, per quella che sarà l'ultima sessione di hiking del tuo viaggio. Per gli appassionati all'argomento, nel gruppo, per la maggior parte sono contro l'indipendenza (ma va anche detto che per la maggior parte non sono di origine sarda).
Concludete la giornata in acqua, che è ormai l'imbrunire, cantando a squarciagola La canzone popolare.
La ragazza della reception esce dall'ostello, ti vede, sorride, ti raggiunge, chiede posso? e ti siede vicino. Può farlo, senza che questo significhi o comporti nulla, perché avete parlato relativamente a lungo, e raggiunto una qualche confidenza, durante il check-in della mattina: quando tu hai avuto problemi con la carta francese e hai rischiato seriamente di mandarla in blocco, prima di ricordare che ha quattro cifre di pin anziché cinque; e quando lei è impazzita nella procedura inusuale di registrare un utente che ha la residenza da una parte e il domicilio dall'altra (alla fine, le hai detto: senti, facciamo che abito ancora coi miei, che tanto non creiamo problemi a nessuno, e mi sa che loro sarebbero pure contenti). La ragazza della reception ti guarda fumare e ti chiede se può farti compagnia. Tu le passi una sigaretta, che è un gesto che non avevi mai fatto nella vita, eppure immaginato tante volte. Lei ti dice che non ti ha chiesto una sigaretta, ma solo se può farti compagnia. Ci rimani un po' male, perché ti sembra abbia rovinato qualcosa della bellezza e complicità del momento, ma devi ammettere che tecnicamente ha ragione lei. Mentre sfila dal pacchetto, e accende, una sigaretta delle sue, ti chiede di Parigi: com'è, cosa fai, quando ci sei finito. Tu rispondi con cura. Hai imparato a farlo in maniera quasi fluente in francese; adesso rispondere in italiano è una passeggiata, e ti permetti di piazzare qua e là anche note a margine e battute spiritose. Poi le chiedi di lei, dei suoi studi, del presente in ostello e del futuro sul continente, e, tanto per completare le statistiche, della sua opinione sull'indipendenza della Sardegna. È tutto molto naturale e rapido (come succede nei film, in certa letteratura, nei viaggi in solitaria).
– Ma non ti annoi? – chiede lei.
– Ma no, – dici tu.
– E che fai tutto il giorno?
– Penso. Mi guardo da fuori.
– E parli da solo?
– Qualche volta.
– E cammini...
– Cammino cammino cammino... E un po' scrivo. Che alla fine è come parlare da soli.
– Scrivi.
– Sì. Da qualche tempo, tengo pure una specie di blog. Che è come parlare da soli a voce alta.
Devi ammetterlo: quando viaggi in solitaria, se appena appena una ragazza ti rivolge la parola o anche solo ti risponde, tu utilizzi un registro un po' esistenzialista e un po' piacionico (che poi tendi invece a sotterrare nella tua vita quotidiana), e in definitiva fai il figo.
C'è un brevissimo silenzio e poi: – Secondo me tu scrivi troppo e scopi poco.
Questo lo dice lei, con tempi teatrali perfetti, e imprevedibilità e sfrontatezza di ragazza isolana nata a inizio anni Novanta (le tue coetanee, isolane o no, anche le più scafate, una frase del genere non te l'hanno mai detta). Tu, nel tuo piccolo, erano anni che sognavi che una ragazza ti dicesse una cosa così. Si potrebbe quasi teorizzare che ti ostini a viaggiare in solitaria, e, mentre viaggi in solitaria, a dire le cose piacioniche ed esistenzialiste che dici, perché sogni che un giorno una ragazza ti dica una frase del genere. Quindi hai pronta una risposta da film, o da certa letteratura, che non lascia assolutamente scampo. Fai una pausa di qualche secondo (che non ti serve affatto a pensare cosa rispondere, perché hai già tutto perfettamente chiaro da anni; la fai semplicemente perché anche quella pausa è una pausa da film che hai preparato con cura) e poi, effettivamente, rispondi, persino più piacionico di prima: – Solo una delle due cose è vera. Ma non ti dico quale.
A questo punto, nel tuo film, quello che si proietta da anni, periodicamente e puntualmente, nella tua testa di ragazzo non isolano degli anni Ottanta, la ragazza sorride, fa una pausa, e risponde: – Se vuoi, posso aiutarti con una delle due. Ma non ti dico quale...
E poi la camera stacca significativamente su un interno notte.
Invece, la ragazza della reception sorride e basta.
E insomma – sarà l'euforia facile da viaggio in solitaria, sarà la nicotina che rimbalza festosa nei tuoi polmoni vergini, sarà che veramente stai invecchiando e stai invecchiando bene – succede che ti ritrovi nei pensieri, e un secondo dopo sulla moleskine, una metafora facile facile (o un'allegoria, mai capita la differenza): e cioè che tu un'auto non l'hai noleggiata mai, ma proprio nella vita, perché ti è sempre piaciuto camminare a piedi e scansare o calpestare le cacche ad una ad una, e al limite fare i conti con gli orari degli autobus, e sicuramente ogni tanto perderne anche qualcuno. E il giorno in cui finirà tutto, se un giorno finirà tutto, guardandoti intorno e dentro, concluderai che sì, qualche caletta l'avrai pure mancata, però hai la coscienza a posto e due polpacci così; e se c'è un autobus che passa a minuti, bene, ma sennò tu all'altro mondo ci vai pure tranquillamente a piedi.
Di fianco a te, c'è una ragazza che indossa degli occhiali con montatura nera e canta con forte accento sardo tutte le canzoni della Mannoia, pausa per pausa, parola per parola. Carina. Labbra sottili. Mora. Avrà almeno dieci anni meno di te (ma ormai chi è che non ha almeno dieci anni meno di te?). Nonostante la sua azione di disturbo – sarà la malinconia facile da fine viaggio, sarà la nicotina che rimbalza festosa nei tuoi polmoni vergini, sarà che veramente stai invecchiando e stai invecchiando male –, succede che il repertorio nazional-popolare della Mannoia finisce con l'emozionarti e, addirittura, confessalo, su Amore bello di Baglioni, ti scendono dagli occhi due lacrime inaspettate e dichiaratamente kitsch.
– Scusi, da che parte è il mare?
– Da tutte le parti. Siamo su un'isola.
È una mattina di otto o nove mesi dopo, quella in cui ti sembra che il pezzo sia pronto. Imperfetto e frammentario, ma di una frammentarietà che è propria di ogni viaggio in autobus e di un'imperfezione che è figlia non voluta degli otto-nove mesi trascorsi a fare altro e a mettere sopra al viaggio altri racconti e altri viaggi.
Lo rileggi e ti piace, nella maniera poco indicativa in cui finisce col piacerti più o meno ogni cosa che rileggi appena dopo averla finita.
Ti piace una certa malinconia non dichiarata.
Ti piacciono la rapidità e il senso di non compiuto.
Ti piace la scena con la ragazza della reception.
Ti sembra di aver trovato finalmente la distanza giusta tra te e le cose che racconti. Se potessi tornare indietro di qualche mese, riscriveresti tutto il blog in seconda persona.
Invii il testo al presidente della giuria – che hai continuato a sentire ogni tanto, anche solo per via del fatto che vivi a Parigi e di Parigi si è parlato abbastanza negli ultimi otto-nove mesi –, presentandolo in modo scherzoso come un piccolo tributo a una terra che ti ha stregato.
Il presidente del concorso ti risponde dopo appena un quarto d'ora. È una breve ma pulita email, in cui dice che il pezzo è carino e odora veramente di Sardegna, anche se c'è qualche passaggio un po' da tema del liceo.
Se solo avessi noleggiato un'auto, alle 7,45 del mattino staresti ancora dormendo o facendo la doccia. Invece, ti ritrovi sveglissimo e seduto nell'unico bar della piazza principale di Arzachena: un posto il cui vero merito è trovarsi a metà strada tra vari posti interessanti. È la mattina del secondo giorno, ma questo racconto ti piace chiuderlo così, giocandoti una piccola analessi.
La Gazzetta dello Sport presenta un derby estivo tra Milan e Inter che si gioca in non ricordi più quale paese asiatico. L'Unione Sarda parla dell'imminente arrivo di un monopolio a controllare i traghetti da e per la penisola. La Repubblica apre come al solito con Renzi. Tu fai finta di leggere, ma in realtà ascolti e cerchi di decifrare le chiacchiere in gallurese di tre anziani seduti al tavolo di fianco al tuo.
– Ma che sarebbero 'ste notti bianche? – sta chiedendo uno.
– Ogni anno se ne inventano una, – sta commentando scettico il secondo.
– Roba che portano dal Continente, – sta ridendo il terzo, e nel dirlo ti sta indicando e ammiccando. Tu lo assecondi. Per un attimo, hai la tentazione di rispondere "non t'arruoles" e fare il pugno con la mano sinistra, ma la trattieni e sorridi e basta. Non ti eri mai sentito così Yankee.
– Ma magari piovesse, stanotte... Che l'orto c'ha proprio bisogno, – conclude inesorabilmente il primo.
---
nota del 03/08/2015: Qualche notte fa, seduto sulla scalinata di Piazza San Sepolcro, a Cagliari, fumavo una sigaretta (!) e ragionavo sul viaggiare e sullo scrivere. Erano riflessioni leggere e molto kitsch, perché era tardissimo e perché avevo in corpo la classica malinconia da fine viaggio; se cercavo differenze, trovavo analogie.
Intorno a me, c'erano ragazzi che scherzavano, ragazzi che bevevano birra, due cani che giocavano con una bottiglia di plastica.
È stato lì che ho pensato che scrivere qualcosa sul viaggio in Sardegna, magari per il blog, sarebbe stato un modo onesto di ripercorrerlo e, diciamo così, salvarlo con nome. Ed è stato lì che ho pensato che, almeno stavolta, soprattutto stavolta, sarebbe stato bello e un po' on-the-road condividere anche il processo di costruzione del testo.
Per farla breve, questo post prenderà forma direttamente qui, curva dopo curva incrocio dopo incrocio, e lo aggiornerò usando il grassetto ogni volta che andrò ad aggiungere o modificare qualcosa. Un giorno, ma mi sembra più bello non fissare quando (che è un po' come partire senza avere in tasca il biglietto di ritorno), sarà evidente che è arrivato il momento di chiuderlo e congelarlo. Salutare, tornare a casa, metter su una megalavatrice.
Se ne avete voglia, venite pure a sbirciare, ogni tanto, così facciamo un pezzo di strada insieme...
Ho iniziato a scrivere questo pezzo "sardo" ormai nove mesi fa, come summer edition post di questo blog altrimenti parigino. L'idea era di farlo crescere in tempo reale online, aggiornando il post ogni volta che tornavo a metterci mano: stesura per stesura, correzione per correzione. L'ho fatto in maniera piuttosto discontinua, ahimè, ma, per quanto un testo possa dirsi finito, oggi questo testo diciamolo finito.
Sei partito talmente presto che, quando atterri, è ancora appena poco più che l'alba. In aereo non hai dormito. Hai preferito costringerti a un caffè prima della partenza e violentarti in volo con una guida della Sardegna, di cui tuttavia sapevi e continui a sapere molto poco. Preghi, come tutte le volte che scendi da un aereo, che ad attenderti ci sia un tunnel che ti conduce direttamente in aeroporto, e non un affollatissimo pulmino che partirà soltanto quando sarà ancora più affollato, o al contrario un attimo prima che tu salga, costringendoti ad aspettarne un secondo. Stavolta le tue preghiere sono esaudite: alla fine del tunnel, c'è l'aeroporto di Olbia. Non hai bagagli da recuperare e quindi ti dirigi rapido verso l'uscita. Sei concentratissimo. Non sai esattamente cosa fare di questa giornata, ma di sicuro sei già entrato nella modalità viaggio in solitaria, e questa modalità non prevede perdite di tempo, se non ben formalizzate e opportunamente giustificate; quindi individui l'insegna dell'autobus, tra le varie insegne, e la segui deciso. Sulle banchine dove fermano gli autobus, non siete in molti. Ci sei tu, c'è una ragazza più giovane di te, c'è una madre con due bambini. Indovini la direzione del mare anche se il mare non si vede; è un fiuto che hai sviluppato d'estate, da bambino. Da una parte, c'è una fila di taxi sproporzionata alla grandezza dell'aeroporto. Da un'altra, un fiume di gente, dentro il quale riconosci almeno tre quarti dei passeggeri del tuo stesso volo, che si dirige verso una porta scorrevole. Sul cartello sopra la porta, c'è scritto: Noleggio auto / Rent a car.
Se solo avessi noleggiato un'auto, l'escursione sulla Costa Smeralda potrebbe coprire qualche caletta in più. A leggere la guida, ti sembra di aver capito che non c'è molto da fare o vedere a Porto Cervo, a meno di avere abbastanza soldi e una nottata libera. Però – ti ha detto un simpatico tipo sardo, la sera prima, a cena – andare a Porto Cervo, ogni tanto, è importante: serve a tenere vivo e vigile il desiderio di lotta di classe.
Tu ci arrivi in autobus che è mattina presto. Insieme a te, scendono una coppia di piemontesi (credi) e una famiglia di tedeschi (credi). In giro, non c'è quasi nessuno. Delle poche persone che vedi (uomini ben vestiti, donne poco vestite), fai fatica a dire se siano già sveglie o ancora sveglie. Sembra un piccolo centro commerciale all'aperto, con vista sul mare. Tutto suona finto e un po' texano. La cosa più vera che trovi è un minuscolo Pam aperto. La cosa più proletaria che fai è mangiare focaccia e prosciutto, appoggiato a un muretto, che probabilmente è abituato ad ospitare sederi diversi. (La sera dopo, potrai raccontarlo al tipo sardo simpatico della sera prima. Lui ti schiaccerà un cinque molto yankee e nel farlo ti dirà in sardo stretto: "non t'arruoles".)
Quindi torni rapido verso la fermata, ad aspettare l'autobus successivo. Perché la Sardegna, sì, si può girarla in autobus, ma bisogna essere estremamente motivati, pazienti e puntuali.
La sosta successiva è a Capriccioli. Turistica e bellissima. Oppure: turistica ma bellissima. Oppure: turistica perché bellissima. Il mare ha davvero gli stessi colori che nelle foto della guida. La spiaggia è affollata ma se lo merita.
Infine, sulla via del ritorno, Baia Sardinia. Dove passeggi a lungo sugli scogli per testare il ginocchio, cui vorresti chiedere il permesso per un po' di hiking nei giorni a venire. E dove ti concedi un gelato in coppetta, gusti fragola e melone.
A cena, siedi di fronte a uno della giuria che ti fa i complimenti e ti dice che usi bene prolessi e analessi e che hai trovato proprio una bella metafora. Lo ringrazi. Gli dici quanto ti fa effetto che ti parli così: quanto ti fa sentire uno scrittore. Lui dice che dice davvero. Tu lo ringrazi di nuovo e sorridi. E – tralasciando il fatto che non sei così sicuro di sapere cosa sia un'analessi – dentro di te muori, sinceramente, dalla voglia di chiedergli quale sia la metafora. Perché se davvero c'è una metafora dentro, sarebbe bello capire come c'è finita. Perché se davvero c'è una metafora dentro, non ce l'hai messa tu. Hai sempre odiato le metafore e hai sempre odiato le allegorie (del resto, mai capita la differenza). Ti è sempre sembrata roba da tema del liceo.
– Quanto ti fermi?
– A Tempio, solo domani. Però resto una settimana in Sardegna.
– Ah, e dove vai?
– Non so di preciso... Tra una settimana devo essere a Cagliari, perché ho un biglietto per un concerto della Mannoia, e comunque riparto da lì. Penso di scendere lentamente e girare un po'.
– Sei in macchina?
– No. Andrò in autobus.
– Buona fortuna.
Se solo avessi noleggiato un'auto, a Bosa arriveresti di mattina e non nel primo pomeriggio.
Invece è successo che sei partito all'alba in tutta fretta senza fare colazione, hai fatto una sosta a Sassari, hai preso il primo e unico treno del tuo viaggio, hai passeggiato un po' per il centro di Alghero con lo zainone in spalla, hai mangiato un qualche tipo di pane carasau e finalmente sei rimontato in autobus e adesso arrivi a Bosa.
Entri in un bar, proprio nel parcheggio in cui ti ha lasciato l'autobus, e ti fai servire un'Ichnusa gelata, che mandi giù rapidamente mentre il televisore passa le immagini di un Inter-Milan estivo, giocato in qualche posto dell'estremo Oriente. Non te ne frega nulla della partita, e non avevi troppa voglia della birra. Ma hai un piano. Scambi due battute col barista, vai in bagno, torni al tuo posto e aspetti la fine del primo tempo. Nel pagare, chiedi qualche informazione sulla strada per il castello e – eccolo, il piano – se per caso puoi lasciare lo zaino nel bar e recuperarlo qualche ora più tardi.
La giornata è splendida. Bosa ha le case colorate come Portofino e, a rifletterne i colori sull'acqua, un fiume anziché il mare. La strada per il castello è ovviamente in salita. Ti fermi un attimo a rifiatare. Su un cassonetto dei rifiuti, noti un adesivo che recita "non t'arruoles", sopra l'immancabile immagine dei quattro mori. Sorridi e fotografi.
I viaggi hanno un paio di cose in comune coi capodanni. La prima è che sembra ci si debba divertire per forza (ma di questa fissazione, sei riuscito a liberarti subito dopo i diciott'anni). La seconda è che ti viene da far bilanci. Per esempio, mentre calpesti la sabbia di Cala Sisine, se non ricordi male, o comunque mentre calpesti qualche altra sabbia, pensi che arrivato a trentacinque anni uno ha proprio il dovere, di montarsi la testa. Se no, non vedi quando.
– E come pensi di scriverlo?
– Vorrei scriverlo usando il tu. Come se mi parlassi, come se mi guardassi da fuori.
– Ambizioso.
– Vorrei avesse la velocità del primo Brizzi, la follia dell'ultimo Nori e la saggezza di tutti i Tabucchi.
– Buona fortuna.
Se solo avessi noleggiato un'auto, non avresti bisogno di passare una notte a Nuoro. Invece, una rapida occhiata a orari e mappe ti ha fatto capire che Nuoro non avrà nulla di turisticamente rilevante, ma è in una posizione assolutamente strategica nella geografia dell'ARST.
Ci arrivi che è sera. Ne approfitti per fermarti in un ristorante consigliato da TripAdvisor e regalarti la prima cena vera da quando sei partito. Il posto si chiama il Rifugio e, con una minuscola prolessi, posso anticiparti che mangerai benissimo. Non ci sono molti turisti (da turista che non vuole ammettere di esserlo, la cosa ti fa piacere), la sala ha i colori e gli odori giusti e il cameriere è gentile e ti spiega con cura piatti, tempi e tradizioni. Non è di quelli che tentano vistosamente di pilotare le scelte del cliente. Non è di quelli che ti nominano dieci opzioni ma, di fatto, hanno già deciso loro cosa mangerai – come in certi quiz televisivi finti, in cui il presentatore fa l'occhiolino sulla risposta giusta oppure la enfatizza pateticamente con la voce. Tu, alla fine, opterai per un per niente estivo piatto di pecora bollita, accompagnato a un per niente rinfrescante Vermentino DOC.
Nel tavolo di fronte al tuo, c'è un gruppo di ragazze isolane. Capisci che sono isolane, definitivamente, dall'accento; ma lo intuisci, prima ancora che parlino, da un loro modo un po' selvatico e selvaggio di sedere e guardare le cose. È un atteggiamento che avevi notato, simile, nelle donne portoghesi, quando eri in Portogallo e guardavi donne portoghesi. Però – ti viene da concludere – le donne portoghesi sono leggermente più selvagge e leggermente meno belle. E invece – ti viene da osservare, a margine, osservandole –, le donne sarde hanno una componente di mistero, sì, ma che però non fa paura; e un modo sfrontato di esibirla e parlarti; e poi sono le vere professioniste degli occhiali con montatura nera (se siete curiosi e vi piacciono le donne e vi piace il genere, la Sardegna è il posto per voi).
Capisci di stare invecchiando da piccoli gesti o desideri, che prima non compievi o non conoscevi. Non dai problemi al ginocchio, non dai capelli bianchi, non dall'affanno quando fai le scale, non dal pensiero inaspettato di metter su famiglia. No. Capisci di stare invecchiando, ad esempio, quando alla domanda del gelataio ti sorprendi a rispondere coppetta anziché cono.
Un attimo dopo, c'è lui che ti guarda stupito; non perché hai risposto coppetta anziché cono, ma per l'espressione smarrita e quasi impaurita che assumi un attimo dopo averlo risposto. Fragola e melone, aggiungi allora, con un sorriso largo e lungo, cui affidi il compito di tranquillizzare entrambi.
Se solo avessi noleggiato un'auto, Orgosolo potresti incontrarla lungo la strada, mentre punti verso Cagliari. Invece ti ritrovi, in un'ennesima alba, a comprare l'ennesimo biglietto ARST dentro un tabaccaio di Nuoro. Ed è lì che ti lasci stuzzicare dall'idea di un pacchetto di Camel Blu da dieci. Ti sembra un modo interessante e vagamente trasgressivo di utilizzare gli ultimi due giorni e mezzo a disposizione e i tre euro e rotti che il tabaccaio ti sta rendendo di resto.
Quando arrivi a Orgosolo, Orgosolo si sta risvegliando e, si potrebbe dire, fate colazione insieme (immagine vagamente lirica, suggerita dalla nicotina) in un bar fatto a L su una stradina in salita, che ti ricorda un po' Trastevere e un po' Bairro Alto.
Orgosolo – mai capito su quale O vada l'accento – è un paesotto di quattromilacinquecento abitanti. Una volta c'erano i banditi; ora ci sono i murales. Hanno iniziato a farne alla fine degli anni Sessanta e ci hanno riempito via via tutte le strade del centro. Sono murales di protesta: c'è un De Andrè adolescente, un Bertolt Brecht vecchio saggio, un Che Guevara un po' timido vicino a un Gramsci in bianco e nero. E poi donne sarde e contadini sardi. Persino un Corto Maltese sbarcato in Sardegna, una Guernica tra due finestre, un Garibaldi in via Garibaldi. Passeggi per le stradine e scatti decine di foto, mentalmente e con lo smartphone, con cui addobberai nei mesi a venire le bacheche, rispettivamente, della tua coscienza e del tuo Facebook (altra immagine vagamente lirica).
Mentre aspetti l'autobus che ti riporterà indietro, accendi una sigaretta. Ovviamente, al terzo tiro ti gira già la testa. E, mentre inspiri ed espiri solennemente, rifletti che si dovrebbe incominciare a fumare a quindici anni nei cessi del liceo, e non a trentacinque appoggiato a una pensilina dell'ARST.
Ma no, che c'entra, ti dici per tranquillizzarti. Non stai mica incominciando a fumare, ti dici. Fa solo parte del viaggio. Come rientri a Parigi, smetti, ti dici. Ci sono libri che aiutano a farlo. Li hai visti in decine di librerie, impilati ordinatamente di fianco alle casse. Sorridi. Spegni il mozzicone pigiandolo con la scarpa, con un gesto che ti riesce stranamente naturale. Poi tiri fuori una penna e annoti sulla Moleskine un paio di immagini vagamente liriche.
Se solo avessi noleggiato un'auto, non avresti bisogno di utilizzare Blablacar per spostarti in tempi ragionevoli da Nuoro a Cagliari. Il tuo compagno di viaggio, nonché guidatore di vecchia Fiat Croma, si chiama Giuseppe ed è sardo.
Ti sembra una brava persona. Dopo venti minuti, si ferma in un bar per mangiare un tramezzino, e bere e offrirti un caffè. Arricchite le presentazioni iniziali con qualche particolare in più. Appena tornati fuori nel parcheggio, accende una sigaretta.
- Adesso andiamo, eh... Ne vuoi una?
- Grazie, non fumo, - rispondi automaticamente.
- Stavi fumando quando sono arrivato...
- Ah, sì, no... cioè, normalmente non fumo, - rispondi vagamente in confusione.
- Fai bene.
- Sì, - rispondi automaticamente.
- Non iniziare mai.
- Sì... cioè, no. È stata proprio un'eccezione, - rispondi vagamente in confusione.
Lungo il viaggio, attraversate paesaggi spogli, in cui c'è sole e terra dappertutto e pochissimi spazi coltivati. Intanto gli parli di Parigi, e di quello che fai a Parigi, e di quello che ci fai lungo la strada tra Nuoro e Cagliari. Lui ti spiega perché fa quella strada un giorno sì e due no, che è stato a Parigi un weekend di maggio con una ragazza, e che se Dio vuole la sposerà tra un anno.
Ascoltate musica in silenzio per una mezzora. Poi lo stuzzichi sulla Sardegna e sull'indipendenza. Lui parte. Hai beccato uno che è nel consiglio comunale del paese d'origine. È un cinquestelle pentito. È soprattutto anti-renziano e dice che è una vergogna il mare di cazzate che scrivono su Repubblica e sull'Unione Sarda. Sarebbe pure per l'indipendenza, ma dei vari movimentini per l'indipendenza non ce n'è uno che gli sembri serio.
Ti lascia praticamente a dieci metri dall'ostello. Si offre di offrirti un ultimo caffè, che però rifiuti ringraziando di cuore. Ti sembra una brava persona. Trascuri il fatto che abbia guidato per tre quarti d'ora buoni tenendo una mano sul volante e l'altra sul cellulare, e gli lasci cinque stellette riconoscenti sul sito di Blablacar.
E finalmente sei a Cagliari, dove se solo avessi noleggiato un'auto potresti passare a prendere un caro amico che hai conosciuto un paio d'anni prima a una conferenza. Vi trovate comunque facilmente, in un bar in pieno centro storico, per una birra post-pranzo. Non siete cambiati. Tu hai ancora lo sguardo da studente che non si applica ma sembra lo faccia, lui somiglia ancora a Ivano Fossati. Vi raccontate quello che c'è da raccontarsi, lui ti presenta degli amici, loro raccontano aneddoti sardi o divertenti, tu accetti volentieri di concludere la giornata in spiaggia.
Sono dei momenti piuttosto riusciti e intensi, in cui ti viene da riflettere su vantaggi, svantaggi e tipicità del viaggiare in solitaria piuttosto che in gruppo o in coppia. Dei quali adesso potresti anche scrivere più a lungo, se non avessi una paura fottuta di scadere in psico-filosofia facile da tema del liceo.
Bevete ancora qualche Ichnusa, fate ancora qualche foto inevitabile, con Cagliari da una parte e il tramonto dall'altra, e ti fai dare informazioni su come raggiungere Chia la mattina dopo, per quella che sarà l'ultima sessione di hiking del tuo viaggio. Per gli appassionati all'argomento, nel gruppo, per la maggior parte sono contro l'indipendenza (ma va anche detto che per la maggior parte non sono di origine sarda).
Concludete la giornata in acqua, che è ormai l'imbrunire, cantando a squarciagola La canzone popolare.
La ragazza della reception esce dall'ostello, ti vede, sorride, ti raggiunge, chiede posso? e ti siede vicino. Può farlo, senza che questo significhi o comporti nulla, perché avete parlato relativamente a lungo, e raggiunto una qualche confidenza, durante il check-in della mattina: quando tu hai avuto problemi con la carta francese e hai rischiato seriamente di mandarla in blocco, prima di ricordare che ha quattro cifre di pin anziché cinque; e quando lei è impazzita nella procedura inusuale di registrare un utente che ha la residenza da una parte e il domicilio dall'altra (alla fine, le hai detto: senti, facciamo che abito ancora coi miei, che tanto non creiamo problemi a nessuno, e mi sa che loro sarebbero pure contenti). La ragazza della reception ti guarda fumare e ti chiede se può farti compagnia. Tu le passi una sigaretta, che è un gesto che non avevi mai fatto nella vita, eppure immaginato tante volte. Lei ti dice che non ti ha chiesto una sigaretta, ma solo se può farti compagnia. Ci rimani un po' male, perché ti sembra abbia rovinato qualcosa della bellezza e complicità del momento, ma devi ammettere che tecnicamente ha ragione lei. Mentre sfila dal pacchetto, e accende, una sigaretta delle sue, ti chiede di Parigi: com'è, cosa fai, quando ci sei finito. Tu rispondi con cura. Hai imparato a farlo in maniera quasi fluente in francese; adesso rispondere in italiano è una passeggiata, e ti permetti di piazzare qua e là anche note a margine e battute spiritose. Poi le chiedi di lei, dei suoi studi, del presente in ostello e del futuro sul continente, e, tanto per completare le statistiche, della sua opinione sull'indipendenza della Sardegna. È tutto molto naturale e rapido (come succede nei film, in certa letteratura, nei viaggi in solitaria).
– Ma non ti annoi? – chiede lei.
– Ma no, – dici tu.
– E che fai tutto il giorno?
– Penso. Mi guardo da fuori.
– E parli da solo?
– Qualche volta.
– E cammini...
– Cammino cammino cammino... E un po' scrivo. Che alla fine è come parlare da soli.
– Scrivi.
– Sì. Da qualche tempo, tengo pure una specie di blog. Che è come parlare da soli a voce alta.
Devi ammetterlo: quando viaggi in solitaria, se appena appena una ragazza ti rivolge la parola o anche solo ti risponde, tu utilizzi un registro un po' esistenzialista e un po' piacionico (che poi tendi invece a sotterrare nella tua vita quotidiana), e in definitiva fai il figo.
C'è un brevissimo silenzio e poi: – Secondo me tu scrivi troppo e scopi poco.
Questo lo dice lei, con tempi teatrali perfetti, e imprevedibilità e sfrontatezza di ragazza isolana nata a inizio anni Novanta (le tue coetanee, isolane o no, anche le più scafate, una frase del genere non te l'hanno mai detta). Tu, nel tuo piccolo, erano anni che sognavi che una ragazza ti dicesse una cosa così. Si potrebbe quasi teorizzare che ti ostini a viaggiare in solitaria, e, mentre viaggi in solitaria, a dire le cose piacioniche ed esistenzialiste che dici, perché sogni che un giorno una ragazza ti dica una frase del genere. Quindi hai pronta una risposta da film, o da certa letteratura, che non lascia assolutamente scampo. Fai una pausa di qualche secondo (che non ti serve affatto a pensare cosa rispondere, perché hai già tutto perfettamente chiaro da anni; la fai semplicemente perché anche quella pausa è una pausa da film che hai preparato con cura) e poi, effettivamente, rispondi, persino più piacionico di prima: – Solo una delle due cose è vera. Ma non ti dico quale.
A questo punto, nel tuo film, quello che si proietta da anni, periodicamente e puntualmente, nella tua testa di ragazzo non isolano degli anni Ottanta, la ragazza sorride, fa una pausa, e risponde: – Se vuoi, posso aiutarti con una delle due. Ma non ti dico quale...
E poi la camera stacca significativamente su un interno notte.
Invece, la ragazza della reception sorride e basta.
E insomma – sarà l'euforia facile da viaggio in solitaria, sarà la nicotina che rimbalza festosa nei tuoi polmoni vergini, sarà che veramente stai invecchiando e stai invecchiando bene – succede che ti ritrovi nei pensieri, e un secondo dopo sulla moleskine, una metafora facile facile (o un'allegoria, mai capita la differenza): e cioè che tu un'auto non l'hai noleggiata mai, ma proprio nella vita, perché ti è sempre piaciuto camminare a piedi e scansare o calpestare le cacche ad una ad una, e al limite fare i conti con gli orari degli autobus, e sicuramente ogni tanto perderne anche qualcuno. E il giorno in cui finirà tutto, se un giorno finirà tutto, guardandoti intorno e dentro, concluderai che sì, qualche caletta l'avrai pure mancata, però hai la coscienza a posto e due polpacci così; e se c'è un autobus che passa a minuti, bene, ma sennò tu all'altro mondo ci vai pure tranquillamente a piedi.
Di fianco a te, c'è una ragazza che indossa degli occhiali con montatura nera e canta con forte accento sardo tutte le canzoni della Mannoia, pausa per pausa, parola per parola. Carina. Labbra sottili. Mora. Avrà almeno dieci anni meno di te (ma ormai chi è che non ha almeno dieci anni meno di te?). Nonostante la sua azione di disturbo – sarà la malinconia facile da fine viaggio, sarà la nicotina che rimbalza festosa nei tuoi polmoni vergini, sarà che veramente stai invecchiando e stai invecchiando male –, succede che il repertorio nazional-popolare della Mannoia finisce con l'emozionarti e, addirittura, confessalo, su Amore bello di Baglioni, ti scendono dagli occhi due lacrime inaspettate e dichiaratamente kitsch.
– Scusi, da che parte è il mare?
– Da tutte le parti. Siamo su un'isola.
È una mattina di otto o nove mesi dopo, quella in cui ti sembra che il pezzo sia pronto. Imperfetto e frammentario, ma di una frammentarietà che è propria di ogni viaggio in autobus e di un'imperfezione che è figlia non voluta degli otto-nove mesi trascorsi a fare altro e a mettere sopra al viaggio altri racconti e altri viaggi.
Lo rileggi e ti piace, nella maniera poco indicativa in cui finisce col piacerti più o meno ogni cosa che rileggi appena dopo averla finita.
Ti piace una certa malinconia non dichiarata.
Ti piacciono la rapidità e il senso di non compiuto.
Ti piace la scena con la ragazza della reception.
Ti sembra di aver trovato finalmente la distanza giusta tra te e le cose che racconti. Se potessi tornare indietro di qualche mese, riscriveresti tutto il blog in seconda persona.
Invii il testo al presidente della giuria – che hai continuato a sentire ogni tanto, anche solo per via del fatto che vivi a Parigi e di Parigi si è parlato abbastanza negli ultimi otto-nove mesi –, presentandolo in modo scherzoso come un piccolo tributo a una terra che ti ha stregato.
Il presidente del concorso ti risponde dopo appena un quarto d'ora. È una breve ma pulita email, in cui dice che il pezzo è carino e odora veramente di Sardegna, anche se c'è qualche passaggio un po' da tema del liceo.
Se solo avessi noleggiato un'auto, alle 7,45 del mattino staresti ancora dormendo o facendo la doccia. Invece, ti ritrovi sveglissimo e seduto nell'unico bar della piazza principale di Arzachena: un posto il cui vero merito è trovarsi a metà strada tra vari posti interessanti. È la mattina del secondo giorno, ma questo racconto ti piace chiuderlo così, giocandoti una piccola analessi.
La Gazzetta dello Sport presenta un derby estivo tra Milan e Inter che si gioca in non ricordi più quale paese asiatico. L'Unione Sarda parla dell'imminente arrivo di un monopolio a controllare i traghetti da e per la penisola. La Repubblica apre come al solito con Renzi. Tu fai finta di leggere, ma in realtà ascolti e cerchi di decifrare le chiacchiere in gallurese di tre anziani seduti al tavolo di fianco al tuo.
– Ma che sarebbero 'ste notti bianche? – sta chiedendo uno.
– Ogni anno se ne inventano una, – sta commentando scettico il secondo.
– Roba che portano dal Continente, – sta ridendo il terzo, e nel dirlo ti sta indicando e ammiccando. Tu lo assecondi. Per un attimo, hai la tentazione di rispondere "non t'arruoles" e fare il pugno con la mano sinistra, ma la trattieni e sorridi e basta. Non ti eri mai sentito così Yankee.
– Ma magari piovesse, stanotte... Che l'orto c'ha proprio bisogno, – conclude inesorabilmente il primo.
---
nota del 03/08/2015: Qualche notte fa, seduto sulla scalinata di Piazza San Sepolcro, a Cagliari, fumavo una sigaretta (!) e ragionavo sul viaggiare e sullo scrivere. Erano riflessioni leggere e molto kitsch, perché era tardissimo e perché avevo in corpo la classica malinconia da fine viaggio; se cercavo differenze, trovavo analogie.
Intorno a me, c'erano ragazzi che scherzavano, ragazzi che bevevano birra, due cani che giocavano con una bottiglia di plastica.
È stato lì che ho pensato che scrivere qualcosa sul viaggio in Sardegna, magari per il blog, sarebbe stato un modo onesto di ripercorrerlo e, diciamo così, salvarlo con nome. Ed è stato lì che ho pensato che, almeno stavolta, soprattutto stavolta, sarebbe stato bello e un po' on-the-road condividere anche il processo di costruzione del testo.
Per farla breve, questo post prenderà forma direttamente qui, curva dopo curva incrocio dopo incrocio, e lo aggiornerò usando il grassetto ogni volta che andrò ad aggiungere o modificare qualcosa. Un giorno, ma mi sembra più bello non fissare quando (che è un po' come partire senza avere in tasca il biglietto di ritorno), sarà evidente che è arrivato il momento di chiuderlo e congelarlo. Salutare, tornare a casa, metter su una megalavatrice.
Se ne avete voglia, venite pure a sbirciare, ogni tanto, così facciamo un pezzo di strada insieme...
venerdì 1 aprile 2016
le cose a metà
Mi prendo una piccola pausa da Parigi per rimettere mano al pezzo sardo della scorsa estate, contando di riuscire a chiuderlo a breve, che non è bello lasciare le cose a metà.
Se vi affacciate, ogni tanto, – questa era l'idea – potrete vederlo crescere in tempo reale sul blog.
Ah... Chi si stesse chiedendo cosa ci faccia un pezzo sardo dentro un blog parigino, può scegliere una delle seguenti risposte:
1) ma non è (davvero) un pezzo sardo;
2) ma non è (davvero) un blog parigino;
3) ogni volta che vado in viaggio, il blog insiste per venire anche lui e io sono buono e non so dirgli di no;
4) e allora spiegatemi che ci fa la bandiera dei quattro mori a ogni primo maggio...
Se vi affacciate, ogni tanto, – questa era l'idea – potrete vederlo crescere in tempo reale sul blog.
Ah... Chi si stesse chiedendo cosa ci faccia un pezzo sardo dentro un blog parigino, può scegliere una delle seguenti risposte:
1) ma non è (davvero) un pezzo sardo;
2) ma non è (davvero) un blog parigino;
3) ogni volta che vado in viaggio, il blog insiste per venire anche lui e io sono buono e non so dirgli di no;
4) e allora spiegatemi che ci fa la bandiera dei quattro mori a ogni primo maggio...
lunedì 25 gennaio 2016
fiji, mare e monti
Piccola digressione extra-muros.
La galleria fotografica si accompagna bene a questo testo. O viceversa.
La galleria fotografica si accompagna bene a questo testo. O viceversa.
http://trovarecasaaparigi.blogspot.fr/2016/01/parigi-vista-dalle-figi.html
Posted by Trovare Casa a Parigi on Sunday, January 24, 2016
venerdì 1 gennaio 2016
parigi vista dalle figi
Sì: ci sono le spiagge di sabbia bianchissima e finissima, il mare bluissimo, le noci di cocco rotondissime e un mucchio di altre cose da isola che non si riesce a scrivere senza abbracciarle a un superlativo assoluto. Inoltre, se fate snorkeling (e qualche mezzora sott'acqua ce l'ho passata) vedete pesci a strisce bianconere e coralli come quelli di Superquark, e se fate immersioni (ma io non ne faccio) immagino vediate cose ancora più mirabolanti.
Ecco, adesso possiamo incominciare.
una mattina
La prima cosa che imparo, delle Figi, è che la domenica mattina è tutto chiuso tranne le chiese. Me ne accorgo dopo aver girato a caso per un po', senza aver trovato un negozio né un bar aperto, e avendo visto quasi nessuno in strada. In compenso, di chiese ce ne sono quante ne vuoi, e di varie religioni. Decido di entrare in una, anche solo per avere un'idea. Fa cultura, mi dico. E decido di cercarne una cattolica. Non per un motivo particolare, ma diciamo che quando entro in una chiesa, specie se sto dall'altra parte del mondo, ho sempre paura di sbagliare qualcosa, di urtare sensibilità, e allora mi convinco che se non altro in una chiesa cattolica ho qualche possibilità in più di indovinare come muovermi.
Cerco una chiesa cattolica, chiedo a una vecchina che incrocio per strada.
La prima a destra e poi sempre dritto, risponde la vecchina, ma solo dopo dieci minuti in cui gli ho raccontato chi sono e da dove vengo e soprattutto mi ha raccontato chi è e che è cattolica anche lei.
Distante?
Ma no. Sarà una mezz'ora...
Mica poco, mi dico. Ringrazio e mi incammino.
Così, la seconda cosa che imparo, delle Figi, è che la gente risponde a caso. Non lo fa per cattiveria o svogliatezza. Credo lo faccia, innanzitutto, perché qualcuno deve avergli messo in testa che non rispondere è maleducazione. Quindi, nel caso in cui non sappiano la risposta, i figiani inventano. E poi credo lo facciano perché sono sempre con la testa da un'altra parte, completamente apragmatici. Imprecisi, approssimativi. Non danno ai numeri il valore che gli diamo noi. Soprattutto, non danno al tempo il valore che gli diamo noi. Per dire, cinque minuti possono tranquillamente essere arrotondati a una mezz'ora.
Insomma, mi incammino seguendo le indicazioni della vecchia e dopo cinque minuti sono in chiesa. La messa è quasi finita, ma faccio in tempo a gustarmi un coretto gospel tropicale, con tanto di accompagnamento di chitarre. E soprattutto, faccio in tempo a stupirmi del fatto che a fine messa apparecchino una lunga tavolata in fondo alla chiesa e si faccia colazione sociale con tè, frutta e pasticcini. Io mi siedo e approfitto.
un'altra mattina
Le Figi sono un posto lontano e diverso, dove di notte c'è sole e al mattino fa buio. È per questo motivo che il mio racconto è un racconto di mattine: un racconto col jet lag.
Sono da tre giorni in un villaggio all'interno dell'isola più grande, ospite di una famiglia in cui l'uomo di casa somiglia a Diego Abatantuono nelle sue interpretazioni più selvagge. È successo che a un certo punto mi sono sentito un po' stufo di oceano isolotti e turisti. Così ho pensato di avventurarmi all'interno e ho scelto un villaggio di venti capanne, senza elettricità, coi tetti di bambù e le galline per strada, perso dentro un parco naturale. Gli autobus non ci arrivano: dalla città più vicina mi ha accompagnato qui un tassista abusivo. Sono arrivato portando in dono un chilo di radici di kava, una pianta della famiglia del pepe che si macina per farne una bevanda del colore e sapore dell'acqua sporca, che però ti rilassa e addormenta la lingua.
Faccio colazione con pancake bruciacchiati e cassava, la loro patata dolce che mettono dappertutto. Poi mi lancio in un hiking incosciente dentro la foresta. Non è pericoloso, mi hanno assicurato, e in effetti non mi sembra di incrociare animali troppo velenosi. Dalla vetta c'è un panorama che mescola isole e foreste, mare e monti. Cose da fotomontaggio scriteriato. Torno in tempo per pranzo (verdure cotte, riso e l'immancabile cassava) e subito dopo chiedo a Diego Abatantuono se può chiamarmi il tassista con cui sono d'accordo perché mi riporti in città.
In attesa che il tassista arrivi, vado a giocare a rugby coi ragazzini del villaggio. Cioè, loro giocano e io faccio foto. La palla è una bottiglia di plastica. C'è sole e fa caldo. Nelle capanne vicine, uomini e donne riposano; devono avere un loro concetto di siesta post-pranzo. Intorno, pascolano due cavalli e tante galline.
Abatantuono torna dopo un paio d'ore e lo vedo che scuote la testa in maniera solenne. Del resto, lui fa tutto in maniera solenne. Il tassista ha telefonato e non riesce a venire, dice. C'è un albero in mezzo alla strada che blocca il passaggio. Ha chiamato in città perché vadano a spostare l'albero, dice. Bisogna aspettare.
Io sono stanco e accaldato e la storia sembra un po' troppo da film. Detto tra noi, mi viene il sospetto che Abatantuono se la sia inventata per farmi restare una notte in più. Nel frattempo, si è raccolta intorno a noi una buona parte della popolazione del villaggio. Si parla di questo albero, di cosa si può fare, di chi eventualmente chiamare. Quanto ci vuole a piedi fino alla città?, chiedo. Gli uomini si guardano. Sarà una mezz'ora, risponde - giuro - una donna. Ci ho messo un'ora in macchina, è chiaramente impossibile. No, di più, mi conferma Abatantuono. Visto che sembra una partita a poker, decido di bluffare. Beh, vado a piedi, dico io; ho l'aereo stasera, non posso proprio rimanere qui. Spero che così dicendo qualcosa si smuova. Gli uomini si guardano. Un'altra donna dice Ma no, con quello zainone... E però non si smuove nulla. Ho l'impressione che se fosse per loro, potremmo rimanere immobili per giorni: io, loro, l'albero in mezzo alla strada. Ci salutiamo e, niente, mi lasciano partire.
Mi metto in marcia, sole cocente e zainone in spalla, e dopo l'escursione della mattina non è esattamente la cosa al mondo che abbia più voglia di fare. Non c'è ovviamente nessuno, per strada. A farmi compagnia, solo le insegne di legno con le indicazioni dei chilometri; una ogni chilometro, credo. Dopo un'ora e mezza - ebbene, sì - vedo un tronco d'albero in mezzo alla strada. Che la blocca completamente. La terza cosa che imparo, delle Figi, è che i figiani non bluffano.
Subito dopo il tronco - ebbene, sì - c'è il tassista parcheggiato che aspetta, evidentemente ormai da ore. Non so esattamente cosa. Forse me, forse il soccorso stradale, forse semplicemente che faccia buio.
l'ultima mattina
L'ultima mattina, la passo con Faith, che è una ragazza finalmente figiana, conosciuta su Tinder.
ciao belle foto.
grazie.
finalmente ti ho trovata!
ci conosciamo?
no ma ti cercavo da un sacco di tempo.
hahahha... lo scrivi a tutte?
ma no. cioè, ciao belle foto sì... ma il resto no.
Lei pomeriggio e sera è impegnata, io riparto il giorno dopo: non ci resta che un rapido brunch. Siamo a Suva, la capitale, e il locale l'ha scelto lei. Si chiama The Republic of Cappuccino, e io, scettico e italiano come sono, avrei sinceramente preferito qualcos'altro. Però devo ammettere che bevo qui il miglior espresso di tutto l'arcipelago.
Ma Faith è il tuo vero nome?
Never mind.
Faith è grassottella (mi ha autorizzato a scriverlo) ma ha un bel viso (non le ho chiesto il permesso ma lo scrivo). E ha un tatuaggio sotto la spalla sinistra, che ne condiziona i movimenti e le torsioni, mi dice, a seconda del fatto che voglia o meno mostrarlo.
E con me? Vuoi mostrarlo o no?
Boh... Quando ho un appuntamento con un uomo, di solito cerco di mostrarlo. Ma il nostro, non ho capito bene cosa sia.
La conversazione ha i pregi e i difetti di una conversazione di un paio d'ore con una persona che probabilmente, dopo quelle due ore, non vedrai più nella vita. In questo senso, è la conclusione appropriata di un viaggio in cui hai vissuto tutto con la più o meno marcata consapevolezza che le cose che stai vedendo, probabilmente, non le rivedrai mai più.
Certo che qui piove ogni giorno; almeno un quarto d'ora di pioggia non te lo toglie nessuno, dico per rompere il ghiaccio.
Sì, e invece al nord non vedono acqua da mesi.
È incredibile tanta differenza in un'isola così piccola.
È una conversazione che parte, inevitabilmente, dai luoghi comuni locali, che lei sa e io ho imparato.
Anche tu giochi a rugby?, chiedo.
Ahah, no, io no. Mio fratello gioca. Qui un po' tutti.
Ma invece a Ba e dintorni si gioca a calcio.
Vero. Quante ne sai...
Eh, sì, lunghe conversazioni coi tassisti...
Faith sembra più rapida e reattiva della maggior parte dei figiani con cui ho interagito.
Forse perché lavoro in albergo, e perché sono stata fuori, dice; anche in Europa, per un anno.
Ma dai. Dove?
Berlino. E Parigi.
Nooo... Io ci vivo, a Parigi.
Viene fuori che lei ci ha lavorato per sei mesi e ci ha lasciato la testa e il cuore, si lascia sfuggire con aria sognante. Se mi dici dove, quando torno te li cerco, rispondo. Lei ride. Ride anche troppo. Forse ho pescato per puro caso una battuta che funziona meglio secondo i canoni dell'umorismo figiano che secondo quelli occidentali, va' a sapere.
Le racconto dei posti che ho visto e delle cose che ho fatto in queste tre settimane sull'isola.
Poi mi faccio raccontare del suo lavoro, della sua famiglia, delle sue amiche. Ha uno dei migliori inglesi che abbia ascoltato alle Figi. Ma le sue frasi sono dense, annodate di tensione, sembrano venir fuori schiaffeggiate: il prodotto di un combattimento interiore, ipotizzo, tra un orgoglio un po' selvatico e un'innascondibile insoddisfazione.
In molti usano Tinder qui?
Macché, becco solo turisti. Però meglio così.
Il brunch è semplice ma buono. Qualche insalata mista, bocconcini di pollo, muffin. Non le chiedo quanto tempo abbiamo ancora. Più o meno una mezz'ora, mi rispondo da solo.
Mi piacerebbe andare a vivere altrove, dice.
L'avevo capito.
Voglio dire, per carità, qui è il paradiso...
Capisco perfettamente.
Fuori piove. Faith scherza che soltanto gli inglesi potevano inventarsi una capitale nell'area più piovosa dell'isola. Rido. Sorride. Al momento di salutarci, uno di noi due chiede Ma che facciamo, ce lo diamo un bacio finale takeaway? E l'altro di noi due risponde Ma no, non ha senso.
Faith fa ciao con la mano e gira l'angolo. Nel farlo mostra evidentemente il tatuaggio sotto la spalla. Io vado dall'altra parte, guardo l'orologio e calcolo che voi state dormendo o facendo l'amore.
È già passato quasi un mese. Nel frattempo, ho controllato e, se è vero che la terra è rotonda, come hanno sostenuto con forza Copernico e soprattutto il Risiko, allora è difficile trovare due punti del globo più distanti di quanto lo sono Parigi e le Figi.
Con Faith, continuiamo a sentirci in chat, ogni tanto. Ci siamo raccontati la mezza giornata dopo esserci salutati, ci siamo lamentati delle feste natalizie troppo brevi, ci siamo augurati un felice anno nuovo. Uno di noi due pensa che questo scambio di messaggi non abbia alcun senso. L'altro di noi due continua a dirsi che alla fine un bacio non costava niente e ci sarebbe stato bene.
epilogo
Comprare un quotidiano locale.
Comprare un giornale di annunci e vedere quanto costa un affitto, quanto costa una macchina, che lavoro si può sperare di trovare.
Salire su un autobus senza finestrini. Accorgersi che a bordo c'è musica disco a palla. Accorgersi di essere l'unico bianco.
Salire su un autobus che sembra pubblico e scoprire che invece è una comitiva di evangelici metodisti in gita. Lasciarsi comunque riaccompagnare in città.
Comprare una scheda sim, anche solo per capire se aveva senso farlo.
Entrare da un barbiere e tagliare i capelli.
Ma anche perdersi nel mercato e scoprire che le banane le vendono solo a caschi interi. Comprare radici di kava. Non comprare cassava.
Bere l'acqua del rubinetto almeno nelle città in cui dicono che si può farlo. Fidarsi è bene. Non fidarsi è meglio, ma è noioso.
Mangiare dai venditori di strada.
Mangiare pollo fritto.
Mangiare solo nei posti non segnalati dalla Lonely Planet.
Mangiare nel McDonald's e concludere che persino il McDonald's non è proprio uguale uguale al nostro.
Chiedere indicazioni anche se si sa benissimo dove andare. O invece prendere a camminare a caso, e smettere solo quando si è proprio sicuri di essersi persi.
Ma anche noleggiare una bici. O provare a farlo e accorgersi che non c'è modo di farlo.
Fare conversazione coi tassisti per imparare i luoghi comuni locali.
Chiedere alle persone se hanno mai visto l'Europa, o anche solo l'Australia; se sono ricche, se sono stanche, se sono felici.
A dirlo in una frase, e secondo una definizione che sono andato affinando nel corso degli anni, per me viaggiare è, in mezzo a un mucchio di altre cose ma prima di tutte le altre cose, andare in un posto e immaginare come sarebbe viverci. Da un punto di vista strettamente teorico, la prima condizione (andarci, nel posto) non è neppure indispensabile. Però è utile, decisamente utile. E di solito divertente.
Ecco, adesso possiamo incominciare.
una mattina
La prima cosa che imparo, delle Figi, è che la domenica mattina è tutto chiuso tranne le chiese. Me ne accorgo dopo aver girato a caso per un po', senza aver trovato un negozio né un bar aperto, e avendo visto quasi nessuno in strada. In compenso, di chiese ce ne sono quante ne vuoi, e di varie religioni. Decido di entrare in una, anche solo per avere un'idea. Fa cultura, mi dico. E decido di cercarne una cattolica. Non per un motivo particolare, ma diciamo che quando entro in una chiesa, specie se sto dall'altra parte del mondo, ho sempre paura di sbagliare qualcosa, di urtare sensibilità, e allora mi convinco che se non altro in una chiesa cattolica ho qualche possibilità in più di indovinare come muovermi.
Cerco una chiesa cattolica, chiedo a una vecchina che incrocio per strada.
La prima a destra e poi sempre dritto, risponde la vecchina, ma solo dopo dieci minuti in cui gli ho raccontato chi sono e da dove vengo e soprattutto mi ha raccontato chi è e che è cattolica anche lei.
Distante?
Ma no. Sarà una mezz'ora...
Mica poco, mi dico. Ringrazio e mi incammino.
Così, la seconda cosa che imparo, delle Figi, è che la gente risponde a caso. Non lo fa per cattiveria o svogliatezza. Credo lo faccia, innanzitutto, perché qualcuno deve avergli messo in testa che non rispondere è maleducazione. Quindi, nel caso in cui non sappiano la risposta, i figiani inventano. E poi credo lo facciano perché sono sempre con la testa da un'altra parte, completamente apragmatici. Imprecisi, approssimativi. Non danno ai numeri il valore che gli diamo noi. Soprattutto, non danno al tempo il valore che gli diamo noi. Per dire, cinque minuti possono tranquillamente essere arrotondati a una mezz'ora.
Insomma, mi incammino seguendo le indicazioni della vecchia e dopo cinque minuti sono in chiesa. La messa è quasi finita, ma faccio in tempo a gustarmi un coretto gospel tropicale, con tanto di accompagnamento di chitarre. E soprattutto, faccio in tempo a stupirmi del fatto che a fine messa apparecchino una lunga tavolata in fondo alla chiesa e si faccia colazione sociale con tè, frutta e pasticcini. Io mi siedo e approfitto.
un'altra mattina
Le Figi sono un posto lontano e diverso, dove di notte c'è sole e al mattino fa buio. È per questo motivo che il mio racconto è un racconto di mattine: un racconto col jet lag.
Sono da tre giorni in un villaggio all'interno dell'isola più grande, ospite di una famiglia in cui l'uomo di casa somiglia a Diego Abatantuono nelle sue interpretazioni più selvagge. È successo che a un certo punto mi sono sentito un po' stufo di oceano isolotti e turisti. Così ho pensato di avventurarmi all'interno e ho scelto un villaggio di venti capanne, senza elettricità, coi tetti di bambù e le galline per strada, perso dentro un parco naturale. Gli autobus non ci arrivano: dalla città più vicina mi ha accompagnato qui un tassista abusivo. Sono arrivato portando in dono un chilo di radici di kava, una pianta della famiglia del pepe che si macina per farne una bevanda del colore e sapore dell'acqua sporca, che però ti rilassa e addormenta la lingua.
Faccio colazione con pancake bruciacchiati e cassava, la loro patata dolce che mettono dappertutto. Poi mi lancio in un hiking incosciente dentro la foresta. Non è pericoloso, mi hanno assicurato, e in effetti non mi sembra di incrociare animali troppo velenosi. Dalla vetta c'è un panorama che mescola isole e foreste, mare e monti. Cose da fotomontaggio scriteriato. Torno in tempo per pranzo (verdure cotte, riso e l'immancabile cassava) e subito dopo chiedo a Diego Abatantuono se può chiamarmi il tassista con cui sono d'accordo perché mi riporti in città.
In attesa che il tassista arrivi, vado a giocare a rugby coi ragazzini del villaggio. Cioè, loro giocano e io faccio foto. La palla è una bottiglia di plastica. C'è sole e fa caldo. Nelle capanne vicine, uomini e donne riposano; devono avere un loro concetto di siesta post-pranzo. Intorno, pascolano due cavalli e tante galline.
Abatantuono torna dopo un paio d'ore e lo vedo che scuote la testa in maniera solenne. Del resto, lui fa tutto in maniera solenne. Il tassista ha telefonato e non riesce a venire, dice. C'è un albero in mezzo alla strada che blocca il passaggio. Ha chiamato in città perché vadano a spostare l'albero, dice. Bisogna aspettare.
Io sono stanco e accaldato e la storia sembra un po' troppo da film. Detto tra noi, mi viene il sospetto che Abatantuono se la sia inventata per farmi restare una notte in più. Nel frattempo, si è raccolta intorno a noi una buona parte della popolazione del villaggio. Si parla di questo albero, di cosa si può fare, di chi eventualmente chiamare. Quanto ci vuole a piedi fino alla città?, chiedo. Gli uomini si guardano. Sarà una mezz'ora, risponde - giuro - una donna. Ci ho messo un'ora in macchina, è chiaramente impossibile. No, di più, mi conferma Abatantuono. Visto che sembra una partita a poker, decido di bluffare. Beh, vado a piedi, dico io; ho l'aereo stasera, non posso proprio rimanere qui. Spero che così dicendo qualcosa si smuova. Gli uomini si guardano. Un'altra donna dice Ma no, con quello zainone... E però non si smuove nulla. Ho l'impressione che se fosse per loro, potremmo rimanere immobili per giorni: io, loro, l'albero in mezzo alla strada. Ci salutiamo e, niente, mi lasciano partire.
Mi metto in marcia, sole cocente e zainone in spalla, e dopo l'escursione della mattina non è esattamente la cosa al mondo che abbia più voglia di fare. Non c'è ovviamente nessuno, per strada. A farmi compagnia, solo le insegne di legno con le indicazioni dei chilometri; una ogni chilometro, credo. Dopo un'ora e mezza - ebbene, sì - vedo un tronco d'albero in mezzo alla strada. Che la blocca completamente. La terza cosa che imparo, delle Figi, è che i figiani non bluffano.
Subito dopo il tronco - ebbene, sì - c'è il tassista parcheggiato che aspetta, evidentemente ormai da ore. Non so esattamente cosa. Forse me, forse il soccorso stradale, forse semplicemente che faccia buio.
l'ultima mattina
L'ultima mattina, la passo con Faith, che è una ragazza finalmente figiana, conosciuta su Tinder.
ciao belle foto.
grazie.
finalmente ti ho trovata!
ci conosciamo?
no ma ti cercavo da un sacco di tempo.
hahahha... lo scrivi a tutte?
ma no. cioè, ciao belle foto sì... ma il resto no.
Lei pomeriggio e sera è impegnata, io riparto il giorno dopo: non ci resta che un rapido brunch. Siamo a Suva, la capitale, e il locale l'ha scelto lei. Si chiama The Republic of Cappuccino, e io, scettico e italiano come sono, avrei sinceramente preferito qualcos'altro. Però devo ammettere che bevo qui il miglior espresso di tutto l'arcipelago.
Ma Faith è il tuo vero nome?
Never mind.
Faith è grassottella (mi ha autorizzato a scriverlo) ma ha un bel viso (non le ho chiesto il permesso ma lo scrivo). E ha un tatuaggio sotto la spalla sinistra, che ne condiziona i movimenti e le torsioni, mi dice, a seconda del fatto che voglia o meno mostrarlo.
E con me? Vuoi mostrarlo o no?
Boh... Quando ho un appuntamento con un uomo, di solito cerco di mostrarlo. Ma il nostro, non ho capito bene cosa sia.
La conversazione ha i pregi e i difetti di una conversazione di un paio d'ore con una persona che probabilmente, dopo quelle due ore, non vedrai più nella vita. In questo senso, è la conclusione appropriata di un viaggio in cui hai vissuto tutto con la più o meno marcata consapevolezza che le cose che stai vedendo, probabilmente, non le rivedrai mai più.
Certo che qui piove ogni giorno; almeno un quarto d'ora di pioggia non te lo toglie nessuno, dico per rompere il ghiaccio.
Sì, e invece al nord non vedono acqua da mesi.
È incredibile tanta differenza in un'isola così piccola.
È una conversazione che parte, inevitabilmente, dai luoghi comuni locali, che lei sa e io ho imparato.
Anche tu giochi a rugby?, chiedo.
Ahah, no, io no. Mio fratello gioca. Qui un po' tutti.
Ma invece a Ba e dintorni si gioca a calcio.
Vero. Quante ne sai...
Eh, sì, lunghe conversazioni coi tassisti...
Faith sembra più rapida e reattiva della maggior parte dei figiani con cui ho interagito.
Forse perché lavoro in albergo, e perché sono stata fuori, dice; anche in Europa, per un anno.
Ma dai. Dove?
Berlino. E Parigi.
Nooo... Io ci vivo, a Parigi.
Viene fuori che lei ci ha lavorato per sei mesi e ci ha lasciato la testa e il cuore, si lascia sfuggire con aria sognante. Se mi dici dove, quando torno te li cerco, rispondo. Lei ride. Ride anche troppo. Forse ho pescato per puro caso una battuta che funziona meglio secondo i canoni dell'umorismo figiano che secondo quelli occidentali, va' a sapere.
Le racconto dei posti che ho visto e delle cose che ho fatto in queste tre settimane sull'isola.
Poi mi faccio raccontare del suo lavoro, della sua famiglia, delle sue amiche. Ha uno dei migliori inglesi che abbia ascoltato alle Figi. Ma le sue frasi sono dense, annodate di tensione, sembrano venir fuori schiaffeggiate: il prodotto di un combattimento interiore, ipotizzo, tra un orgoglio un po' selvatico e un'innascondibile insoddisfazione.
In molti usano Tinder qui?
Macché, becco solo turisti. Però meglio così.
Il brunch è semplice ma buono. Qualche insalata mista, bocconcini di pollo, muffin. Non le chiedo quanto tempo abbiamo ancora. Più o meno una mezz'ora, mi rispondo da solo.
Mi piacerebbe andare a vivere altrove, dice.
L'avevo capito.
Voglio dire, per carità, qui è il paradiso...
Capisco perfettamente.
Fuori piove. Faith scherza che soltanto gli inglesi potevano inventarsi una capitale nell'area più piovosa dell'isola. Rido. Sorride. Al momento di salutarci, uno di noi due chiede Ma che facciamo, ce lo diamo un bacio finale takeaway? E l'altro di noi due risponde Ma no, non ha senso.
Faith fa ciao con la mano e gira l'angolo. Nel farlo mostra evidentemente il tatuaggio sotto la spalla. Io vado dall'altra parte, guardo l'orologio e calcolo che voi state dormendo o facendo l'amore.
È già passato quasi un mese. Nel frattempo, ho controllato e, se è vero che la terra è rotonda, come hanno sostenuto con forza Copernico e soprattutto il Risiko, allora è difficile trovare due punti del globo più distanti di quanto lo sono Parigi e le Figi.
Con Faith, continuiamo a sentirci in chat, ogni tanto. Ci siamo raccontati la mezza giornata dopo esserci salutati, ci siamo lamentati delle feste natalizie troppo brevi, ci siamo augurati un felice anno nuovo. Uno di noi due pensa che questo scambio di messaggi non abbia alcun senso. L'altro di noi due continua a dirsi che alla fine un bacio non costava niente e ci sarebbe stato bene.
epilogo
Comprare un quotidiano locale.
Comprare un giornale di annunci e vedere quanto costa un affitto, quanto costa una macchina, che lavoro si può sperare di trovare.
Salire su un autobus senza finestrini. Accorgersi che a bordo c'è musica disco a palla. Accorgersi di essere l'unico bianco.
Salire su un autobus che sembra pubblico e scoprire che invece è una comitiva di evangelici metodisti in gita. Lasciarsi comunque riaccompagnare in città.
Comprare una scheda sim, anche solo per capire se aveva senso farlo.
Entrare da un barbiere e tagliare i capelli.
Ma anche perdersi nel mercato e scoprire che le banane le vendono solo a caschi interi. Comprare radici di kava. Non comprare cassava.
Bere l'acqua del rubinetto almeno nelle città in cui dicono che si può farlo. Fidarsi è bene. Non fidarsi è meglio, ma è noioso.
Mangiare dai venditori di strada.
Mangiare pollo fritto.
Mangiare solo nei posti non segnalati dalla Lonely Planet.
Mangiare nel McDonald's e concludere che persino il McDonald's non è proprio uguale uguale al nostro.
Chiedere indicazioni anche se si sa benissimo dove andare. O invece prendere a camminare a caso, e smettere solo quando si è proprio sicuri di essersi persi.
Ma anche noleggiare una bici. O provare a farlo e accorgersi che non c'è modo di farlo.
Fare conversazione coi tassisti per imparare i luoghi comuni locali.
Chiedere alle persone se hanno mai visto l'Europa, o anche solo l'Australia; se sono ricche, se sono stanche, se sono felici.
A dirlo in una frase, e secondo una definizione che sono andato affinando nel corso degli anni, per me viaggiare è, in mezzo a un mucchio di altre cose ma prima di tutte le altre cose, andare in un posto e immaginare come sarebbe viverci. Da un punto di vista strettamente teorico, la prima condizione (andarci, nel posto) non è neppure indispensabile. Però è utile, decisamente utile. E di solito divertente.
Iscriviti a:
Post (Atom)












