sabato 16 maggio 2015

western nel quartiere latino




    – J'aime bien les Westerns, j'aime bien...
    – En italien, s'il te plaît.

    Da qualche mese, ho iniziato un tandem linguistico italiano-francese.
    – Bello! E con chi?
    – Non ridere.
    – Non rido.
    – Co 'na russa.
    Libbe ride.
    Ma mica ha tutti i torti.
    – Però dice che sta qui da quand'era bambina. Cioè, è tipo madrelingua.
    – Seee, vabbè...
    Nel sorriso di Libbe riconosco una punta di complicità, una punta di saggezza e una punta di malizia. Ma messe dentro con naturalezza e garbo, come sanno fare solo le donne e gli attori.
    – È carina?
    – Non ridere.
    – Non rido.
    – Io mi sa che mi so' mezzo innamorato.

    Mi piacciono i western, i cappelli a falda larga, le Colt 45, la sabbia contro gli speroni, l'odore del whiskey, le prostitute ballerine. Lui che entra nel bistrot e tutti che improvvisamente tacciono. Lui che muove otto passi lentissimi, mentre l'unico altro suono è quello delle porte d'entrata che continuano a cigolargli dietro. Lui che poggia il cappello sul bancone e ordina.
    – Un whiskey.
    – Subito, Monsieur Lebois.
    Lui che lo manda giù con un unico sorso e poi batte il bicchiere sul bancone e si gira.
    – Che fine ha fatto lo sceriffo Roux?
    Nel locale, nessuno che batta un ciglio.
    C'è una pausa meravigliosa di dieci secondi, in cui Lebois ha la faccia da figo, gli uomini ai tavoli sono terrorizzati tranne uno che invece è strafottente, e la bottiglia di whiskey continua a tremare tra le mani dell'oste, pallidissimo e muto.
    Un po' come quando ti chiedo cosa farai domani sera, cara Val, e passano i soliti dieci secondi in cui io sorrido perché so già la risposta, e tu ti guardi intorno confusa prima di rispondere che hai un aperitivo col gruppo di danza. I film western non durerebbero più di mezz'ora, se non fosse per queste pause meravigliose.
    Quindi Lebois dice:– Vi do un'altra possibilità. Esco a fumare un sigaro. Poi rientro, ordino un whiskey, lo bevo, mi giro e vi chiedo che fine ha fatto lo sceriffo Roux. Se non vi sarà tornata la memoria, il povero Pierre sarà costretto a rinnovare l'arredamento del locale.
    Mentre lo dice, ovviamente, non guarda nulla all'infuori del sigaro che sta accendendo.




    Le frasi sui regali

    Mi piacciono le frasi sui regali, però non scrivere ti voglio bene in francese. E lascia stare cuori ghirigori e farfalline, se poi non hai il coraggio di firmare.
    Come quando fuori c'era vento e lo sceriffo Roux pose la sua bella firma arzigogolata in fondo al foglio e ghignò.
    Mi hai mandato gli auguri per il compleanno, io neanche ci pensavo. Magari stavi ascoltando un audiolibro in italiano, mentre la tua coinquilina era di là che parlava al telefono con un ragazzo che non conosci. Una volta ci sono stato, in quella casa, però faceva un caldo che sembrava finto e texano, tu portavi i capelli legati e c'era sempre la tua coinquilina tra i piedi.
    – Che cos'è? – chiese il giovane Lebois.
    – Un ordine di cattura. Siete in arresto per la rapina al Panthéon.
    – Sapete benissimo che non sono stato io.
    – Avrete dieci anni di tempo per rifletterci su.
    – Ho compiuto ventun anni appena ieri; non potete farmi questo.
    – Consideratelo il mio regalo di compleanno.
    Lo sceriffo Roux, di anni, ne aveva trentacinque e io me lo immagino un po' come Marcel, quello sbirro idiota che ti fa il filo e ce l'ha con me. Roux aveva una stella sul petto appuntata male e una passione ridicola per la piccola Nora, diciassette anni più giovane di lui e troppe volte più bella. Nora e Lebois erano cresciuti insieme, si poteva dire. Una volta, poco più che bambini, Lebois l'aveva portata tra i battelli in riva alla Senna e le aveva promesso:– Quando avrò ventun anni, vi sposerò.

    Mi piacciono i libri quando sanno come dire, e le donne quando sanno cosa fare.
    E adoro le donne dei western perché sembrano distanti e mute ma poi, quando la mossa sta a loro, sono capaci di tirar fuori gesti imprevedibili e speciali, come salire su una diligenza sgangherata e attraversarci il Far West sotto il tiro incrociato degli indiani. Non come te, che sei sì distante e muta, ma mi cerchi solo ogni prima domenica del mese, quando ci sono i musei gratis e non sai con chi andarci. E se ogni tanto mi ascolti, è solo perché parlo in italiano. E se ogni tanto fai domande a caso, è perché hai imparato che tanto, qualunque cosa mi chiedi, io poi finisco per raccontare storie.
    Nora arrivò di corsa, affannata, un minuto prima che Lebois fosse portato via.
    – Mi aspetterete?
    – Qualunque cosa accadrà.
    – E cosa farete nel frattempo?
    – Andrò a letto presto. Fuggirò via di qui. Forse diventerò una ballerina. E voi?
    Io non lo so. È una vita che me lo chiedo. Comunque grazie degli auguri.


    Le strade parallele

    Mi piace ogni città che non conosco.
    A Kansas City, immagino che le strade si somiglino tutte. Il sole a picco sugli edifici bassi e, se è giorno e c'è vento, nessuno da incontrare. Invece, nel quartiere latino, è un continuo viavai di studenti finto-rivoluzionari e borghesi finto-intellettuali. L'ex sceriffo Roux sedeva su uno sgabello con le gambe a penzoloni nel vuoto. Quando Lebois entrò nel locale, quasi cadde giù.
    – Voi?
    – Dov'è Nora?
    – Non so di chi stiate parlando.
    Mi piace Siena.
    Mi piacciono Roma, Vienna, Dublino.
    – Che ne diresti di un weekend in Irlanda? – ti ho chiesto l'altro giorno. – Andiamo ad assaggiare un vero Irish whiskey...
    – Odio il whiskey, – avresti risposto, senza neppure guardarmi, se solo fosse stato un western.
    Lebois aveva uno sguardo gelido.
    – Vi sfido a duello. Scegliete voi luogo e giorno.
    L'ex sceriffo Roux si ricompose e alzò gli occhi verso il bancone.
    – Un whiskey, – rispose solamente.




    Mi piacciono le strade parallele.
    Tu vai avanti per la tua, io per la mia, ed è evidente che non sono la stessa strada.
    Come è evidente che Lebois e Nora avrebbero potuto proseguire senza rincontrarsi mai, o al limite all'infinito, come ci insegnano a scuola. Invece si incrociarono quella sera stessa in un locale sulla Mouffetard, perché la vita è imperfetta.
    Come è evidente che siamo entrambi mezzo innamorati. Io di te, tu di lui.
    I pub sulla Mouffetard hanno il fascino di quelli inglesi, ma senza averne l'atmosfera di chiuso. Le luci sono sempre giuste, la musica quasi sempre, i nomi dei locali bellissimi. Fosse un western, al piano inferiore ci sarebbero ballerine e al piano superiore ci sarebbero prostitute; a fare attenzione, ci si accorgerebbe che sono in realtà le stesse donne seminude che salgono e scendono le scale.
    Lebois era andato a cercare qualcuna con cui passare quella che avrebbe potuto essere la sua ultima notte; Nora, in quel locale, ci lavorava.
    Piantò a metà il suo numero e lo raggiunse. Era tutta avvolta di collane e bracciali rossi.
    – Non si direbbe mi steste aspettando, – disse, solamente, lui.
    – Mi dispiace, ma la vita è imperfetta, – avrebbe risposto, semplicemente, lei, se anziché dentro un western fosse stata dentro un classico della Nouvelle Vague.
    Invece fu lui ad aggiungere:– Domani, a mezzogiorno, sulla terrazza dell'Institut du Monde Arabe, sfiderò a duello l'ex sceriffo Roux.
    Quindi batté il bicchiere sul bancone, si avvicinò ad un'altra prostituta ballerina – che immagino tale e quale la tua coinquilina – e salì con lei al piano di sopra.

    Mi piaci tu.
    Ma questa è un'altra storia, che non ha nulla a che vedere con la sabbia negli speroni di Roux né col cappello a falda larga di Lebois.
    Per me, i duelli western sono un po' come il baseball e il rugby: mi affascinano, ma non ne ho mai capito le regole. E quello che mi fa impazzire è che non serve un arbitro. È tutto un fatto di rispetto di codici, e in qualche senso lealtà, e ovviamente destrezza.
    Ottanta passi separano Lebois dall'ex sceriffo Roux. Entrambi hanno una Colt 45 nel fodero legato alla cintura. Entrambi hanno le mani a mezz'aria, con le dita a turbinare come per sgranchirsi e una concentrazione animale nello sguardo.
    Roux ha quarantacinque anni portati male e Lebois trentuno, di cui gli ultimi dieci non usati.
    Dalla terrazza dell'Institut du Monde Arabe, c'è un panorama che le guide turistiche non hanno ancora scoperto. Dopo che hai visto Parigi da lassù, devi essere proprio dentro un western per avere ancora voglia di sparare a qualcuno.
    Ovviamente è mezzogiorno (nei western è mezzogiorno molto più spesso che nella vita normale), e fa caldo e c'è vento (come sempre c'è vento nei western).
    Quella volta che incrociai Marcel, invece, era una serata gelida. Avrei voluto dargli due sberle o lanciargli una sfida, ma nella vita vera come fai? Mi avvicinai guardandolo negli occhi, gli dissi un salut di circostanza, e gli chiesi se aveva da accendere.




    Le frasi sottintese

    Mi piacciono le frasi sottintese.
    Come quando Nora gli corse incontro e lo abbracciò senza chiedere:– L'hai ucciso?
    E Lebois rimase dritto immobile carezzandole i capelli senza rispondere:– Ha avuto quello che si meritava.
    Tirò fuori un sigaro e, mentre lo accendeva, domandò:– Mademoiselle, volete sposarmi?
    Era un mondo pazzesco, in cui ci si amava e ci si uccideva, dandosi comunque del voi.
    – Mademoiselle, volete sposarmi?
    Lo chiese, ovviamente, guardando nient'altro che il sigaro.
    Lei riunì i capelli in un nastro, dietro la nuca. Le stavano proprio bene.
    Poi fece la solita pausa western di dieci secondi, in cui solo bisbigliò qualcosa che si portò via la Senna.
    Poi raccolse una cosa da terra e se la mise in tasca.
    Poi alzò la testa e disse:– Sì.
    Anche questo, dovremmo imparare, dai western: a usare soltanto le poche parole che davvero servono, le poche volte in cui davvero servono.
    Il ragazzino indiano si avvicina con le sue rose rosse, garbato, senza dire nulla. Io abbasso appena gli occhi in un gesto che lui ha imparato significare che non è il caso. Quindi si volta, si avvicina al tavolo di fianco al nostro e ripete il suo rituale muto.
    Scusami se continuo a sbagliare le domande.
    E scusa se ne faccio troppe tutte insieme.
    E scusa se non aspetto che tu finisca le risposte.
    Però mai una volta che alzassi la testa e dicessi sì.




    Mi piacciono i locali con ambientazione arabeggiante: danno un'aria più intellettuale anche ai piatti che mangi, alle droghe che fumi, alle cose che bevi. Sediamo a un tavolo d'angolo di questa fiabesca caffetteria della moschea, da circa due ore e mezza, in cui io non ho fatto altro che bere tè neri e parlare, e tu non hai fatto altro che bere tè verdi e ascoltare. Qui non c'è bisogno di ordinare né andare al bancone. È sufficiente attirare l'attenzione di uno dei tanti camerieri che girano per le sale, con in mano vassoi pieni di bicchieri di tè, che non hanno ancora un destinatario preciso. È un luogo pieno di magia, ma purtroppo se ne sono accorte anche le guide turistiche.
    Ti fai chiamare Val, abbreviazione di un nome russo che non ho mai imparato ma sicuramente contiene varie y. Mi guardi e sorridi. Hai i capelli biondi legati con un nastro. Gli occhi chiari. E sei alta, ma di un'altezza sovietica che non mi mette soggezione.
    – Ancora una, Gringo.
    – Ti ho già raccontato tutte le storie che conosco.
    – Non ne conosci molte.
    – Sono troppo giovane per conoscerne di più.
    – Inventa...
    – Sono troppo vecchio per inventarne di nuove.
    Svuoti mezza bustina di zucchero di canna e giri il cucchiaino nella tazza, molto più a lungo di quanto servirebbe. Io ti osservo e osservo le tue unghie smaltate dello stesso rosso porpora degli orecchini, del ciondolo e delle labbra. Sei bellissima e antipatica. Un giorno sarai una ballerina, penso, oppure una prostituta.
    – Allora fammi un elenco delle cose che ti piacciono, – proponi nel tuo italiano stentato.



[qui la versione audio]

venerdì 1 maggio 2015

primo maggio

    Che siccome che 'sto blog è diventato tipo un lavoro, oggi niente.
    Di cuore, buon primo maggio a tutti!


giovedì 16 aprile 2015

la verità sul gobbo di notre dame



    Quello che segue è un molto libero adattamento da un manoscritto ritrovato nell'abitazione parigina di Victor Hugo. Eventuali imprecisioni sono dovute alla mia approssimativa conoscenza del francese dell'Ottocento, nonché alla pessima calligrafia dello scrittore. Me ne scuso.


    Piazza dei Volsci

    Mancano ancora sedici arrondissement, ma nella mia classifica provvisoria, Place des Vosges è assolutamente la piazza più bella di Parigi. In mezzo, c'è un giardino da picnic con fontana; tutt'intorno, arcate, negozi a modo, antiquari, sale da tè. Siamo ancora nel Marais: è il Quarto visto dal Terzo, o il Terzo visto dal Quarto, e a me sembra tutto molto colorato e vivo.
    Non escludo che sul mio giudizio pesino alcune situazioni contingenti, che vado ad elencare:
    (i) innanzitutto, è la domenica pomeriggio in cui, a Parigi, è arrivata ufficialmente la primavera e devo ammettere che io ero un po' scettico (un collega mi aveva giurato che sarebbe arrivata, ma l'aveva fatto in francese e non ero sicurissimo di aver capito);
    (ii) è la domenica in cui mi sono finalmente messo alle spalle una scadenza di lavoro, inviando un paper a una conferenza, e allora può darsi che a me sembri ancora più primavera di quella che è;
    (iii) il nome di questa piazza mi riporta ricordi piacevoli di gioventù. Perché la associo, per una sciocca assonanza, a Via dei Volsci, che è una strada di San Lorenzo, a Roma, dove negli anni dell'università c'era un pusher particolarmente simpatico e preparato. Tipo che io poi tornavo a casa e ridevo da solo come in questo momento, o scrivevo deliri come quello che segue;
    (iv) infine e giusto perché mi piace farmi degli amici è una domenica pomeriggio in cui la Lazio ha vinto quattro a zero e ha sorpassato la Roma.




    Il gobbo di Notre Dame for Dummies

    Io non ho mai letto Victor Hugo, non ho mai visto il Classico Disney e non ho mai assistito al musical di Riccardo Cocciante. Però ho passato qualche mezzora su Wikipedia e Youtube, che vado a riassumervi nelle righe che seguono.
    Il gobbo di Notre Dame si chiama Quasimodo, fa il campanaro e, oltre a essere gobbo, è pure sordo per via delle campane e semimuto per via della solitudine. La protagonista femminile si chiama Esmeralda ed è una zingara, ovviamente bellissima. Come sempre, c'è un cattivo, ed è l'arcidiacono Frollo; come spesso, c'è un cretino, ed è il capitano delle guardie.
    La trama del romanzo è che sono tutti innamorati di Esmeralda e tentano a turno, ma a volte anche contemporaneamente, di conquistarla.
    Frollo prova a rapirla con l'aiuto di Quasimodo. Il capitano delle guardie li scopre e tenta a sua volta di sedurre Esmeralda, dandole appuntamento in una camera d'albergo. Se non che, con almeno un secolo d'anticipo rispetto ai film con Lino Banfi e la Fenech, nell'armadio della camera d'albergo è andato a nascondersi l'arcidiacono Frollo, che sul più bello salta fuori e pugnala il capitano. Del delitto è accusata Esmeralda, che viene però liberata da Quasimodo e portata in salvo dentro Notre Dame. In seguito a una rivolta degli zingari, che vi risparmio, Esmeralda si trova di nuovo di fronte a Frollo, ma ne rifiuta l'amore e piuttosto si lascia condannare e impiccare. Quasimodo, per vendetta, afferra Frollo e lo butta giù dalla torre della cattedrale; quindi, con almeno due secoli di ritardo rispetto a Romeo e Giulietta, va ad addormentarsi e morire sul cadavere dell'amata.
    Il Classico Disney è più o meno uguale, solo che i buoni sono ancora più buoni, i cattivi ancora più cattivi, i belli più belli e i brutti più brutti. Io non ho mai amato i Classici Disney: da bambino, non sopportavo il fatto che, appena la storia iniziava un po' a prenderti, la interrompevano con una canzone e un balletto. Li ho recuperati, in parte, qualche anno più avanti, quando, scoperta la funzionalità del tasto fast forward, riuscivo finalmente a vedere un intero Classico in venti minuti, saltando regolarmente il cantato.


    Il manoscritto

    Oltre agli antiquari e alle sale da tè, su Place des Vosges si affaccia la Maison de Victor Hugo, che è la casa dove lo scrittore ha vissuto per tipo sedici anni. Una guida ci porta a spasso tra le sale e ci sfida a scovare le iniziali che Hugo e la sua compagna hanno inciso un po' dappertutto. Vince un ragazzino antipatico, che trova un V.H. sull'anta di un armadio e continua a mostrarlo a tutti. Per togliermelo di torno, mentre il gruppo si sposta in camera da letto, rimango a curiosare nello studio.
    E qui devo chiedervi un piccolo aiuto. Vi inviterei, da qui alla fine, a sospendere l'incredulità, come ci ha insegnato Coleridge, e ad accettare, per esempio, che sotto una delle gambe di un tavolino evidentemente, come si usa, per non farlo ballare sia nascosto un foglio ingiallito ripiegato in otto, che io raccolgo incuriosito. Riporta in calce la stessa sigla V.H. che sta sull'anta dell'armadio. E in alto, l'intestazione "La vérité sur le bossu de Notre Dame".
    Non è facile da decifrare: il mio francese è quello che è, e la grafia di Victor Hugo davvero penosa. Ci sono zampe di gallina. Ci sono accenti un po' gravi e un po' acuti. Ci sono parole fuori contesto. Sembra scritto a mano ma col T9.
    Comunque, quello che riesco a leggerci ha dell'incredibile.
    Me ne frego del secondo piano, esco e mi dirigo rapidamente verso Notre Dame.




    Il bastone per i selfie

    Sono talmente di buonumore, questa domenica pomeriggio, che guardo con simpatia anche il giapponesino che si fa i selfie col bastone, davanti alla cattedrale.
    Mi sembra un'immagine molto bella. Perciò mi avvicino e gli chiedo, in vari modi, prima in inglese poi in francese e infine a gesti come Quasimodo, se posso fargli una foto per un blog.
    Lui ad ogni mio tentativo fa sì con la testa, come sempre fanno i giapponesi, in risposta a qualsiasi domanda, persino quelle che cominciano con "Antani".
    Ma le sue interpretazioni sono, nell'ordine:
    che l'ho visto in difficoltà e, se vuole, sono disponibile a fargli una foto;
    che gli sarei grato se mi prestasse il bastone;
    che avrei bisogno di qualche moneta per un panino.
    Decido di fare un ultimo tentativo, impegnandomi sul serio, e indicando distintamente prima lui e il suo bastone, poi me e la mia macchina fotografica, infine mimando un click.
    Lui stavolta è addirittura raggiante. Ride, sorride e, fatto ovviamente sì con la testa, mi indica un punto alla sua sinistra: la bancarella dove ha comprato il bastone. Solo 10 euro, dice. Vari colori.
    Thank you! Enjoy Paris! rispondo anch'io raggiante, perché questa domenica pomeriggio sono proprio di buonumore.
    Mentre faccio la fila per entrare, mi dico che se per caso capito di nuovo in una situazione del genere, accetto le monete per il panino e la chiudo lì.


    Questo ucciderà quello

    "Le cattedrali sono Bibbie di pietra", scriveva Victor Hugo. E un'altra cosa che scriveva è: "questo ucciderà quello", dove "questo" sta per la stampa e "quello" sta per le cattedrali. Un mio amico del liceo, con questa citazione, ci ha svoltato metà degli esami di Scienze della Comunicazione, opportunamente modulando, di volta in volta, in funzione della materia, soggetto e oggetto della frase. La stampa ucciderà le cattedrali. La fotografia ucciderà la pittura. Il cinema ucciderà la fotografia. Internet ucciderà la letteratura.
    Io so benissimo perché Victor Hugo era entusiasta della stampa: perché a mano scriveva da cani. Ma non ci perdiamo in chiacchiere; c'è un mistero da svelare, dice il manoscritto.
    Salgo le scale della torre. Scandisco cinquantanove gradini. Scovo le iniziali V.H. graffiate sulla terza pietra (contando dal basso) della sesta colonna (contando da sinistra). Aspetto che nessun turista mi abbia nel suo raggio visivo e premo la pietra. C'è un doppio click, come di mouse, e un minuscolo passaggio che si apre.
    Una luce fioca, una musica tzigana, una voce incantevole che canta in francese dell'Ottocento. La seguo lungo il cunicolo. C'è una porta aperta. Entro senza bussare.
    La ragazza che canta ha tratti da zingara ed è bellissima, anche più dell'Esmeralda del romanzo.
    Sei bella come l'Esmeralda del Classico Disney, le dico.
    Grazie.
    E hai una voce incantevole.
    Come nel Classico Disney... suggerisce lei.
    Non saprei... Ho sempre mandato avanti sul cantato.
I suoi trentadue denti, bianchissimi e tzigani, sorridono.
    Ma... sei davvero Esmeralda?
    Sono una sua discendente.
    Impossibile. Esmeralda non aveva figli.
    Uno.
    Da Frollo?
    Da Quasimodo. Mentre erano rifugiati a Notre Dame. Censura dell'epoca.
    Pensa te... Ma tu non hai preso niente da lui.
    No, io vengo più dal lato di lei. Mio fratello ha preso un po' da lui.
    Hai pure un fratello?
    Vive in Italia. Forse lo conosci.
    Tira fuori una borsetta tzigana e dalla borsetta una foto.
    A questo punto Victor mio nel manoscritto c'è una frase che proprio non si capisce. La interpreto liberamente piazzando un rintocco di campane, che secondo me ci sta bene. Mi porto le mani alle orecchie, aspetto che finisca, e finalmente guardo la foto.
    Oddio. È proprio lui. Giovanissimo. Ma riccissimo e bassissimo come adesso.
    Questo spiega tante cose...
    Aspetta un attimo, dice Esmeralda, che intanto mi ha preso dalle mani il manoscritto e lo sta leggendo incuriosita. Tu non puoi essere qui.
    In che senso?
    Non puoi essere dentro un manoscritto in cui c'è scritto che tu trovi il manoscritto.
    Perché?
    Ma come perché? Non funziona. È come l'ateniese che dice che gli ateniesi sono mentitori. Oppure la frase che dice "questa frase è falsa". È incoerente.
    Ah... Quindi io dovrei essere fuori, che trovo il manoscritto... ma poi non comparire nel manoscritto?
    Esatto. Però sappi che poi è incompleto, – dice la pronipote di Quasimodo e di Gödel.
    Un po' d'elasticità, – faccio io. È letteratura: si sospende l'incredulità. Lo diceva pure Coleridge...




    Il pianista sulla Senna

    Mentre ripercorro a tutta velocità la strada verso Place des Vosges, rido ancora da solo. Sono passati dieci anni, ma evidentemente il pusher di Via dei Volsci era proprio competente. Arrivato su Pont d'Arcole, mi fermo di colpo. C'è un po' di gente che guarda da una parte. C'è un pianoforte su un lato del ponte. C'è un uomo che suona il pianoforte, con le spalle al pubblico e lo sguardo sulla Senna. Come se suonasse per i pesci. Sta eseguendo Il tempo delle cattedrali. E, sì, ad essere precisi, è un po' più alto e molto meno riccio, ma a me piace pensare che sia proprio lui.
    L'unico modo per fotografarlo in volto sarebbe usare un bastone da selfie. Avrei potuto comprarlo per soli dieci euro ma non l'ho fatto. Grande invenzione, mi convinco in un istante. Non c'è riuscita la stampa e non c'è riuscita la fotografia, ma vuoi vedere che il bastone per i selfie ucciderà le cattedrali? Permette di parlare di se stessi, da fuori, stando dentro. Anche Gödel ne sarebbe turbato.
    Mentre mi allontano, attraversando il ponte, sento delle note familiari. Non riesco a crederci. O era proprio roba buona, o lui sta davvero intonando "io non posso stare fermo con le mani nelle mani..."



    Già che ci siamo, approfitto ancora un attimo di Coleridge.
    Per dire, in quel condizionale passato che in realtà serve a parlare del futuro, che la primavera parigina sarebbe proseguita per almeno sei mesi, che il paper inviato alla conferenza sarebbe stato accettato nel giro di qualche settimana, che il pusher di Via dei Volsci avrebbe sposato una francese e, per amore delle sciocche assonanze, si sarebbe trasferito a Place des Vosges, e che il sabato successivo, cioè sabato, la Lazio avrebbe vinto due a zero a Torino contro la Juve con una doppietta di e qui, Victor mio, proprio non si legge... ma no, dai, possibile?!? Cavanda.

    Ecco. Ho finito. Adesso potete pure riattivare l'incredulità.

    V.H.


NdT:
    Per chi se lo stesse domandando: il manoscritto, opportunamente piegato in otto, si trova ora sotto una delle gambe della mia scrivania. Ha risolto un problema che si protraeva da almeno cinque mesi.


mercoledì 1 aprile 2015

birdman nel marais


    

    Marais

    Le attrazioni principali di Parigi sono la Tour Eiffel, Notre Dame e la tessera Illimité.
    Quest'ultima è una carta che costa venti euro al mese e ti permette di vedere tutti i film che vuoi, tutte le volte che vuoi, in quasi tutti i cinema di Parigi. Per uno come me, è pericolosissima: per dire, un sabato pomeriggio sono entrato in una sala e ho guardato tre film di fila.
    Pioveva. Ma lo so che non è una giustificazione.

   
Kebab! dico io, appena usciti dall'MK2, perché a me il cinema americano mette appetito.
    Per me, leggero falafel vegano. Che tra due ore si va in scena...
    Libbe apre le braccia e cammina sulle punte davanti a me, ondeggiando a destra e sinistra. Credo voglia mimare un uccello.
    Assomiglio un po' a Emma Stone?
    Uguale.
    C'è un posto, nel Marais, che si chiama l'As Du Fallafel, dove fanno un falafel kosher che vale ognuno dei venti minuti di fila che c'è fuori. Libbe mi guida da quella parte, lungo un percorso che alterna hôtel particulier, atelier, negozi di moda.
    Il Marais ha un grande fascino. Ma non ci andate mai di sabato pomeriggio. Intanto perché c'è una folla che ne sfascia la magia. E poi perché sulla porta dell'As Du Fallafel, rischiate di leggere il cartello che leggiamo noi: "Questo è un locale kosher. Il sabato siamo chiusi".  Più sotto, col pennarello rosso, qualcuno ha aggiunto: "E comunque qui siamo nel Quarto".
    Che significa l'ultima frase?
    Boh, niente, quella deve essere per me.
    Riprendiamo a camminare, ma stavolta guido io e la trascino verso nord, nella parte sfigata del Marais, fatta di strade quasi deserte e negozi di abbigliamento chiusi. Proprio quello che cercavo.



    Falafel


    Il libanese domanda qualcosa di incomprensibile e io rispondo, al buio, "solo ketchup". Perché ho imparato che la prima domanda, in tutti i kebab di Parigi, è sempre quale salsa vuoi. Non so il motivo. È l'ultima cosa che mettono nel panino, ma la prima che vogliono sapere.

    Bello 'sto posto, dice Libbe, annusandosi la manica del giaccone per capire se sta prendendo di fritto.
    Il bello è brutto, il brutto è bello...
    Eh?
    Shakespeare.
    Shakespeare. Me porti a magnà dal kebabbaro e poi citi Shakespeare...
    Senti, se Inarritu cita il Macbeth a cazzo e ci vince l'Oscar, posso farlo pure io dal kebabbaro.
   
    O su un blog che leggono quattro persone.
    Quattro?
    Eh.
    Hai contato pure tu' madre?
    Mamma non c'ha manco internet.
   
     Ci sediamo?
    No. Fuori. Fritto. Puzza.
     Che poi di cosa parliamo, quando parliamo d'odore?
    Questa l'ho capita!
    Ci schiacciamo un cinque impacciato, il mio panino kebab contro il suo panino falafel, e un secondo più tardi siamo fuori.




   
Niente, all'inizio doveva essere un flash mob. Poi la cosa ci ha preso la mano e si è fatta un po' più seria. Lo facciamo all'aperto. In un parco.
    Et... c'est quoi?
    Théâtre du movement. Sul volo. Uccelli, aerei, nuvole, questa roba qua. Io arrivo nel finale e sbaraglio tutti.
    Non avevo dubbi.
    Sto in scena con uno. Si chiama Francois.
    Carino?
    Un figo. Però sbaglia pettinatura. C'ha una riga da una parte che nun se pò véde.   
    Sediamo per terra, in un angolo dello Square du Temple, panino in mano e lattine sull'erba, come se avessimo, rispettivamente, quindici anni di meno e dodici anni di meno.
    Ma Birdman c'entra qualcosa?
    Macché, la regista argentina s'è pure incazzata quando ha visto che usciva il film. Ha detto: penseranno che abbiamo copiato.
    Argentina?
    Brava. Un po' criptica. Matta come un cavallo.
    Un cavallo della Pampa...
    Ma assomiglio un po' a Emma Stone?
     Se ti fai crescere i capelli. E li tingi. E magari, già che ci sei, tingi pure gli occhi di verde. E cancelli la voglia sotto il mento... Ecco, sul resto, ci siamo: l'aria da tossica ce l'hai. E anche il seno piccolo.
    Stronzo, dice, e mi dà un calcetto a uno stinco.
    E io penso istantaneamente che quel calcetto allo stinco ha la stessa funzione di un'emoticon. Vuol dire Ti ho detto stronzo ma non è che pensi davvero che sei uno stronzo, quindi non prendertela. Fossimo stati in chat, avrebbe scritto: Stronzo, invio, Faccina che fa l'occhiolino, invio. E mi domando perché, adesso che siamo dal vivo, e dopo lo Stronzo potrebbe tranquillamente fare l'occhiolino, invece mi dà un calcetto a uno stinco. Siamo comunicatori complicati. Metteteci che lei è pure una mezza attrice. E del resto considerate che se nella vita reale facessimo tutti gli occhiolini che facciamo in chat, sembreremmo una massa di pazzi isterici in preda a tic nervosi.
    Ascolta: tu devi fare un video, eh... Riprendi tutto: dall'inizio alla fine.
    Ma no, dai, fammelo godere.
    Che?
    Voglio vivermelo, non vedervi da dietro la camera.
    Poca filosofia. Ti siedi in prima fila e fai il video.



    Birdgirl


    La regista argentina matta ha scelto il Jardin Anne-Frank, perché in un angolo c'è una galleria di legno semicircolare che le ricorda,
e in effetti un po' ricorda, una voliera.
    Da sinistra, parte un rap di parole francesi sparate a raffica. Da destra, entrano sei ragazzi con maschere di uccelli, vestiti di nero il nero è neutro e lascia spazio all'immaginazione, mi spiegherà Libbe il mattino dopo. La musica si abbassa fino a scomparire e i ragazzi-uccello riempiono lo spazio, simulando volo e movimenti. Qualcuno imita pure versi strani.
    Tolta la maschera, si sdraiano a terra. Rotolano, scivolando gli uni sugli altri e creando una coreografia che a me ricorda le onde del mare e invece era la formazione delle nuvole, mi spiegherà Libbe, è per questo che poi sono entrati altri due ragazzi-uccello che venivano sballottati da una parte all'altra come dentro un temporale; ah, ecco.
    Poi gli uomini-uccello si dispongono in circolo e in mezzo ce n'è uno bendato; quelli nel cerchio ruotano in senso orario, mentre quello bendato si butta a peso morto dove capita; i compagni lo sorreggono facendo da rete e plasticamente lo riportano al centro, in un meccanismo che a me ricorda il girotondo e la mosca cieca e invece quello era l'apprendimento del volo, mi spiegherà Libbe, tant'è che poi i ragazzi-uccello nel cerchio si sono accovacciati per simboleggiare la crescita del ragazzo-uccellino al centro, che, ramingo e un po' impacciato, ha finalmente spiccato il volo; ah, ecco.
    E infine entrano nella voliera Libbe e Francois. Libbe arriva da sinistra, leggerissima, mentre Francois entra da destra, un po' più legnoso ma oggettivamente un bel ragazzo eravamo io un pettirosso e lui un corvo, mi spiegherà Libbe; ma questo l'avevo capito anche da solo.
    Volteggiano per un po', sopra una musica che si è fatta classica. Quindi entrano altri, a comporre un pavimento di rocce. Libbe ci saltella sopra, spalanca le ali e declama in inglese "se l'anima tua col suo volo deve trovare il cielo, dovrà trovarlo stasera", perché evidentemente anche la regista argentina c'ha la citazione facile. Nelle parole di Libbe, si sente un po' l'accento romano, però va detto che in scena ha un magnetismo che ce l'ha solo lei. Per dire, nel frattempo ha tirato via la maschera dal viso, ma a me sembra ancora più pettirosso di prima. È l'espressione neutra il tuo pezzo forte  le dirò il mattino dopo. Le viene naturale. Secondo me ma questo non glielo dirò perché si allena costantemente nella vita quotidiana. È lo stesso, identico sguardo di quando le chiedo qualcosa a cui non vuole rispondere, e lei fa finta di non aver sentito e continua a digitare sullo smartphone.



    Si sentiva l'accento romano?
    Per niente.
    L'accento italiano?
    Ma no. Sei stata fortissima.
    Libbe è ancora rossa di adrenalina in viso. Io tiro fuori il mazzo di fiori.
    Quelli che volevi non c'erano...
    Lei sorride, ringrazia e buttalo via mi dà un bacetto sulla fronte.
    Il video?
    Una bomba. Un unico piano sequenza dall'inizio alla fine.
    Grande! Senti, devo andare, che do una mano a sistemare. Grazie che sei venuto, davvero.
    E ci mancherebbe... Ci vediamo stasera?
    Ci sentiamo domani mattina, e qui fa veramente un occhiolino, che io neanche capisco bene cosa voglia dire, perché ormai, fuori chat, non so più decifrarli.
    Si allontana verso il camerino improvvisato, elegante e un po' solenne, tenendo il mazzo di fiori come un paggetto tiene le fedi. Il piano sequenza la seguirebbe volentieri anche dentro.
    Francois si sta rivestendo. La regista argentina entra di corsa, dà un bacio sul naso a Libbe, una pacca sulla spalla a Francois, fa i complimenti a entrambi.
    Avete un futuro, dice mentendo come si fa in questi casi.
    Lui sì. Io ormai so' vecchia, risponde Libbe in spagnolo. La regista ride. Francois non capisce ma ride anche lui. È un po' idiota, ma oggettivamente un bel ragazzo.
    Devo cambiarmi qui anch'io? chiede Libbe.
    È il teatro, cherie...
    Il piano sequenza segue la regista argentina matta che esce dal camerino, accende una sigaretta, la tiene in mano appoggiata a una panchina, non la fuma sta cercando di smettere, mi spiegherà Libbe, per ora riesce a rinunciare alla nicotina ma non alla gestualità, quindi accende sigarette e le tiene in mano; ah, ecco.
    La regista si allontana, ma la camera resta fissa e dopo un secondo arrivano Libbe e Francois.
    Libbe si siede col sedere sull'estremità dello schienale e i piedi dove andrebbe il sedere, perché lei è una che mette del suo anche in un gesto banale come sistemarsi su una panchina. Poi inclina collo e testa all'indietro e fa per lasciarsi cadere.
    Non è abbastanza alto, dice Francois.
    Libbe lo fissa e scuote la testa. Chiude gli occhi. Si concentra. Fa arrivare telecinesicamente un pettine dal camerino e gli cancella quella cavolo di riga da una parte. Coi capelli arruffati, è oggettivamente ancora più bello.
    Come sto? chiede lui.
    Truth or Dare? chiede lei.
    Eh?
    Truth or Dare?
    Non ho capito la seconda.
    Truth. Or. Dare.
    Truth!
    You're boring.
    E allora l'altra...
    Libbe lo prende per una mano e lo trascina via, dietro i camerini, fuori del parco, in qualche posto dove il mio sguardo non riesce a seguirli, ma il solito piano sequenza ovviamente sì.

    E a questo punto, sappiate che avrei scritto una chiusa bellissima, ma non la pubblico per non spoilerare il finale del film a chi non l'ha ancora visto.
 

lunedì 16 marzo 2015

sotto le stelle del rex
[seconda e ultima parte]

    
 
[Recupera la prima parte]

    New Orleans, New Orleans

    Il jazz è quel genere musicale in cui chi suona si diverte molto più di chi ascolta.
    Il trombettista batte quattro volte il piede a terra, il pubblico tiene tre secondi d'apnea, l'orchestra parte. Loro sono in otto, vestiti in camicia bianca, pantalone nero, cravatta nera. Due di loro saranno i capibanda, saranno i più freddolosi indossano anche un gilet.
    A metà pezzo, il clarinettista lascia lo strumento e inizia a cantare battendo il ritmo con le mani. Ci invita a fare altrettanto e nel frattempo ammicca al resto della banda, gioca a gonfiare il petto, ride come un matto e, insomma, o è un attore della madonna o davvero si diverte persino più di noi, che pure apprezziamo e stabilito probabilmente un nuovo record di apnea collettiva a fine pezzo applaudiamo.
    La Preservation Hall è un piccolo freezer del jazz, ben nascosto nel French Quarter. Negli anni Sessanta, devono aver scelto un blocco di autentico New Orleans Traditional e devono avercelo buttato dentro. Da allora, ogni santa sera lo tirano fuori, ma solo per un'oretta e solo per una sessantina di fortunati; un attimo prima che si sciolga, lo ricacciano nel freezer.



    Nomi propri di persona

    Come eravamo giovani.
    Era solo un anno fa.
    Un giorno mi racconterai pure questa benedetta risalita del Mississippi...
    Marcello è al terzo Bloody Mary, mentre io sono passato ai whisky. Che non li avrà inventati Harry, ma si direbbe lui sappia almeno sceglierli e conservarli come si deve. Dentro di me, intanto, la piccola ernia iatale ringrazia e scivola ritmicamente su e giù dal diaframma. Erano mesi che non la vedevo così contenta.
    Invece Marcello si sta un po' incupendo, mi sembra. Gli chiedo finalmente di Miriam, dato che lui non ne parla. Che poi io questa qui non l'ho mai vista neanche in foto, e, detto tra noi, se indugiavo a chiedere, è pure perché avevo in cuore un mezzo dubbio che non si chiami invece Gisella. Lo so, a voi sembreranno due nomi diversissimi, ma per me, due che si chiamano Miriam e Gisella, se non le ho mai viste, hanno entrambe i capelli neri a caschetto e il naso un po' grosso; quindi, soprattutto dopo il secondo whisky, i due nomi li confondo facilmente.
    Che poi sono abbastanza un disastro in generale, coi nomi propri. Tipo alle feste. Quando mi presentano sette persone di fila, una dietro l'altra, e io non ho ancora imparato che, mentre bacio guance e stringo mani, devo concentrarmi sui nomi che dicono loro, e non sul mio, cazzo, che è lo stesso da trentaquattro anni e sono sicuro che la mia bocca riuscirebbe a pronunciarlo anche senza il mio aiuto. Invece, finito il giro di presentazioni, e passato qualche istante di iniziale e sciocca soddisfazione per aver scandito perfettamente il mio nome per sette volte, mi accorgo che tutto quello che mi è rimasto in testa, di questi tipi davanti a me, è veramente poco: boh, deve esserci un Edoardo, o forse invece era Leonardo, e due o tre di loro hanno le mani sudate, ma non saprei nemmeno dire quali.
    Poi anche 'sta storia della scrittura non è che aiuti. Perché se ogni tanto scrivi mettici pure tutti i filtri e la fantasia del mondo ti viene, un po', da attingere a quello che ti succede intorno. E però per qualche pudore strano, ma pure quando scrivi per te e basta, i nomi dei personaggi tendi a cambiarli. E allora finisce che dopo qualche tempo, le persone che ti circondano hanno per te almeno due nomi; in qualche caso sfortunato, anche di più.
    E ce lo so, direbbe Tanya nel suo inconfondibile American English, che lei sarà pure partita ma il suo accento m'è rimasto appiccicato all'anima, o almeno alle orecchie. Ha ancora gli occhi verdi e i capelli legati. Ed è dolce dolce come quel giorno ma stavolta anche un po' bellicosa.
     Ma tu che ci fai qui?  le chiedo.
    È un American bar. Che cazzo ci fai tu, piuttosto?
    Posso offrirti un whisky?
    Ci hai messo il mio nome vero.
    Ma no.
    Ma sì.
    Ma solo in una frase...
    E comunque si scrive Jennie, con l'ie finale.

    Marcello intanto sta parlando, con me, di Miriam.
    Io non ho seguito granché le parole ma il tono suggerisce che le cose non vadano benissimo. Torna una sera sì e due no, sta dicendo; non risponde in chat anche se c'è la spunta blu, sta dicendo; non rispetta il calendario delle pulizie. Marcello usa immagini bellissime. Aspetto che faccia una pausa per poterglielo dire. Hanno un calendario delle pulizie: trovo la cosa buffa; mi riporta a un mondo lontano popolato da giovanissimi studenti fuorisede, a coinquilini che consumano troppa carta igienica, a peli di barba bionda sul lavabo, a servizi di bicchieri in cui non ne trovi due uguali, a caffettiere mai lavate.
    Quando torno nell'Harry's Bar, Marcello sta parlando di free jazz, di variazioni su un tema così spericolate che alla fine il tema non sai neanche più qual era. Ma forse è solo una metafora da Bloody Mary.
    Infatti adesso si alza, un po' teatrale, e fa: Però mi vuole bene, eh... Le donne tendono a vedermi come un gentiluomo. Il padre ideale dei figli che faranno con qualcun altro... Whisky?
    Marcello usa frasi molto belle. Solo che ho perso gli ultimi sette minuti di monologo e mi resta il dubbio se questa sia sua o se invece stia citando Woody Allen.
    L'ultimo, dài.


    Il test dei fratelli Conte

    Il vecchietto con la stessa pelata del pianista di Paolo Conte smette improvvisamente di fare su e giù con la testa. Si alza, si stiracchia, si volta e viene verso il mio tavolo. Lo riconosco subito e quasi svengo.
    Enchanté. Paolo Conte.
    Sì, oddio, so benissimo chi è lei... Ero al suo concerto. Enchanté...
    Come si chiama il tuo amico?
    Intende Marcello?
    Marcello. È tutta la sera che lo ascolto. Usa immagini molto belle e frasi molto belle. Ma per il resto, sta sbagliando tutto. C'è un semplice test per trovare la donna della propria vita.
    Un test?
    Conosci mio fratello?
    Giorgio?
    Lui.
    Altroché, mi fa spaccare.
    Perfetto. A lui questo test non piace, ma ti assicuro che è valido.
    Un test.
    Funziona così. Allora, mettiamo che hai conosciuto una che ti sembra interessante e con cui sembra andare bene. Cosa le dici?
    E che ne so... Via, via, vieni via con me?
    Eh?!?
    Non perderti per niente al mondo lo spettacolo...
    Stronzate. Devi farle una sola domanda. Il test. La guardi negli occhi e le chiedi: Ma tu pausa   lo conosci Giorgio Conte?


    Questo è... il test?
    Sì!
    Paolo Conte è raggiante. E forse incomincio a capire anch'io.
    Ah, ok, ci sono! Se lei risponde di sì, allora quella è la donna della mia vita!
    Paolo Conte batte un pugno sul tavolo e dice una parolaccia astigiana.
    Ma lo vedi che non capite un cazzo? Già ci sei tu che conosci Giorgio Conte. Uno nella coppia basta e avanza. Troppa cultura di nicchia, sai che palle... Passereste le serate ad ascoltare album degli Inti Illimani e guardare film polacchi.
    In effetti...
    Questa risposta è da scartare. Nel caso, le dai un bacetto sulla guancia e dici che devi scappare perché hai lasciato il gas acceso. O le finestre aperte. O il gas aperto. Quello che vuoi.
    Non le finestre accese, però...
    Una risposta tutto sommato accettabile è semplicemente: Chi?!?
    Sì, capisco. Una donna semplice, vita rilassata... Senza tanti patemi.
    Esattamente. Da scartare, invece, quelle che rispondono qualcosa tipo: Ma certo, quello che canta "it's wonderful it's wonderful", vero?
    Hmm...
    Per carità. Si può accettare l'ignoranza ma non l'approssimazione.
    Giusto.
    E comunque, ovviamente, la risposta migliore, quella della donna da sposare, sarà: Volevi dire PAOLO Conte?



    Epiloghi

    Marcello torna con in mano gli ennesimi due bicchieri e lancia un ultimo cheers.
    A cosa brindiamo?
    In genere è una domanda che odio, ma stavolta la risolvo facile.
    A Gisella!
    E chi è?
    Boh, una mia amica...
    Carina?
    Abbastanza. Giusto il naso un po' grosso...
    A Gisella, allora!
    Marcello impiega tre sorsi. A me ne serve uno in più, ma va detto che lui è un Ottantaquattro e arrivati a fine serata sono dettagli che pesano.
    Il vecchietto con la stessa pelata del pianista di Paolo Conte smette improvvisamente di fare su e giù con la testa. Si alza, si stiracchia, si volta, passa davanti al nostro tavolo e esce.
    Che tipo, commenta Marcello.
    Già, faccio io tenendomi la testa con le mani.
    Usando la giusta concentrazione e tecniche di respirazione imparate intorno ai diciott'anni, riesco a non vomitare, ma è davvero una lotta dura tra il mio orgoglio e il mio stomaco.
    Dopo un minuto, usciamo anche noi. C'è ancora buio, poca gente in strada. In qualche modo torniamo a casa, ed è un processo di cui non ricordo i dettagli, ma che immagino lungo e poco lineare.
    Nelle ricostruzioni del mattino seguente, ci accorgeremo che abbiamo finito col materializzare tutte e tre le ipotesi che avevo buttato sul tavolo a inizio serata. Nel senso che torniamo in taxi, ma prima di trovarne uno camminiamo per poco meno di cinquanta minuti, e mentre apriamo la porta di casa vediamo gente sbucare dall'uscita del metro, che evidentemente è tornato in funzione perché in effetti è l'alba.



    Libbe è appena stata dal parrucchiere e sfida il vento gelido con capelli anche più corti del solito.
    Se glielo fai notare, ti risponde che dopo tutto quello che ha passato ma figurati se la spaventa un inverno.
    Poi l'ho visto, il blog.
    Bene.
    Fico.
    Mi fa piacere.
    Sorride.
    Ma... io solo così che apro e chiudo?
    Cioè?
    Cioè il tè, i pasticcini, du' battute... Famme fa' qualcosa.
    Ride.
    Ma sì, tranquilla. Ho grandi progetti per te.
    Passa un dito ad arricciare invano una ciocca di capelli che non c'è.
    E sia io che voi riconosciamo benissimo il momento. Perciò salto qualche passaggio e arriviamo direttamente a quando io, per fare il fico, guardo un punto dritto davanti a me, verso l'orizzonte, e rispondo: Ma figurati. L'unica cosa vera vera vera è che c'ho trentaquattro anni suonati.
    Dài.
    Eh.
    Adesso anche lei guarda fisso un punto dell'orizzonte davanti a sé. Sembriamo due matti. Fichissimi ma matti.
    Cioè ma tipo che manco il concerto?
    Costava troppo. 70 euro in balconata. Ma che davero...


Fonte della prima immagine:
Preservation Hall Jazz Band. Photograph. Britannica Online for Kids. Web.