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venerdì 19 marzo 2021

pas d'adieu




     Parigi, banalmente, mi manca. Come, con modi e toni diversi, mi mancano tutte le città in cui ho vissuto. Probabilmente è una cosa che ha a che fare col più generale senso di nostalgia per le cose del passato, che abbiamo tutti e sempre. Che a sua volta ha a che fare con l’ancora più generale desiderio di tornare a quando eravamo giovani, o almeno sfrontati, o almeno più giovani che adesso. Mi sono spostato spesso, nel corso degli anni, diciamo da un certo punto in poi. Così è finita che le città in cui ho vissuto per me rappresentano non solo, o non tanto, luoghi del mondo, quanto piuttosto fasi della vita. Marano è l’infanzia, Roma la prima giovinezza, il Galles la scoperta, Verona la maturità, Lisbona l’evasione e i capelli lunghi, Parigi i conti con se stessi. Monaco è stata zigzagare e raccogliere i cocci. Osnabrück è giocare alle costruzioni, ingegnandosi coi pezzi rimasti nella scatola. Il resto delle città, se ce ne saranno, sarà invecchiare.

    In questi giorni sto cercando casa, che è un’altra cosa che, negli ultimi vent’anni, ho fatto periodicamente e regolarmente. Mentre salto da un sito all’altro, catalogo le ricerche, annoto e cancello opzioni, digito numeri e ripeto frasi a filastrocca, non posso fare a meno di tornare con la testa a tutte le volte del passato in cui mi sono ritrovato a compiere questi passaggi. E non posso fare a meno di realizzare quanto l’operazione sia diventata, col tempo, più faticosa, pesante, dolorosa. All’epoca di Lisbona, in quell’anno folle di Lisbona in cui ho scoperto amore vero e reflusso gastrico, cambiavo casa in media ogni due mesi, con una leggerezza e facilità che confinava in molti punti con l’incoscienza. Invecchiare non significa tanto cambiare, mi dico oggi: invecchiare significa modificare, giorno dopo giorno, la propria percezione del cambiamento. Il rapporto che si ha con la stabilità e le scosse, con le radici e con le rotte. Per quanto possa e sappia dirlo uno che non ha ancora imparato il proprio numero di telefono e il proprio CAP attuali, e gli mancano le radici ma tiene sempre un occhio alle rotte, e a quarant’anni ha un contratto di lavoro che gli scade tra due anni, scritto in una lingua che non è la sua.

     Batignolles era il quartiere degli impressionisti. Al numero 11 del viale di Batignolles, che ormai si chiama Avenue de Clichy, c’era un caffè dove si riunivano Manet e Cezanne, Monet e Degas. Oggi quel caffè non c’è più ma sul muro è fissata una targa che lo ricorda. Me la fa notare Roseline, in una sera di vagabondaggio incastrata dentro le ultime due o tre intense settimane di vita parigina. Di giorno mi stresso tra burocrazia e scatoloni, la sera mi concedo di salutare luoghi e persone. Davvero non hai mai sentito parlare del Café Guerbois?, mi chiede. Davvero, rispondo senza sentirmi in colpa. Perché come fai a sentirti in colpa per non conoscere una delle centomila cose che stanno nascoste dentro Parigi? Mi viene da pensarlo sempre, in questi giorni che invece cerco casa in una pittoresca città qualsiasi del nord della Germania, mentre mi mostrano un appartamento e mi dicono, pensa te, che sto ad appena un quarto d’ora dal centro storico. Ci vai a piedi, mi dicono, al centro storico. Me li guardo, sorrido, faccio un’espressione superiore e: Io la sera passeggiavo per Batignolles, mi verrebbe da urlargli, con tono simile al tono di quell’attore che urla Io stavo col Libanese.

     Che poi non è che abbia niente di speciale, Batignolles, a parte il nome che suona così bene e chissà da dove arriva. Forse è proprio il suo essere per niente turistico, e insieme parigino fin dentro ogni più piccola stradina, ad agganciarti: i bistrots così francesi e veri, le boutiques curatissime e il mercato coperto, i giardini inutilmente romantici. Roseline vive lì. Sono le mie ultime sere parigine e sto chiedendo alle persone che vedo, per salutarci, di portarmi nei loro quartieri, in luoghi sconosciuti ai più ma a loro familiari: un parco cittadino senza pretese, uno scorcio nascosto, il semplice café sotto casa. È un tour che ha preso il nome di pas d’adieu, e l’espressione è l’ultimo regalo che questa lingua, che ho amato tanto senza mai imparare a fondo, mi ha fatto. Io volevo banalmente rendere l’espressione passo d’addio, che però evidentemente non si usa o non si traduce così. Non, mais c’est très cool, mi dice Roseline. Perché se dici pas d’adieu quello che arriva è che in realtà non c’è nessun addio. Pas funziona come negazione: te ne vai, e Dio sa dove, a Monaco, in Baviera, nella terra dei crucchi, a zigzagare e raccogliere i tuoi cocci… ma pas d’adieu, non è mica un addio.

Édouard Manet: Al Café Guerbois

     L’ultima casa che ho visto potrebbe anche andare. È un attico, coi soffitti a spiovente che rubano qua e là centimetri in altezza. La posizione è buona: centrale e comoda abbastanza per il lavoro. L’edificio vecchio e arredato solo in parte: ci sarebbe da riempirlo un po’. Il vero punto debole è il bagno: sanitari malridotti e vasca senza doccia, per quella mancanza di centimetri in altezza che si diceva. Non mi ha fatto un grande effetto, a entrarci dentro, ma chi sa di case vecchie e prime impressioni converrà che spesso bastano una bella pulita e piazzarci dentro un po’ di oggetti propri per iniziare a sentire le quattro mura più familiari. Ho ringraziato il vecchio inquilino, un tipo simpatico che continuava a chiamarmi señor e ogni tanto usava parole spagnole pensando fossero italiane, gli ho detto che ci avrei pensato su e che l’avrei richiamato presto. Prima di tornare a casa, ho fatto due passi rapidi nei dintorni; lo faccio sempre quando vado a vedere appartamenti: mi convinco di abitare già lì, con tecnica vagamente attoriale, e provo a immaginarmici dentro. Mi sono perso tra le stradine pedonali del centro, pulitissime e quasi deserte, e ho fantasticato su come saranno e saremo tra qualche tempo, coi locali aperti, la gente fuori, la birra e le sigarette, la voglia di conoscerci e lasciarci di prima dei lockdown.

     Io la sera passeggiavo per Batignolles, penso mentre metto una firma digitale su un contratto di locazione in pdf. Che poi non ci passeggiavo neanche così spesso, in realtà, giusto in quel periodo che vedevo Roseline, perché di mio abitavo da tutt’altra parte. L’ultima sera mi porta in un bar che si presenta semplice: con vini buoni e prezzi da banlieu, dice. Ha scelto un tavolo d’angolo: ci sediamo e mi chiede se ho già trovato casa, parlando di quella che, a contare e ricordare, è ormai quasi tre case fa. Se è vero che le città sono fasi della vita, allora forse mi manca Parigi anche perché della fase parigina mi manca, banalmente, incontrare qualcuno la sera in un bar in cui non ero mai stato. Le rispondo che sì, almeno all’inizio starò in una residenza che mi offre l’università, poi, con calma e sul posto, cercherò e si vedrà. Ordiniamo due bicchieri di rosso e le do il regalo che le ho portato, un libro di commedie di Molière in versione bilingue, perché a lei piacciono il teatro e l’italiano, e a me piace regalare libri. Dice che è bellissimo e che non se l’aspettava. Penso sia sincera, almeno per la seconda cosa. Scherziamo che non sono poi così avaro come mi pensava lei, mentre il cameriere torna coi bicchieri, e lei conclude che in effetti sono più malato immaginario, facendo riferimento a un episodio che adesso non sto a raccontare ma da cui non esco benissimo. Con Roseline non ci sentiremo per più di un anno, salvo poi riprendere a messaggiarci, sporadicamente, proprio ai tempi del primo lockdown, per raccontarci le lunghe giornate in case troppo piccole, le solidarietà tra vicini, i capelli tagliati corti, le differenze d’approccio tra nazione e nazione, prima marcate e poi via via più impercettibili.

lunedì 25 marzo 2019

cimiteri

    

    Io non ho paura di morire.
    Ho paura di sciare, di arrampicare, di pattinare, di sbagliare in senso generale e di sbagliare frasi in modo particolare, della velocità quando guidano gli altri e della violenza psicologica, dei semafori lampeggianti, di dire ti amo per iscritto, del dolore fisico, delle precedenze di cortesia; qualche volta dell’altezza e qualche volta del buio. Ma non ho paura di morire.
    C'era questo mio amico toscano che, quando gli parlavo della Francia e di Parigi, mi diceva che lui una volta a Parigi c'era stato e l'avevano portato a visitare camposanti. Lo diceva con accento toscano, che io non ho e non saprei riprodurre. Ma insomma, come la diceva lui, la frase faceva un certo effetto. C'è i camposanti, diceva. Non gli era andata granché giù, questa faccenda. Se stai tre giorni a Parigi e ti portano per camposanti, vuol dire che c'è qualcosa che non quadra in quella città, diceva. Nella migliore delle ipotesi, diceva, è una città infelice.
    Non so se le sue parole mi abbiano in qualche modo influenzato o se sia una ritrosia già bell'e mia verso i camposanti. Ma insomma ho lasciato passare tre anni di vita parigina, in cui sono successe cose non sempre esaltanti e ho visitato luoghi non sempre memorabili, prima di iniziare a considerare di entrarci dentro, a un camposanto. Considerare diPerché non è che sia stata neppure un'idea mia.

    Libbe ha su di me un forte potere di persuasione, che esercita in maniera implicita, indiretta, velata, ma assolutamente infallibile.
    Così quando mi ha chiesto Mi accompagni a un camposanto?, le ho raccontato di questo mio amico toscano, ho provato invano a riprodurne l'accento, le ho detto che qualcosa in Parigi non quadra mentre lei faceva sì con la testa, le ho detto che Parigi deve essere una città infelice mentre lei faceva no con la testa, ma poi ho comunque risposto Ma sì, certo, scherzi?, ti accompagno al camposanto.
    Ne ha scelto pure uno un po' sfigato, almeno a giudicare dalle stellette sulle guide. Siamo usciti dal métro e l’ho seguita. Abbiamo attraversato il ponte. Cambiato marciapiede. Passato l'imponente cancello d'ingresso. E poi mi sono voltato e ho dovuto ammettere che, camposanto o no, eravamo in uno dei posti più silenziosi e suggestivi, che in tre anni di peregrinazioni parigine avessi incontrato, per ammirare e fotografare la Tour Eiffel.

    Per il cimitero, mia nonna coltivava zinnie e comperava crisantemi. Mi piaceva, accompagnarcela. Mi annoiava ma mi piaceva. La aiutavo a portare i fiori fino alla cappella e poi la lasciavo lì che trafficava e mi occupavo di recuperare acqua. Quando tornavo, lei era intenta a liberare i gambi delle foglie in eccesso. Poi metteva l’acqua nei vasi. Poi regolava la lunghezza dei gambi, tagliuzzandoli fino a che non fossero della misura giusta per emergere dall’estremità del vaso senza apparire scompostamente in erezione.
    I resti dell’operazione erano raccolti in fogli di giornale spalancati sul pavimento di sampietrini. Quando aveva finito, accartocciava i fogli su sé stessi e ne veniva fuori un pacco informe, che andavo a gettare nei bidoni all’ingresso. Li buttiamo quando usciamo, diceva lei, non preoccuparti. Ma io preferivo tenermi in movimento: un po’ per sentirmi utile, le dicevo; un po’ per sentirmi vivo, non le dicevo.
    Quando tornavo, la trovavo che puliva il pavimento della cappella. Dei fiori vecchi, salvava il salvabile e buttava via il resto. Poi giocava a ridistribuirli, i fiori vecchi salvabili, mescolandoli ai nuovi, affinché ogni vaso avesse un effetto d’insieme godibile, o almeno decente. Il suo tocco finale era uno spruzzo di varechina nell'acqua: serviva a evitare che si producesse quel tipico cattivo odore di fiori morti di cimitero, diceva. Se metti la varechina, l’acqua si mantiene profumata. Ma non fa male ai fiori?, suggerivo io. Uno spruzzo, si difendeva lei. Uno spruzzo non fa male.
    Poi andava a sedersi sulla tomba dirimpetto, le mani sul grembo, gli occhi sulla foto di mio nonno. Sospirava: di fatica, di solitudine e di fine lavoro.
    Due minuti e andiamo, diceva.
    Nessuna fretta, dicevo io.
    E mi sedevo di fianco a lei.

    La mia prima ragazza sognava di fare l’attrice. Aveva diciassette anni, usava parole e concetti un po’ a caso, e sembrava ogni sera più bionda e innamorata.
    Ti va di andare al mare domenica prossima?, le chiedevo.
    Solo se mi porti a Cuba, rispondeva.
    Anziché fare progetti concreti, teorizzavamo su futuri di fantasia: viaggi con mezzi improvvisati, lavori che non erano lavori, braccialetti portafortuna brasiliani usati come fedi, case a dieci metri dalla spiaggia. Ricordo lunghe passeggiate e promesse tanto estreme e implausibili che, a distanza di tempo, mi chiedo se le facessimo credendoci davvero. Io forse sì; lei forse no. Del resto, lei usava parole e concetti un po’ a caso. Ce ne andremo a stare insieme, compreremo casa al mare, e magari morirò di tanto amore, diceva.
    Erano gli anni Novanta: io non ero mai stato a Parigi, mia nonna era in buona salute, mio nonno era già morto da dieci anni, la mia prima ragazza sognava di fare l’attrice.
    Andiamo al cinema?, le chiedevo.
    Giriamo un film, rispondeva.
    Era evidente che non sarebbe durata. Ammesso che non ci fossero ragioni più profonde, io ero troppo basso e lei era troppo bionda, perché potesse durare.
    Quando glielo facevo notare, lei mi dava un bacetto sulla guancia. Allora io le dicevo Un giorno tu mi lascerai. Allora lei rispondeva Smettila, che sembriamo Giuda e Gesù Cristo.
    Aveva spirito, la mia prima ragazza.
    Ovviamente è finita che lei m’ha lasciato, io non l’ho sposata e lei non ha fatto l’attrice. Senza che ci sia alcun nesso tra le prime due cose e l’ultima, immagino.




    Io non ho paura di morire. Nel senso che, se dopo viene qualcosa, non ho paura di quello che viene dopo; e se invece non viene niente, amen. È il sapere che c’è una scadenza ma non sapere quando scadrà, che mi disturba un po'. Non ho paura di morire, ma ho paura di non avere il tempo di finire le cose che devo finire e iniziare quelle che ho in mente di iniziare.
    Tipo il bucato e la colazione.
    Le email arretrate.
    Le corde nuove alla chitarra.
    Imparare a fare la carbonara come un vero romano e la pizza come un vero italiano.
    Iniziare a fumare. Fumare e poi smettere, per capire se è davvero così complicato.
    Lo yoga e la meditazione.
    Gli origami.
    Lavorare per davvero.
    Sposarmi, o decidere definitivamente di non farlo.
    Avere un bambino e rimbambirlo di chiacchiere, o decidere definitivamente di non averlo.
    Finire di scrivere e finire di leggere.
    Calvino, Camilleri, Joyce.
    New York.
    La maratona di New York.
    Vivere in altre due o tre città.
    Ritornare a Roma.
    L’università, il blog, il corso di lettura ad alta voce.

    – Il mondo è pieno di ragazzine che vorrebbero fare le attrici e ragazzini che vorrebbero sposare le attrici, – commenta Libbe, che sa sempre come e quando cambiare discorso.
    Siamo arrivati davanti alla tomba di Fernandel. Lunga e nera e con una grossa croce sopra. Mi torna in mente Don Camillo. I film e il libro, e io bambino che li guardavo o leggevo. Mi tornano in mente le mattine che non andavo a scuola perché stavo male o fingevo di stare male, e c'era nonna in casa, e io mettevo su uno a uno tutti i vhs della collana. Mi torna in mente la Signora Cristina che dice che lei vuole un funerale senza musica perché la morte è una cosa seria.
    Il cielo minaccia pioggia. È triste, la pioggia dentro i cimiteri. Sono tristi gli ombrelli, dentro i cimiteri. Tristi e un po' comici. Guardo la foto di Fernandel e lo immagino che parla col crocifisso sopra la sua tomba, che magari adesso che è morto gli viene anche più facile.
    Tutto questo mentre Libbe sta dicendo che non puoi vivere a Parigi e non vederne anche i cimiteri, con tutti quei morti famosi che ci stanno dentro. E che a lei i cimiteri piacciono ma non le piace camminarci da sola, e per questo mi ha chiesto di accompagnarla. E che sono stato proprio gentile ad accettare, nonostante non mi piacciano i cimiteri e lei lo sa benissimo che da solo non ci sarei mai venuto.
    Continuo a innamorarmi di donne che vorrebbero fare le attrici. Credo mi piaccia, di loro, questo sentirle sempre un po' vere e un po' no; e non capire mai se facciano sul serio o no; e allora non sentirmi in colpa quando non so rispondere alla domanda se le ami davvero o no.
    – Io, quando muoio, voglio essere sepolta a Père-Lachaise come Yves Montand. 
    – ...
    – Oppure a Montmartre come Jeanne Moreau.
    – ...
    – E tu?
    – ...
    – ...
    – Dobbiamo proprio fare questo gioco?
    Libbe non è una che accetta domande come risposte. Dobbiamo proprio fare questo gioco. E allora le dico che io preferirei vicino a nonno, a nonna e a tutti gli altri della famiglia.
    E per il resto della passeggiata parlo pochissimo e rifletto sulla morte, che è una cosa che probabilmente rimandavo da tanto tempo e non sono mai stato bravissimo a fare. Ed è lì che stabilisco che non ho propriamente paura di morire, ma è sempre lì che mi viene anche una certa ansia di cose da finire e da iniziare. Ed è probabilmente ancora lì che incomincio ad avere un rapporto conflittuale col tempo che passa e le città in cui vivo. E sicuramente, infine, è lì che per la prima volta mi scopro a pensare che magari è veramente ora di lasciare Parigi.
    Forse quest'ultima cosa, oltre a pensarla, la dico. Perché sento la voce di Libbe che domanda:
    – E dove vorresti andare?
    – Non lo so.
    Libbe non è una che accetta non-risposte come risposte.
    – Dove?
    Non ricordo cosa dico, ma di sicuro non dico né Cuba né New York. Forse dico Londra; forse Dublino.
    È iniziato a piovere leggero leggero.
    Libbe accelera per uscire e andare a ripararsi da qualche parte.
    Io rallento di proposito, perché voglio godermi per qualche istante il panorama dell'ingresso in semisolitudine.
    La Tour Eiffel e il Palais de Chaillot, dietro l'imponente portone monumentale. 
    Parigi è bellissima ma in lei c'è qualcosa che non quadra.
    Da dentro, arriva una ventata di fiori morti di cimitero.
    Tutt'intorno, piove una pioggia che sembra la neve dei Morti di Joyce.
    Io, per me, vorrei un funerale senza musica e con gli ombrelli.

martedì 3 aprile 2018

case

    La casa di Monaco è, tra le case della mia vita, la più calda.
    È una delle prime cose che ho notato, entrandoci dentro e prendendo a viverci. Assieme a un odore misto di pulito e di chiuso. Invece, una delle ultime cose che ho capito è perché sia così calda. Hanno dovuto spiegarmelo. Hanno dovuto mostrarmi, e farmi toccare con mano, che il riscaldamento viene da sotto: da terra: viene dal pavimento. La Germania è un paese freddo, ma i tedeschi sono garbati, alti e hanno il senso pratico degli americani senza la loro sfacciataggine.
    La casa di Monaco, da quando ci sono entrato io, non ci è entrato più nessuno. Tranne una volta il tipo della sicurezza, che provava a illustrarmi qualcosa parlando in tedesco. E, uno dei primi giorni, un imbianchino che senza spiegarmi nulla ha poggiato i secchi in un angolo e ha iniziato ad avvolgere teli trasparenti intorno ai mobili della cucina.
    Sarà il freddo, la spossatezza che mi porto dietro da case ed esperienze precedenti, sarà che i primi tempi non conosci nessuno ed è normale, sarà che il cucinino è piccolo ma funzionale e mi diverto a cucinarci – ma insomma la casa di Monaco è quella in cui ho passato, normalizzando rispetto al periodo trascorso, più tempo dentro. Non vuol dire che sono depresso; non credo. Al massimo vuol dire che sto invecchiando, o che sono in pace, o che ho cose da chiarire e studiare ma da chiarirmi e studiare da solo.
    Per questo, mi sorprende, e molto, il rumore di nocche contro la porta.
    Guardo dallo spioncino (la casa di Monaco ha uno spioncino).
    – Chi è?
    – Ouvre.
    Charlotte ha ventitré anni, e mi ricordo come fosse ora quella volta che ne ha compiuti venti mentre io ne compivo trentacinque. Trentacinque diviso due fa diciassette, col resto di uno. Venti più diciassette fa trentasette. Più uno che ne riportavo fanno trentotto. E sono quelli che compio oggi, mentre nocche di una mano francese ventitreenne bussano contro la porta della casa di Monaco. 
    – Che ci fai qui?
    – Tu, che ci fai qui?
    La voce di Charlotte carica sul "tu" un accento di frase talmente forte che deve averlo accumulato in settimane di chat facebook non risposte.
    – Tu, che ci fai qui?
    Adoro il suo italiano con accento francese almeno quanto lei adorava il mio francese con accento romano.
    Va verso la finestra e la apre senza chiedere nulla. Ha sempre aperto e chiuso finestre – e porte, e parentesi – senza chiedere nulla.
    Cerca riferimenti, guarda il sole, guarda l'ora.
    Poi dirige un dito verso un punto distinto dell'orizzonte.
    – Parigi, – dice.

    La casa di Parigi è, tra le case della mia vita, quella in cui ho fatto più volte l'amore senza essere innamorato.
    Dentro c'erano un televisore inutilmente grande, un soppalco troppo basso per dormirci, un letto 190x135, il frigorifero in camera anziché in cucina. Il problema di Parigi sono le misure. Non ci sono spazi. Né al ristorante, né al lavoro, né in casa. La Francia è un paese umido e i francesi sono persone mediterranee ma distanti: sono gatti mediterranei; e però hanno un rapporto nordico e continentale coi problemi: azzerano quelli che per un italiano sono problemi veri, e poi ne vedono dove io proprio non riesco.
    La casa di Parigi è anche quella in cui ho scritto di più. Pochissimo, ma comunque più che nelle altre. Mi ero imposto 1800 caratteri al giorno, e sono riuscito a farlo per quattro giorni. La casa di Parigi è quella in cui ho preso a impormi regole e disattenderle in maniera quasi malata. La Sindrome di Zeno, mi è piaciuto chiamarla. Ho smesso più volte e più volte ricominciato a bere caffè, a bere alcol, a guardare filmati porno, a non mettere la sveglia, a usare sughi pronti.
    Era una casa buia, faticosa e sovraprezzata, ma mi convincevo e convincevo gli altri che alla fine non aveva difetti grossi. Perché trovare casa a Parigi è un'esperienza fondante, e solo dopo che l'hai fatta puoi dire di saper dare il giusto significato alla parola compromesso.
    Una ragazza di cui non sono innamorato tira su la testa dal cuscino e mi domanda insonnolita se ha bussato qualcuno.
    – Chi è?, – chiedo a voce alta.
    – Sono io, – risponde una voce che so di conoscere ma fatico a collocare.
    – Che faccio? – chiedo a voce bassa.
    – Vai ad aprire.
    Infilo in fretta un pantalone e una felpa.
    La mia professoressa di italiano e storia delle medie non è invecchiata.
    – Ho saputo che scrivi 1800 caratteri al giorno.
    – Ci provo...
    – E che non bevi più caffè.
    – Posso darle finalmente del tu?
    – Il tuo posto non è qui.
    – Neanche il suo. Neanche il tuo.
    – Ho due biglietti per un treno di notte.
    – Quello del film?
    – Quello del libro.
    Mi volto.
    – Devo andare, – dico a voce bassa.
    La ragazza ha finito di rivestirsi e sta cercando insonnolita qualcosa nella borsa.
    Si avvicina; la prendo tra le braccia.
    – Non ti amo, – sussurro.
    – Neanch'io, – risponde lei.
    E poi ci baciamo.


    

    La casa di Lisbona è, tra le case della mia vita, quella in cui ho avuto più problemi di stomaco.
    Che poi la casa di Lisbona non è una casa sola. La casa di Lisbona sono sei case in un anno, e cinque nei primi sei mesi. E in particolare, una casa che abitavo solo nei giorni feriali perché nei weekend la proprietaria ci faceva una specie di airb&b e io chiudevo tutto dentro una valigia e andavo a dormire da lei.
    Erano i tempi della crisi nera, quella che in Portogallo è arrivata prima che da qualsiasi altra parte in Europa. E la sentivano tutti, e ne parlavano tutti. E i proprietari di case si arrangiavano anche così.
    Le case di Lisbona hanno letti scomodissimi, da mal di schiena e torcicollo fissi. E tanta, troppa luce che entra in camera da dietro le tende e gli scuri. Lisbona è una bomba di luce. Per questo i portoghesi tengono sempre gli occhi stretti e a quarant'anni ci hanno le rughe intorno. Sono gente per bene, i portoghesi. Cordiali e semplici. Hanno la voce triste e, dentro, una retroanima selvatica e primitiva, che secondo me viene dalla prossimità all'oceano.
    La casa di Lisbona è quella in cui ho ospitato più persone. Arrivavano a frotte con cibi e libri italiani nelle valigie e io li portavo a passeggiare da Cascais all'Estoril, a mangiare i pastéis, a sentire il fado, a bere la ginjinha, e se c'era tempo a Sintra. Trascorrevo giornate intere fuori casa. All'inizio mi sentivo giovane e di passaggio; dopo i primi sei mesi, soltanto di passaggio. La casa di Lisbona è quella in cui sono invecchiato più rapidamente.
    Bussano. Ci avrei giurato: da che mi ricordo, da sempre, da quando ero bambino, mai una volta che si porti le chiavi.
    Non gli chiedo dove sia stato, perché tanto lo so già che ha camminato a caso per i vicoli di Alfama che gli ricordano altri vicoli, e poi si è seduto sulla panchina di fronte casa, quella dove batte sempre il sole.
    – Facciamo una aglio e olio e poi partiamo.
    Spotify passa musica italiana anni novanta.
    Lui sfoglia il giornale italiano di cinque giorni prima.
    Io intanto trituro il prezzemolo.
    – Sei sicuro che non sei stanco? Possiamo rimandare...
    – No, papà. Partiamo stasera.

    La casa di Marano è la casa dei ritorni.
    Ancora oggi, che pure ci manco da quasi dodici anni, quando parlo di casa intendo quella casa lì e quando utilizzo il verbo tornare intendo tornare in quella casa lì.
    Resta il posto in cui ho dormito più notti. Ma l'ho fatto, nel corso degli anni, in letti diversi o almeno in letti posizionati diversamente. Un tempo ce n'erano due, a dividersi lo spazio di una camera, e io e mio fratello a dividerceli. Da quando la casa di Marano è diventata la casa dei ritorni, in quella camera è rimasto un solo letto e ci sono più spazio e più silenzio.
    All'ultimo piano c'è una soffitta piena di scatoloni. Lì dentro, in mezzo a vecchi elettrodomestici, vecchi computer, vecchie stoffe, ci sono oggetti, libri e appunti di quando ero piccolo e di quando ero giovanissimo.
    La casa di Marano è, tra le case della mia vita, quella da cui ho buttato via meno cose. Le case successive sarebbero state segnate da traslochi difficoltosi e rapidi, che come catarsi avrebbero ripulito scaffali e coscienza. Qualcuno, prima o poi, dovrebbe scrivere un elogio del trasloco, che insegnasse l'arte di tenerlo in bilico tra il fare i conti con se stessi e il fuggire.
    Dalla finestra della camera si vedono, in due direzioni diverse, il rosa di un santuario e il bianco di una statua di Madonna. Da bambino, cattolico come mi avevano cresciuto, li cercavo con gli occhi quando avevo bisogno di consolazione o cure. Lo faccio ancora, inconsciamente, impercettibilmente, in ciascuno dei miei ritorni.
    Guardo quel rosa e quel bianco, e poi mi volto verso l'interno della camera. Il letto adesso è posizionato in orizzontale, sulla parete di fondo. Mi ci appoggio, stancamente; mi lascio cadere su un fianco; mi accuccio in posizione fetale. Allontano i pensieri faticosi, cancello i pochi rumori che arrivano dalla strada, mi rannicchio ancora un po' e, quando arrivo con la fronte a toccare la punta delle ginocchia, faccio una cosa definitiva tipo nascere.

mercoledì 20 settembre 2017

statue della libertà
[seconda parte]



[La prima parte la trovate qui.]


    Ci sono tre gruppi: il gruppo americano, il gruppo francese e il gruppo svizzero (che gli svizzeri hanno le banche e c'entrano sempre). Come nella più classica delle spy story, ogni gruppo ha una parte delle informazioni per arrivare all'obiettivo, ma senza le altre due parti non sa che farsene.
    Petroussiene ci racconta una storia che sembra il riassunto sconclusionato di mille storie sconclusionate già sentite: ci sono di mezzo templari, rosacroce, alchimisti, società segrete che tutti conoscono, fatti di dominio pubblico che non sono andati come il pubblico crede. E, ovviamente, c'è un incontro decisivo. Imminente. I tre gruppi devono aggregarsi, mettere insieme le informazioni, portare a compimento il loro piano.
     Dove?  chiede Paul.
     Quando?  chiedo io.
    Siamo a Brancion. Petroussiene ci spiattella la sua ricostruzione mentre ci spostiamo da una bancarella all'altra di quello che ci ha detto essere il più grande mercato del libro usato di Parigi, o forse il più antico, o forse entrambe le cose: non ricordo più. 
    Nel farlo, ogni tanto si avvicina a un libro che per qualche motivo lo incuriosisce. Lo apre, lo sfoglia pagina per pagina, cerca cose che non trova. E qua e là, d'improvviso, mentre ci racconta la sua storia sconclusionata, abbassa la voce e si guarda intorno. Quelli come lui  ormai lo so bene  prima o poi hanno il sospetto che qualcuno li stia spiando.
     Dove? – ridacchia e si domanda, retoricamente, con fare da maestro elementare.  È qui che entrano in gioco le Statue della Libertà!
    Come dire: tutto torna.
     Quanti sono i gruppi?  riprende Petroussiene.
     Tre,  faccio io, con aria da studente del primo banco.
     Quante Statue della Libertà ci sono a Parigi?
    E prima che io possa dire:  Tre!
     Quattro,  dice Paul, che ogni tanto mi stupisce, perché allora lo vedi che le sa, le cose?  Ce n'è pure una davanti al Museo d'Orsay.
     Quella non conta. Ce l'hanno spostata dopo.
    Paul mi guarda male e poi lo guarda male e poi dice qualcosa in francese che non capisco, ma deve essere l'equivalente di "vabbè, allora fa' 'n po' come te pare".
    Con quelli come Petroussiene  ormai lo so  prima o poi ti viene, da dirlo. Argomenti il tuo scetticismo, controbatti tre o quattro volte, e poi ti arrendi e lo dici.
     Ogni gruppo ha una statua di riferimento. Al momento convenuto, riceveranno un segno, apriranno una busta, romperanno un sigillo... qualcosa del genere. Due dei gruppi si metteranno in marcia verso il terzo e lì, ai piedi di una delle Statue della Libertà, avverrà l'incontro.
     Quando?  riprovo.
     Questa è la vera domanda,  risponde Petroussiene, caricando sul questa tutta l'enfasi che ha accumulato in anni di domeniche mattina passate a spulciare libri usati sui banchi di Brancion.




    Parc Brassens, poco distante, metà pomeriggio. Ci siamo sistemati su una panchina appartata, in un angolo, e Petroussiene ha srotolato con cura un foglio.
     L'ho trovato dentro una copia della traduzione francese del Pendolo di Foucault, comprata in una di quelle bancarelle ormai vent'anni fa. A un certo punto, ho capito che i tre gruppi comunicano tramite messaggi infilati dentro i libri di quel mercato. Loro, chiaramente, sanno dove cercare. Io devo andare un po' a caso: mi avvicino ai banchi dei venditori più sospetti, apro i libri che mi ispirano... Non è un'operazione facile, ma quella volta lì sono stato fortunato.
    Il foglio è abbastanza spoglio. Al centro, c'è uno schizzo appena abbozzato a matita di una figura umana che Petroussiene dice essere evidentemente una Statua della Libertà, ma che per me potrebbe anche essere la Giunone Cesi, il Discobolo di Mirone, una Madonna qualsiasi.
     Ma non sarà la fidanzata del liceo di quello che l'ha disegnata?  chiede Paul, saggio e ingenuo e adorabile com'è.
     È una statua, non una fidanzata,  sentenzia severo Petroussiene.
     Che poi nemmeno si capisce bene se è maschio o femmina...
     È la Statua della Libertà.
    Paul mi guarda male e lo guarda male e dice ancora una volta l'equivalente francese di "fa' 'n po' come te pare".
    Torniamo a sbirciare il foglio spiegazzato. Sotto lo schizzo, ci sono delle cifre scritte a lettere, opportunamente ordinate in colonna: 
    QUATRE
    VINGT
    DIX
    SEPT.
    Petroussiene è raggiante.
    Paul è stanco.
    Io sono curioso.
     È un numero di telefono?
     No. È la risposta alla nostra domanda.

    La tesi di Petroussiene è che un primo incontro, circa vent'anni fa, sia saltato per colpa di un delizioso equivoco. Uno dei gruppi ha interpretato le cifre come indicanti l'anno dell'incontro: quatre-vingt-dix-sept, ovvero '97. Quanto al giorno, devono aver pensato alla notte di San Giovanni; nulla di più classico.
     Non escludo che Eco fosse coinvolto nella faccenda e che il suo libro non sia stato altro che un'esca lanciata da uno dei gruppi per chiarire la data. Mi seguite? Credevano di sapere l'anno, ma non sapevano il giorno. Ovviamente, i gruppi non si conoscono tra loro; non è possibile una comunicazione diretta. Allora cosa fanno? Scrivono un libro di successo internazionale, che parla vagamente del tema, e suggerisce un incontro in prossimità di una Statua della Libertà, la notte di San Giovanni. Chi può capire, capisca...
    Petroussiene abbassa la voce ogni volta che passa qualcuno. La fontana spruzza acqua con fare sospetto. Una bambina vera ci guarda da sopra una carrozza finta.
     E quale sarebbe l'equivoco?
     L'equivoco è che la data l'hanno fissata gli americani. E, per loro, quatre vingt dix sept non significa in nessun modo 97.
    La storia è sconclusionata, ma un po' mi sta appassionando. Anche Paul ha smesso di guardarlo male. Quando senti le storie di quelli come Petroussiene  ormai lo so  alla fine un po' ti ci appassioni pure.
     E cosa significherebbe invece?
     Quatre è il mese. Vingt, il giorno. Dix-sept, l'anno.
     20 aprile 2017...  calcola Paul.
    Quattro occhi a palla puntati contro Petroussiene, che sorride diabolico, e hai l'impressione che ti guardi attraverso.
     Oggi!

    Ci dividiamo:
    Petroussiene dice che lui va a Luxembourg, perché è il vertice alto del triangolo quasi isoscele e i Vecchi Saggi non possono che aver scelto quello, come punto di incontro, per fare in modo che gli altri due corrieri, partendo dalle altre statue nello stesso istante, arrivino all'incontro nello stesso istante: contorto, ma scientifico. 
    Paul dice che lui va al Conservatoire, perché così è vicino a casa sua e non rientra troppo tardi, che se fa tardi gli si riempie casa di formiche. 
    A me, resta l'Isola dei Cigni.
    L'incontro dovrebbe avvenire a mezzanotte più il tempo dello spostamento. Per sicurezza, dice Petroussiene, ciascuno resti nella sua zona fino alle due.




***

    E invece oggi è il 20 settembre 2017. Neuf, vingt, dix-sept, direbbe Petroussiene.
    Paul e io sediamo sull'erba del solito Parc André Citroen e ci godiamo gli ultimi raggi di sole di questa temperata fine estate.
    Ovviamente, poi, quella notte di cinque mesi fa esatti, non s'è fatto vivo nessuno. Io mi sono beccato tutta l'umidità notturna di metà aprile di un'isolotto deserto sulla Senna; per fortuna, mi ero portato da leggere. Paul è rientrato a casa alle due e un quarto, giusto in tempo per mettere del borotalco nuovo nei buchetti tra l'armadio e la parete. Petroussiene, lui l'hanno beccato le guardie che scavalcava le inferriate del Jardin de Luxembourg, mentre si arrampicava per uscire, sconsolato, verso le tre di notte, e gli è toccato pure passare qualche ora in questura.
    Guardiamo la mongolfiera azzurrognola che si solleva per l'ennesima volta. Maestosa, nella sua rotondità. Quasi sferica, direbbe Petroussiene. Oggi, a me le mongolfiere fanno pensare a quattro cose: la sede delle Generali di Verona, gli abbottapallò, Willy Fog che dice a Rigobon "bisogna che guadagniamo più quota", e, da quella giornata di cinque mesi fa esatti, la storia sconclusionata di Petroussiene.
    Tiro fuori l'accendino e accendo la pipa.
     Che adesso, almeno, quell'accendino ti serve pure a qualcosa,  ha scherzato Petroussiene, carezzandosi i baffetti, subito dopo avermela regalata. Era maggio. Il giorno dopo, è partito per New York. S'era messo in testa che forse non avevamo sbagliato data, ma continente. Adesso sarà a Manhattan, in un caffè con vista sulla Liberty Island, che racconta storie affascinanti e smandrappate a qualcuno che non è né americano né francese.
     Che poi che c'entravano gli svizzeri?  chiede Paul, che evidentemente ogni tanto ci ripensa pure lui, a questa storia qui. 
    Mi guarda, guarda l'accendino, guarda la pipa, guarda la mongolfiera.
    Poi raccoglie un sassetto con la forma giusta, lo tira di sguincio sull'erba, e conta a voce alta i rimbalzi che fa.

lunedì 18 settembre 2017

statue della libertà
[prima parte]

    

    Oramai, quando voglio che mi venga certificata la pazzia di qualcuno, io metto in tasca un accendino e vado a cercare Paul.
    Perché "questo è matto", come lo dice Paul di qualcuno, non lo dice nessuno di nessun altro.

    Monsieur Petroussiene ha in bocca la solita pipa spenta, e negli occhi lo sguardo di uno che quando ti guarda hai l'impressione che ti guardi attraverso.
    – Seguitemi, – dice.
    Il Parc André Citroën comprende un asse simmetrico con due serre, una larga prospettiva sulla Senna, prati sconfinati, tanta acqua.
    – Sembra Versailles, – tento.
    Paul si ferma, si volta, mi guarda male.
    – Seguitemi, – dice Monsieur Petroussiene.
    Mentre camminiamo tra una serra e l'altra, questo simpatico sessantenne coi baffi ci parla del parco e dell'arrondissement, spiegandoci tutto – la storia, il presente, le piante – tranne il motivo per cui siamo lì. Continua a tenere in bocca la sua pipa spenta, mentre io continuo a tenere in tasca un accendino che non uso, mentre Paul continua a guardare per aria e a sembrarmi, come mi succede spesso ultimamente, di gran lunga il più sano di tutti.

    Dal prato centrale, si sta alzando una mongolfiera azzurrognola col marchio delle Generali. Prima, non l'avevo notata. Si alza lentamente; dei cavi robusti, che si srotolano mano a mano, la assicurano comunque a terra.
    A me, il marchio delle Generali fa pensare alla sede delle Generali di Verona, che ci abitavo di fronte, quando abitavo a Verona. Invece, le mongolfiere, loro mi fanno pensare a Willy Fog che cerca di raggiungere San Francisco e ripete in continuazione "Rigodon, bisogna che guadagniamo più quota".
    – Chi c'è lì dentro? – chiedo.
    Paul si ferma, si volta, mi guarda male.
    – Per me ci stanno i turisti giapponesi, – dice. – I turisti giapponesi con le vertigini, – dice.
    E poi le mongolfiere mi fanno pensare a un'espressione delle mie parti: abbottapallò, che, con quell'accento sulla O, a dirla tutta, suona pure un po' francese.
    Definiscesi abbottapallò uno che le spara grosse, ma grosse, ma così grosse, che con le stronzate che racconta potrebbe gonfiarci dei palloni aerostatici e farli volare, appunto.
    – Seguitemi, – dice Monsieur Petroussiene.




    Entriamo in un giardino stretto, con dentro una grande varietà di piante e fiori e piccoli arbusti in contenitori rettangolari.
    – Non c'è davvero un motivo per cui siamo qui, – dice improvvisamente Petroussiene.
    Forse ha indovinato la mia domanda, o forse mentre ero sovrappensiero l'ho fatta per davvero a voce alta, o forse è lui che semplicemente sta seguendo un suo ingarbugliato, ma logico e personalissimo, corso dei pensieri. 
    – Diciamo che questo posto è molto vicino a due o tre posti che ci interessano, – aggiunge.
    – Una buona base di partenza, – provo ad aiutarlo.
    – In un certo senso. E comunque il giardino in cui siamo appena entrati, ci tenevo a mostrarvelo: si chiama Giardino delle Metamorfosi e richiama... sapete cosa?
    Io e Paul assumiamo controvoglia un'espressione facciale che nelle nostre intenzioni dovrebbe significare: no, cosa?
    – La trasmutazione alchemica dell'oro e del piombo, – riprende Petroussiene, con intonazione conclusiva. – Pensate sia un caso che si trovi così vicino agli altri posti di cui vi parlavo?
    Io – detto tra noi – qualche sospetto ce l'avevo già, ma adesso sto iniziando a farmi un'idea abbastanza chiara della categoria di persone a cui Petroussiene appartiene. E quelli lì – ormai lo so bene – prima o poi, gli alchimisti li tirano fuori.
    – Perché ha chiamato me? – domando, così, a salve, senza che ci sia davvero un aggancio con quello che veniva prima.
    – Sono finito per caso sul suo blog. Cercavo una stanza in affitto.
    – Deve scusarmi...
    – Mi è sembrato simpatico.
    – Il blog? 
    – Lei. E avevo bisogno di qualcuno completamente al di fuori di tutto. Possibilmente non francese. Né americano.
    – Perché?
    – Capirà presto anche questo. Comunque le consiglio di cambiare nome al blog: è piuttosto fuorviante.

    Ciò che fa preferire la veduta dalla Tour Montparnasse a qualsiasi altra veduta di Parigi è che è l'unica da cui non si veda la Tour Montparnasse. 
    In due anni e mezzo, qua sopra non c'ero ancora mai salito. È un po' cara, ma comunque è un po' meno cara della Tour Eiffel e comunque è un po' più alta della Tour Eiffel. Petroussiene ci ha offerto l'ingresso e allora, sarà per sdebitarmi sarà perché inizio ad appisolarmi, li invito a bere un caffè nel bar panoramico a 360 gradi. Ordino due espressi e un allongé, faccio mettere le tazzine in un vassoio, faccio come al solito confusione coi resti.
    (Però – permettetemi la piccola parentesi – non è del tutto un problema mio: è il loro sistema decimale che non sta in piedi: fino al sessanta tutto bene (dix, vingt, trente, ecc.), poi impazziscono e iniziano a dire sessanta-dieci, sessanta-undici, sessanta-dodici... L'ottanta è addirittura quattro-venti. Novanta è quattro-venti-dieci... Dopo due anni e mezzo – permettetemi la piccola parentesi – faccio ancora confusione.)
    – Vedete, – sta dicendo Petroussiene, sorseggiando, con movimenti francesi del palato, l'allongé. – La vista da questa torre mi riempie sempre di un'emozione particolare. Come dire... Mi tocca delle corde dentro. Mi dà un senso di... di...
    – Vomito, – conclude Paul.
    – Libertà, – lo correggo io, prima che il nostro amico possa prendersela.    
    – Esattamente, – borbotta Petroussiene. – Liberté!
    – ...egalité, fraternité, – aggiungo, facendo come per brindare, con la tazzina di caffè, che evidentemente ha iniziato pure a risvegliarmi.
    – Del resto, sapete dove è stata fabbricata la Statua della Libertà, intendo quella di New York?
    – In Francia.
    – Mais oui, mes amis. 1886. Frédéric Auguste Bertholdi, con la collaborazione di Gustave Eiffel.
    – Prima parlava di francesi e americani...
    – Proprio così. Lei è acuto, iniziamo ad avvicinarci... La Statua della Libertà non è altro che il simbolo di un patto franco-americano. 
    – Per...? – sembra chiedere la faccia di Paul.
    Ma Petroussiene vuole di più.
    – Per...? – chiedo io a voce.
    – Per la conquista del mondo, – si illumina Petroussiene. Quelli come Petroussiene – ormai lo so bene – quando parlano di conquista del mondo, si illuminano. 
    – ...che si fonderà di fatto sull'eliminazione di ogni libertà dell'individuo, – riprende. – Noterete la sottigliezza nella scelta dell'icona. Ma insomma, non è certo un caso che liberté sia la prima parola del motto più significativo della Rivoluzione Francese e che allo stesso tempo la Statua della Libertà (donata – notate bene – dalla Francia agli USA) sia il simbolo degli Stati Uniti.
    – Non è un caso?
    – Non è un caso. E io ne ho le prove. Ma ovviamente bisogna essere estremamente cauti, in questioni del genere... Ora ho una domanda per voi: sapete quante Statue della Libertà ci sono a Parigi?
    – A Parigi?!?
    – Ebbene sì. Parigi è piena di copie della Statua della Libertà.
    – Piena?
    – Seguitemi.




    La terrazza è vuota nel mezzo e piuttosto affollata ai bordi. Petroussiene ci porta in un angolo preciso, da cui si ha una visuale abbastanza ampia verso ovest.
    – Vedete quell'isolotto nella Senna? Poco a sinistra della Tour Eiffel?
    – Certo.
    – È l'Isola dei Cigni. Alla sua estremità, c'è una copia della Statua della Libertà in scala 1:4. Questa è arrivata in Francia dagli Stati Uniti.
    – Scambio di regali.
    – Noto che iniziate a entrare nel meccanismo. È più di un secolo che Francia e Stati Uniti si parlano attraverso Statue della Libertà, mes amis. Ma non finisce qui...
    – No?
    – Venite con me...
    Ci spostiamo due vetrate più in là, dribblando i soliti giapponesi con le vertigini.
    – Vedete quella macchia verde poco distante?
    – Jardin de Luxembourg?
    – Proprio lui. Lì ce n'è un'altra copia. E, infine, una terza è al Conservatoire des Arts et Métiers: seguite il  mio indice, poco a sinistra del Pompidou.
    – Questo lo sapevo. Lo dice anche Eco nel Pendolo di Foucault.
    – Molto bene. Vedo che fa letture interessanti... Ora, se provate ad unire questi tre punti, sapete cosa ottenete?
    – Cosa otteniamo?
    – Un triangolo! – esclama Petroussiene.
    – Noooo, – faccio io.
    – Incroyable, – commenta Paul.
    Io e Paul ci guardiamo. Poi torniamo a guardare il nostro nuovo amico.
    – Quasi isoscele! – si illumina Petroussiene.


[continua qui]

martedì 6 settembre 2016

fado

    Questo è un extra-muros un po' spinto... ma visto che ultimamente si parlava di Lisbona, lo riporto anche qui.
    Un raccontino da leggere al ritmo del fado: scritto qualche tempo fa, pubblicato in un'antologia, e rilucidato con amore per gli amici del SIAP (Scrittori Italiani a Parigi).




    Di Irene amavo gli occhi, la nuca, il coraggio e un certo modo di puntare la lingua contro gli incisivi inferiori nel pronunciare le parole che cominciano per esse impura. Scoglio. Specchio. Stronzo. Quando diceva quelle cose lì, la adoravo.
    – Te adoro, – mi disse lei, la seconda volta in cui ci vedevamo. Tra di noi parlavamo italiano, ma per le stronzate e le frasi romantiche usavamo il portoghese. Era una specie di codice che mi è rimasto appiccicato addosso per parecchio, ad avvelenarmi le conversazioni, anche quando lei non c'era più già da un pezzo.
    Del resto, c'eravamo conosciuti a un corso di lingua. Capii che era romana perché a lezione diceva "sory" con una erre sola. Ci scambiammo gli appunti e cenammo in una bettola di Bairro Alto. Le stradine piene di gente facevano su e giù, e ad ogni angolo c'erano un locale aperto e panni stesi, come a Trastevere.
    Era quel periodo in cui si esce insieme ma non si sta insieme. Ci incontravamo la sera, fumavamo, e bevevamo ginjinha, un liquore alla ciliegia che non mi è mai piaciuto, raccontandoci le novità e le nostalgie. Sembravamo emigranti del periodo tra le due guerre; invece ero solo in Erasmus. Studiavo geometria analitica e sapevo tutto delle coniche.
    – Perché si chiama Erasmus? – chiedeva lei.
    Io le parlavo di Erasmo da Rotterdam, per lo più inventando, e intanto le passavo tre dita dietro la nuca. Lei mi spiegava di essere lì in una sorta di introduzione al Brasile: quattro mesi di lavoro a Lisbona a imparare la lingua, prima di partire per Rio a trovare uno zio e, sperava, fortuna.
    Camminavamo a caso per i colli della città, fermandoci a guardare il panorama ad ogni miradouro. Io guardavo un po' il Tago e un po' lei, che indossava maglie cortissime, sopra un ombelico di quelli col ciccetto all'infuori.
    Era il periodo in cui si sta insieme senza dirselo. Lei elencava le parole nuove che aveva imparato e io le contavo. E intanto pensavo che partire da Roma per andare a Lisbona a innamorarsi di una ragazza di Roma è una carambola che ti riesce una volta ogni mille vite. È normale che uno poi ci legga dentro cose strane: un segnale, il destino, le congiunzioni astrali.
    – É o fado, – diceva lei, e intanto tirava su col naso, perché era sempre mezza nuda ed era ovvio si sarebbe beccata un raffreddore.
    Una volta, le regalai un paio di scarpe tutte colorate. Ci conoscevamo da tre mesi e, secondo me, stavamo insieme. Lei, un po' per volta, iniziò a raccontarmi delle storie che si portava dentro. A una certa età, i suoi s'erano separati e aveva passato due anni con la madre, fatti di crisi continue e rumorose in cui non si capiva chi badasse a chi.
    – Prendimi in braccio e portami alla fermata del tram, – diceva ridendo.
    A diciott'anni, era andata a vivere da sola in una tripla sulla Nomentana Nuova. Studiava, lavorava, si innamorava. A un certo punto s'era persa per uno di vent'anni più vecchio di lei. Grandi progetti. Promesse e cene importanti.
    Ogni tanto, Irene smetteva di parlare e si guardava le scarpe e mi chiedeva se non fossero bellissime. Io allora mi chinavo e le baciavo. Lei allora rideva e riprendeva a raccontare, come se tutto fosse una fiaba lontana o la storia di un'altra.
    Le piacevano le cose colorate: le scarpe colorate, i bicchieri colorati, le esistenze colorate. Aveva preso una di quelle sbandate che a volte spezzano le vite delle persone. Invece lei aveva riabbassato il capo, aveva infilato i guanti di lana, e s'era inventati un presente e un futuro tangibili e coloratissimi, dove prima non c'era che confusione.
    Passammo un fine settimana in Algarve, una regione magica in cui metà febbraio sembra fine primavera. Persino scrollare la sabbia dai sandali era piacevole, in quei giorni lì. Irene mi sedeva sulle gambe e mi descriveva il Brasile come se ci fosse stata per anni. Le spiagge, la foresta, le baracche.
    – E farò volare gli aquiloni, che laggiù sono enormi, – diceva.
    Nei suoi discorsi c'erano solo passato e futuro, ma soprattutto futuro. Io, invece, parlavo pochissimo, perché spendevo tutte le energie ad ascoltarla e guardarle gli occhi o la nuca.
    Se è vero che le storie d'amore sono parabole con la concavità rivolta verso il basso, allora quello era il punto in cui la ipsilon ha valore massimo e la derivata prima vale zero.
    Venne un periodo di piogge continue, due settimane senza interruzioni. Ma neanche questo ci tenne chiusi in casa: io indossavo un k-way, lei le maglie cortissime di sempre, e uscivamo. Ci piaceva, vederci bagnati.
    Era la fase in cui si cerca una definizione formale dell'amore. Io iniziavo a contare i giorni che mancavano alle nostre partenze, mentre lei sembrava non pensarci mai. E riflettevo che innamorarsi perdutamente di una ragazza che tra un mese andrà in Brasile, può darsi per sempre, quando tu fra tre mesi tornerai a Roma, può darsi per sempre, è un delitto, una condanna, un'ingiustizia.
    – É o fado, – diceva lei.
    Erano pomeriggi densi e pensosi, di arcobaleni tendenti al rosa, che in Italia non avevo mai visto.
    Quando le proposi in portoghese di partire con lei per il Brasile, mi rispose in italiano che ero un bambino. Fu una serata silenziosa. Si fece accompagnare a casa prima del solito, mi baciò in fronte anziché in bocca, mi disse buonanotte anziché sali. Se mai eravamo stati insieme, quella fu la sera in cui ci lasciammo.
    Tornai a casa lentamente, evitando le pozzanghere.
    Ancora oggi mi chiedo dov'è che abbiamo sbagliato se abbiamo sbagliato, e di chi è stato il merito se invece abbiamo fatto tutto giusto. E se lei fosse più matura di me, o soltanto meno romantica, o soltanto meno innamorata.
    Di sicuro, quella sera del bacio in fronte, avrei preferito sentirle dire che ero uno stronzo, piuttosto che un bambino. Anche solo per il gusto di vederle rimbalzare in bocca un'ultima esse impura.
    Era marzo. Passai a Lisbona ancora due mesi.
    Durante la settimana, studiavo come un pazzo per recuperare il non fatto.
    Nei weekend, giravo il Portogallo.
    La sera, cenavo da solo e ascoltavo il fado, che è una specie di stornelli romani però tristi.



Il racconto è apparso nella raccolta: AA.VV., Nulla è come sembra. Bonaccorso Editore. 2010
Vai alla versione audio.

mercoledì 3 agosto 2016

la notte in piedi

    


    Paul vuole andare a prendere la Bastiglia.
    Perché, dice Paul, a chi comanda non gliene frega un cazzo che occupiamo le strade e riempiamo le piazze: a chi comanda, basta che non gli entri a casa loro e non gli tocchi i luoghi strategici.
    Casa loro, Paul non lo sa dove sta. E poi magari a casa loro ci stanno le mogli che non c’entrano niente e i bambini che si prendono paura. Per questo, Paul invece vuole prendere i luoghi strategici. La Bastiglia ha un ruolo molto importante, dice. La Bastiglia è un luogo strategico.
    Io ovviamente ci ho provato, a spiegargli che la Bastiglia non esiste più, che l’hanno presa almeno due secoli fa e hanno buttato giù tutto, ma proprio tutto, che era già quasi vuota pure prima ma adesso non c’è rimasto niente per davvero, manco due sampietrini.
    Però Paul non ci casca. Tira fuori la mappa di Parigi e mi mostra Place de la Bastille. Se c’è la piazza, ci deve essere pure la Bastiglia, dice.

    Place de la Republique, invece, è piena zeppa di ragazzi. Alcuni suonano, seduti in un angolo. Altri comprano le birre che vengono fuori fresche e bagnate dai secchi di qualche venditore ambulante.
    Sotto la statua della Marianne, ci stanno due che si passano un microfono e parlano fitto fitto, con un andamento a metà tra il comizio e il rap: di ore di straordinario che aumenteranno esponenzialmente, di gente che cambierà lavoro ogni sei mesi, di una legge che dovrebbe favorire chi il lavoro non ce l'ha ma invece se vai a vedere penalizza tutti. Qualcuno alza una mano per dire che bisogna essere precisi, che se no facciamo come loro, e nel testo non c'è nulla che parli di più straordinari. Nel testo c'è scritto che le ore in più verranno pagate un 15% in meno, riprende quello col microfono: ci vuole tanto a capire che gli straordinari aumenteranno?
    Io guardo Paul e vorrei coinvolgerlo, o almeno capire cosa stia pensando, o almeno toccargli un braccio. Provo a spiegargli che la Bastiglia non esiste più – deve credermi – però se esiste ancora un modo di prenderla, adesso che è il duemilaesedici e le baionette stanno nei musei, allora essere qui, in piedi, questa sera, in questa piazza, è il nostro modo di prenderla. Che se c'è qualcosa che si può fare, questi ragazzi la stanno facendo e la faranno. Che oggi funziona così. Ma Paul scuote la testa e si guarda intorno. Ha la faccia di uno che pensa che quelli lì, la Bastiglia, non la prenderebbero neanche se gliela portassero davanti casa coi cancelli aperti e il ponte levatoio abbassato.
    Intorno, c'è ancora tanta folla. Qualcuno nel frattempo avrà pure lasciato la piazza, ma c'è ricambio come in una fiera: altri ne sono arrivati e continuano a farlo. Dei ragazzi, vicino a noi, sono arrossati dalla giornata di sole. Alcuni hanno occhialetti da sub sul viso. Devono averli indossati nel corteo del pomeriggio contro eventuali lacrimogeni, e adesso li tengono per gioco e in segno di complicità.
    Una ragazza si avvicina a Paul. Gli chiede se ha da accendere. Io no ma lui sì, dice Paul indicandomi. Io non fumo, ma effettivamente un accendino ce l'ho sempre. Perché ho imparato che quando giri per Parigi, se appena appena hai un accendino in tasca, le possibilità di fare incontri interessanti si moltiplicano.
    – Eccolo, – dico alla ragazza, che ha gli occhi azzurri tondi e le trecce bionde.
    – Come ti chiami? – le chiede Paul.
    – Simone, – risponde lei.
    – Come la Stella della Senna, – commento io.
    Capisco, dalle facce, che non hanno colto. Forse in Francia non è mai arrivato. Oppure loro due sono troppo giovani.
    – È un cartone animato che guardavo da bambino... C'era questa ragazza che si chiamava Simone, e abitava a Parigi all'epoca della Rivoluzione Francese. Di giorno vendeva fiori, ma poi la notte metteva su una maschera, tirava fuori la spada e andava a lottare contro le ingiustizie.
    – Fico! – dice Paul.
    – E era innamorata del Tulipano Nero, che era un altro che girava con la maschera e la spada.
    – Allora facciamo che io ero il Tulipano Nero! – dice Paul ringalluzzito.
    Simone ride e gli dà un bacetto sulla guancia, che mi lascia divertito e geloso.
    E poi non parla più nessuno. Io potrei dire che il cartone si intitola Il Tulipano Nero ma il vero protagonista è La Stella della Senna, però poi sembrerebbe una sviolinata. Oppure potrei dire che in realtà poi nel cartone si scopre che i due sono fratelli, ma non mi va di rovinare il momento romantico. Insomma, resto zitto.
    Intanto, un tizio sta dicendo al microfono che non si deve fare l'errore di generalizzare. Alcuni applaudono. Altri rumoreggiano. Ho perso le ultime battute e non so esattamente di cosa stiano parlando. Ma in queste situazioni, prima o poi, c'è sempre uno che dice che non bisogna generalizzare.
    – E che lavoro fai? – sta chiedendo Paul.
    – Faccio la prostituta, – risponde Simone, con un sorriso naturale e smaliziato.
    C'è un momento di silenzio e imbarazzo. Io faccio finta di continuare ad ascoltare quelli col microfono, perché mi sembra molto più semplice che voltarmi.
    – Tanto non fate che trattarci come oggetti... E allora d'accordo, come volete, ci sto: faccio l'oggetto, ma mi faccio pagare.
    C'è un altro momento di silenzio.
    Poi Paul mi tira per una manica e mi chiede sottovoce se per davvero è una prostituta.
    No, è una femminista, gli rispondo io.
    Ah, ecco, dice Paul. Infatti, secondo me vende i fiori.



Photo by Olivier Ortelpa.

    Paul dice che lui la Bastiglia vuole andare a prenderla coi bastoni.
    Ha un piano preciso, dice:
    Adesso che tutta la polizia è impegnata a sorvegliare la piazza, noi svicoliamo furtivamente nel fauborg Saint-Antoine, dove ci stanno gli ebanisti. Rompiamo una vetrina e rubiamo i bastoni di ebano, che l'ebano è il legno più duro e più massiccio in assoluto. Poi, con quelli, andiamo a prendere la Bastiglia.

    Ci guarda come un comandante guarda i sottoposti: non per verificare se l'idea ci piace, ma solo per assicurarsi che abbiamo capito. Poi si gira verso Simone. Se tu hai pure la spada, tanto meglio, aggiunge.
    – Ci sto! – esclama Simone, che non è ancora chiaro che mestiere faccia, ma di sicuro un po' matta lo è.
    E insomma ci incamminiamo. Tutti vanno nella direzione opposta alla nostra, ma noi ce ne freghiamo. Del resto, è quello che succede a chiunque abbia una missione importante e segreta, deve pensare Paul.
    Prendiamo per una stradina laterale e l'atmosfera cambia completamente. Le botteghe di artigiani non sono più numerose come un tempo. Invece, troviamo locali di tendenza dove bisogna superare la selezione, bistrot alla moda, discoteche di musica latina.
    – Ragazzi, andiamo a fare due salti, così ci carichiamo! – dice a sorpresa Simone.
    Io, detto tra noi, speravo con tutto il cuore che s'inventasse qualcosa.
    – Ottima idea!
    – E la Bastiglia?
    – C'è tempo...

    La salsa si balla su un ritmo di otto tempi, segnati da uno strumento chiamato clave ("sin clave, no hai salsa", diceva il mio maestro), dove il quarto e l'ottavo tempo sono pause, e il primo tempo si confonde col quinto (mai capita la differenza).
    Simone ordina un cocktail che berremo in tre e poi si lancia in pista. È una di quelle per cui il ballo è una faccenda innata, una cosa per cui non serve né studiare né contare. Balla da sola per un mezzo minuto e poi ci guarda e si trascina dietro Paul. All'inizio, Paul è un po' impacciato e confuso ma poi si lascia andare, beve ancora un sorso, dimentica la Bastiglia, e mentre balla fa ritmicamente su e giù con la testa. Forse quelli come Paul, mi viene da pensare, sono gli unici che sanno ancora stare bene per davvero, o stare male per davvero, o incazzarsi per davvero.
    Io sono un po' divertito e un po' geloso. E mentre guardo Simone e finisco le ultime due dita di cocktail, mi ritrovo a immaginare come sia fatta e cos'è che balli poi sul serio, nella vita, questa ragazza qui con le trecce bionde e gli occhi azzurri tondi. Che mestiere faccia. Che gente frequenti. Se questa sia una serata speciale anche per lei, o se per lei le serate siano tutte così speciali, e quindi di fatto normali secondo una normalità che io però non me la immagino nemmeno. E poi, come affronti le giornate e le persone. Se si ostini in quegli abbracci frontali asimmetrici da coppia chiusa, con cui si inizia ogni latinoamericano, o se invece le piaccia aprirsi appena può ad altre figure più variopinte e vere. E se ogni tanto abbia bisogno di perdersi nei suoi pasitos solitari, come certi portoricani tristi, o se invece sia una che non l'acchiappi mai, perché lei balla sul break, come un tempo facevano a New York...
    In un angolo, noto un gruppetto di cinquantenni, che ridono come matte. Forse stanno festeggiando qualcosa. "Inizia con le vecchie", ricordo che mi diceva, scherzando, il mio maestro di salsa quando ero alle primissime armi. Mi avvicino e ne invito una. Per il mio stato arrugginito, è la cosa migliore. Le vecchie – diceva il maestro – non hanno grosse aspettative, non rifiutano mai un ballo, e se balli lentamente non è un problema: sono contente pure loro.
    Insomma mi lancio. Sono costretto a contare mentalmente per non perdere il passo, ma qualche figura me la ricordo ancora. Passano mezzore senza che ce ne rendiamo troppo conto. Simone adesso sta volteggiando a mille all'ora con un sudamericano, mentre Paul è appoggiato a una colonna e continua a ridere e fare su e giù con la testa, mentre io mi sto passando una dopo l'altra le cinquantenni del gruppo e loro si divertono e mi diverto anch'io.
    La sala inizia a svuotarsi. Paul s'era messo a parlare con un gruppetto, che adesso lo sta salutando. Domani alle sei suona la sveglia, gli stanno spiegando. Paul non lo dice, ma immagino che pensi: "questi so' matti". Io ho salutato a mia volta le cinquantenni e adesso abbraccio Simone, che si è raccolta finalmente vicino a noi. Dentro, non c'è quasi più nessuno.
    Usciamo?
    Usciamo.

    Seduti sopra i pochi resti della Bastiglia, ci stanno un matto, un italiano e una prostituta.
    Pare l'inizio di una barzelletta sporca.
    Dovete sapere che a Square Henri Galli, dentro un giardino vicino alla Senna, in un angolo discreto e appartato, hanno rimesso in piedi un semicerchio di pietre che sembra vengano per davvero dalla Bastiglia smontata. Noi ci stiamo seduti sopra, da un quarto d'ora, in attesa che riapra la metro.
    Simone fuma una sigaretta che le ho acceso io. Paul guarda dritto davanti a sé. Io intanto gioco col cellulare. Il momento somiglia a una pausa tra un terzo e un quinto tempo, segnata sottovoce da una clave.
    Alzo gli occhi e guardo i miei due compagni di brigata. Siamo belli e stanchi. In fondo – penso, e un attimo dopo dico – questa notte in piedi, a zonzo nell'Undicesimo, passata a incrociare gente che avesse voglia di incrociare gente, senza sensi di colpa, come gatti randagi e un po' confusi, fregandocene per una volta delle sveglie, è stata un nostro piccolo gesto rivoluzionario. Pensateci.
    La Stella della Senna ride e mi dà finalmente un bacetto sulla guancia.
    Il Tulipano Nero si gira per discrezione dall'altra parte. Ma non l'ha bevuta.
    – Quando ci andiamo, a prendere la Bastiglia? – chiede, dopo quindici secondi.
    Per stare più comodo, si è messo le mani sotto il culo. Il culo sta comodo, ma le mani quando le tira fuori sono tutte rosse e segnate dalle pietre.
    – Eh, quando ci andiamo... Ad aprile, – faccio io.
    – Va bene, – dice Paul. – Che giorno è oggi?
    – Oggi è il 49 marzo, – dico io.
    – Va bene, – dice Paul.
    Raccoglie un sassetto di ghiaia e lo lancia di taglio contro il terreno, come se ci fosse un pelo dell’acqua su cui farlo rimbalzare.
    Il sasso fa un paio di saltelli e per il resto, più che altro, rotola.
    – Marzo è un mese molto lungo, – dice Paul.