venerdì 1 gennaio 2016

parigi vista dalle figi

    Sì: ci sono le spiagge di sabbia bianchissima e finissima, il mare bluissimo, le noci di cocco rotondissime e un mucchio di altre cose da isola che non si riesce a scrivere senza abbracciarle a un superlativo assoluto. Inoltre, se fate snorkeling (e qualche mezzora sott'acqua ce l'ho passata) vedete pesci a strisce bianconere e coralli come quelli di Superquark, e se fate immersioni (ma io non ne faccio) immagino vediate cose ancora più mirabolanti.
    Ecco, adesso possiamo incominciare.




    una mattina

    La prima cosa che imparo, delle Figi, è che la domenica mattina è tutto chiuso tranne le chiese. Me ne accorgo dopo aver girato a caso per un po', senza aver trovato un negozio né un bar aperto, e avendo visto quasi nessuno in strada. In compenso, di chiese ce ne sono quante ne vuoi, e di varie religioni. Decido di entrare in una, anche solo per avere un'idea. Fa cultura, mi dico. E decido di cercarne una cattolica. Non per un motivo particolare, ma diciamo che quando entro in una chiesa, specie se sto dall'altra parte del mondo, ho sempre paura di sbagliare qualcosa, di urtare sensibilità, e allora mi convinco che se non altro in una chiesa cattolica ho qualche possibilità in più di indovinare come muovermi.
    Cerco una chiesa cattolica, chiedo a una vecchina che incrocio per strada.
    La prima a destra e poi sempre dritto, risponde la vecchina, ma solo dopo dieci minuti in cui gli ho raccontato chi sono e da dove vengo e soprattutto mi ha raccontato chi è e che è cattolica anche lei.
    Distante?
    Ma no. Sarà una mezz'ora...
    Mica poco, mi dico. Ringrazio e mi incammino.
    Così, la seconda cosa che imparo, delle Figi, è che la gente risponde a caso. Non lo fa per cattiveria o svogliatezza. Credo lo faccia, innanzitutto, perché qualcuno deve avergli messo in testa che non rispondere è maleducazione. Quindi, nel caso in cui non sappiano la risposta, i figiani inventano. E poi credo lo facciano perché sono sempre con la testa da un'altra parte, completamente apragmatici. Imprecisi, approssimativi. Non danno ai numeri il valore che gli diamo noi. Soprattutto, non danno al tempo il valore che gli diamo noi. Per dire, cinque minuti possono tranquillamente essere arrotondati a una mezz'ora.
    Insomma, mi incammino seguendo le indicazioni della vecchia e dopo cinque minuti sono in chiesa. La messa è quasi finita, ma faccio in tempo a gustarmi un coretto gospel tropicale, con tanto di accompagnamento di chitarre. E soprattutto, faccio in tempo a stupirmi del fatto che a fine messa apparecchino una lunga tavolata in fondo alla chiesa e si faccia colazione sociale con tè, frutta e pasticcini. Io mi siedo e approfitto.



    un'altra mattina

    Le Figi sono un posto lontano e diverso, dove di notte c'è sole e al mattino fa buio. È per questo motivo che il mio racconto è un racconto di mattine: un racconto col jet lag.
    Sono da tre giorni in un villaggio all'interno dell'isola più grande, ospite di una famiglia in cui l'uomo di casa somiglia a Diego Abatantuono nelle sue interpretazioni più selvagge. È successo che a un certo punto mi sono sentito un po' stufo di oceano isolotti e turisti. Così ho pensato di avventurarmi all'interno e ho scelto un villaggio di venti capanne, senza elettricità, coi tetti di bambù e le galline per strada, perso dentro un parco naturale. Gli autobus non ci arrivano: dalla città più vicina mi ha accompagnato qui un tassista abusivo. Sono arrivato portando in dono un chilo di radici di kava, una pianta della famiglia del pepe che si macina per farne una bevanda del colore e sapore dell'acqua sporca, che però ti rilassa e addormenta la lingua.
    Faccio colazione con pancake bruciacchiati e cassava, la loro patata dolce che mettono dappertutto. Poi mi lancio in un hiking incosciente dentro la foresta. Non è pericoloso, mi hanno assicurato, e in effetti non mi sembra di incrociare animali troppo velenosi. Dalla vetta c'è un panorama che mescola isole e foreste, mare e monti. Cose da fotomontaggio scriteriato. Torno in tempo per pranzo (verdure cotte, riso e l'immancabile cassava) e subito dopo chiedo a Diego Abatantuono se può chiamarmi il tassista con cui sono d'accordo perché mi riporti in città.
    In attesa che il tassista arrivi, vado a giocare a rugby coi ragazzini del villaggio. Cioè, loro giocano e io faccio foto. La palla è una bottiglia di plastica. C'è sole e fa caldo. Nelle capanne vicine, uomini e donne riposano; devono avere un loro concetto di siesta post-pranzo. Intorno, pascolano due cavalli e tante galline.
    Abatantuono torna dopo un paio d'ore e lo vedo che scuote la testa in maniera solenne. Del resto, lui fa tutto in maniera solenne. Il tassista ha telefonato e non riesce a venire, dice. C'è un albero in mezzo alla strada che blocca il passaggio. Ha chiamato in città perché vadano a spostare l'albero, dice. Bisogna aspettare.
    Io sono stanco e accaldato e la storia sembra un po' troppo da film. Detto tra noi, mi viene il sospetto che Abatantuono se la sia inventata per farmi restare una notte in più. Nel frattempo, si è raccolta intorno a noi una buona parte della popolazione del villaggio. Si parla di questo albero, di cosa si può fare, di chi eventualmente chiamare. Quanto ci vuole a piedi fino alla città?, chiedo. Gli uomini si guardano. Sarà una mezz'ora, risponde - giuro - una donna. Ci ho messo un'ora in macchina, è chiaramente impossibile. No, di più, mi conferma Abatantuono. Visto che sembra una partita a poker, decido di bluffare. Beh, vado a piedi, dico io; ho l'aereo stasera, non posso proprio rimanere qui. Spero che così dicendo qualcosa si smuova. Gli uomini si guardano. Un'altra donna dice Ma no, con quello zainone... E però non si smuove nulla. Ho l'impressione che se fosse per loro, potremmo rimanere immobili per giorni: io, loro, l'albero in mezzo alla strada. Ci salutiamo e, niente, mi lasciano partire.
    Mi metto in marcia, sole cocente e zainone in spalla, e dopo l'escursione della mattina non è esattamente la cosa al mondo che abbia più voglia di fare. Non c'è ovviamente nessuno, per strada. A farmi compagnia, solo le insegne di legno con le indicazioni dei chilometri; una ogni chilometro, credo. Dopo un'ora e mezza - ebbene, sì - vedo un tronco d'albero in mezzo alla strada. Che la blocca completamente. La terza cosa che imparo, delle Figi, è che i figiani non bluffano.
    Subito dopo il tronco - ebbene, sì - c'è il tassista parcheggiato che aspetta, evidentemente ormai da ore. Non so esattamente cosa. Forse me, forse il soccorso stradale, forse semplicemente che faccia buio.




    l'ultima mattina

    L'ultima mattina, la passo con Faith, che è una ragazza finalmente figiana, conosciuta su Tinder.
    ciao belle foto.
    grazie.
    finalmente ti ho trovata!

    ci conosciamo?
    no ma ti cercavo da un sacco di tempo.
    hahahha... lo scrivi a tutte?
    ma no. cioè, ciao belle foto sì... ma il resto no.

    Lei pomeriggio e sera è impegnata, io riparto il giorno dopo: non ci resta che un rapido brunch. Siamo a Suva, la capitale, e il locale l'ha scelto lei. Si chiama The Republic of Cappuccino, e io, scettico e italiano come sono, avrei sinceramente preferito qualcos'altro. Però devo ammettere che bevo qui il miglior espresso di tutto l'arcipelago.
    Ma Faith è il tuo vero nome?
    Never mind.
    Faith è grassottella (mi ha autorizzato a scriverlo) ma ha un bel viso (non le ho chiesto il permesso ma lo scrivo). E ha un tatuaggio sotto la spalla sinistra, che ne condiziona i movimenti e le torsioni, mi dice, a seconda del fatto che voglia o meno mostrarlo.
    E con me? Vuoi mostrarlo o no?
    Boh... Quando ho un appuntamento con un uomo, di solito cerco di mostrarlo. Ma il nostro, non ho capito bene cosa sia.
    La conversazione ha i pregi e i difetti di una conversazione di un paio d'ore con una persona che probabilmente, dopo quelle due ore, non vedrai più nella vita. In questo senso, è la conclusione appropriata di un viaggio in cui hai vissuto tutto con la più o meno marcata consapevolezza che le cose che stai vedendo, probabilmente, non le rivedrai mai più.
    Certo che qui piove ogni giorno; almeno un quarto d'ora di pioggia non te lo toglie nessuno, dico per rompere il ghiaccio.
    Sì, e invece al nord non vedono acqua da mesi.
    È incredibile tanta differenza in un'isola così piccola.
    È una conversazione che parte, inevitabilmente, dai luoghi comuni locali, che lei sa e io ho imparato.
    Anche tu giochi a rugby?, chiedo.
    Ahah, no, io no. Mio fratello gioca. Qui un po' tutti.
    Ma invece a Ba e dintorni si gioca a calcio.
    Vero. Quante ne sai...
    Eh, sì, lunghe conversazioni coi tassisti...
    Faith sembra più rapida e reattiva della maggior parte dei figiani con cui ho interagito.
    Forse perché lavoro in albergo, e perché sono stata fuori, dice; anche in Europa, per un anno.
    Ma dai. Dove?
    Berlino. E Parigi.
    Nooo... Io ci vivo, a Parigi.
    Viene fuori che lei ci ha lavorato per sei mesi e ci ha lasciato la testa e il cuore, si lascia sfuggire con aria sognante. Se mi dici dove, quando torno te li cerco, rispondo. Lei ride. Ride anche troppo. Forse ho pescato per puro caso una battuta che funziona meglio secondo i canoni dell'umorismo figiano che secondo quelli occidentali, va' a sapere.
    Le racconto dei posti che ho visto e delle cose che ho fatto in queste tre settimane sull'isola.
    Poi mi faccio raccontare del suo lavoro, della sua famiglia, delle sue amiche. Ha uno dei migliori inglesi che abbia ascoltato alle Figi. Ma le sue frasi sono dense, annodate di tensione, sembrano venir fuori schiaffeggiate: il prodotto di un combattimento interiore, ipotizzo, tra un orgoglio un po' selvatico e un'innascondibile insoddisfazione.
    In molti usano Tinder qui?
    Macché, becco solo turisti. Però meglio così.
    Il brunch è semplice ma buono. Qualche insalata mista, bocconcini di pollo, muffin. Non le chiedo quanto tempo abbiamo ancora. Più o meno una mezz'ora, mi rispondo da solo.
    Mi piacerebbe andare a vivere altrove, dice.
    L'avevo capito.
    Voglio dire, per carità, qui è il paradiso...
    Capisco perfettamente.
    Fuori piove. Faith scherza che soltanto gli inglesi potevano inventarsi una capitale nell'area più piovosa dell'isola. Rido. Sorride. Al momento di salutarci, uno di noi due chiede Ma che facciamo, ce lo diamo un bacio finale takeaway? E l'altro di noi due risponde Ma no, non ha senso.
    Faith fa ciao con la mano e gira l'angolo. Nel farlo mostra evidentemente il tatuaggio sotto la spalla. Io vado dall'altra parte, guardo l'orologio e calcolo che voi state dormendo o facendo l'amore.


    È già passato quasi un mese. Nel frattempo, ho controllato e, se è vero che la terra è rotonda, come hanno sostenuto con forza Copernico e soprattutto il Risiko, allora è difficile trovare due punti del globo più distanti di quanto lo sono Parigi e le Figi.
    Con Faith, continuiamo a sentirci in chat, ogni tanto. Ci siamo raccontati la mezza giornata dopo esserci salutati, ci siamo lamentati delle feste natalizie troppo brevi, ci siamo augurati un felice anno nuovo. Uno di noi due pensa che questo scambio di messaggi non abbia alcun senso. L'altro di noi due continua a dirsi che alla fine un bacio non costava niente e ci sarebbe stato bene.



    epilogo

    Comprare un quotidiano locale.
    Comprare un giornale di annunci e vedere quanto costa un affitto, quanto costa una macchina, che lavoro si può sperare di trovare.
    Salire su un autobus senza finestrini. Accorgersi che a bordo c'è musica disco a palla. Accorgersi di essere l'unico bianco.
    Salire su un autobus che sembra pubblico e scoprire che invece è una comitiva di evangelici metodisti in gita. Lasciarsi comunque riaccompagnare in città.
    Comprare una scheda sim, anche solo per capire se aveva senso farlo.
    Entrare da un barbiere e tagliare i capelli.
    Ma anche perdersi nel mercato e scoprire che le banane le vendono solo a caschi interi. Comprare radici di kava. Non comprare cassava.
    Bere l'acqua del rubinetto almeno nelle città in cui dicono che si può farlo. Fidarsi è bene. Non fidarsi è meglio, ma è noioso.
    Mangiare dai venditori di strada.
    Mangiare pollo fritto.
    Mangiare solo nei posti non segnalati dalla Lonely Planet.
    Mangiare nel McDonald's e concludere che persino il McDonald's non è proprio uguale uguale al nostro.
    Chiedere indicazioni anche se si sa benissimo dove andare. O invece prendere a camminare a caso, e smettere solo quando si è proprio sicuri di essersi persi.
    Ma anche noleggiare una bici. O provare a farlo e accorgersi che non c'è modo di farlo.
    Fare conversazione coi tassisti per imparare i luoghi comuni locali.
    Chiedere alle persone se hanno mai visto l'Europa, o anche solo l'Australia; se sono ricche, se sono stanche, se sono felici.
    A dirlo in una frase, e secondo una definizione che sono andato affinando nel corso degli anni, per me viaggiare è, in mezzo a un mucchio di altre cose ma prima di tutte le altre cose, andare in un posto e immaginare come sarebbe viverci. Da un punto di vista strettamente teorico, la prima condizione (andarci, nel posto) non è neppure indispensabile. Però è utile, decisamente utile. E di solito divertente.




lunedì 16 novembre 2015

piccola pausa silenziosa




   I have known the silence of the stars and of the sea,
  And the silence of the city when it pauses,
  And the silence of a man and a maid,
  And the silence for which music alone finds the word,
  And the silence of the woods before the winds of spring begin,
  And the silence of the sick
  When their eyes roam about the room.
  And I ask: For the depths
  Of what use is language?
  A beast of the field moans a few times
  When death takes its young:
  And we are voiceless in the presence of realities--
  We cannot speak.

    A curious boy asks an old soldier
  Sitting in front of the grocery store,
  "How did you lose your leg?"
  And the old soldier is struck with silence,
  Or his mind flies away,
  Because he cannot concentrate it on Gettysburg.
  It comes back jocosely
  And he says, "A bear bit it off."
  And the boy wonders, while the old soldier
  Dumbly, feebly lives over
  The flashes of guns, the thunder of cannon,
  The shrieks of the slain,
  And himself lying on the ground,
  And the hospital surgeons, the knives,
  And the long days in bed.
  But if he could describe it all
  He would be an artist.
  But if he were an artist there would be deeper wounds
  Which he could not describe.

    There is the silence of a great hatred,
  And the silence of a great love,
  And the silence of a deep peace of mind,
  And the silence of an embittered friendship.
  There is the silence of a spiritual crisis,
  Through which your soul, exquisitely tortured,
  Comes with visions not to be uttered
  Into a realm of higher life.
  And the silence of the gods who understand each other without speech.
  There is the silence of defeat.
  There is the silence of those unjustly punished;
  And the silence of the dying whose hand
  Suddenly grips yours.
  There is the silence between father and son,
  When the father cannot explain his life,
  Even though he be misunderstood for it.

    There is the silence that comes between husband and wife.
  There is the silence of those who have failed;
  And the vast silence that covers
  Broken nations and vanquished leaders.
  There is the silence of Lincoln,
  Thinking of the poverty of his youth.
  And the silence of Napoleon
  After Waterloo.
  And the silence of Jeanne d'Arc
  Saying amid the flames, "Blessed Jesus"--
  Revealing in two words all sorrow, all hope.
  And there is the silence of age,
  Too full of wisdom for the tongue to utter it
  In words intelligible to those who have not lived
  The great range of life.

    And there is the silence of the dead.
  If we who are in life cannot speak
  Of profound experiences,
  Why do you marvel that the dead
  Do not tell you of death?
  Their silence shall be interpreted
  As we approach them.


da Edgar Lee Masters, Songs and satires, 1916

domenica 1 novembre 2015

interrail
[seconda parte]



     [Qui trovate la prima parte]

    Loro hanno fatto al contrario. Sono partite da nord: Amsterdam, Rotterdam, Utrecht, e poi a scendere Bruxelles, la Bretagna, Parigi.
    A Bruges, qualcuno le ha fregato lo zaino, mentre sedevano su una panchina. Ma sembra sia stato un mezzo pazzo che le guardie conoscono bene e hanno beccato subito senza neanche fermarlo, perché dicono non sia cattivo. Ruba le cose per gioco, le porta un po' in giro e poi le lascia per strada o le dà a un vigile.
    Storia strana. Giulia va avanti a parlare, ma io mi perdo a guardarle i denti e le orecchie. E mi sorprendo a riflettere su questa ragazza, che è partita undici giorni fa da Lecco e magari, anche se ha una voce bellissima, un ragazzo non ce l'ha, sennò dove vuoi che andava dodici giorni a zonzo per l'Europa con due amiche.
    E poi me ne vado un po' per conto mio. Con la testa, dico; il culo sempre piantato sul pavimento della Gare de Lyon. Penso alla gente che ho incrociato per strada e per caso, in questi diciannove giorni imbottiti di roba, come i panini che prendiamo il venerdì notte sulla Palmiro Togliatti. Immagino ci vorrà un po', a digerirli. Penso ai treni che ho aspettato e perso o preso. Ma da sempre, dico, mica 'st'estate. Mi chiedo se ci sia qualcosa di più bello di questo mescolare vite nelle stazioni, e poi lasciarsi per sempre o continuare a mescolarle, ma di solito lasciarsi per sempre. Mi chiedo se anche Giulia, che va avanti a sbattere la lingua contro il palato della sua bocca di ragazza ventunenne di Lecco, sia uno di quei treni che passano e si perdono o prendono. Se lo stessi aspettando. Mi immagino un futuro con lei. Io che mi laureo e mi trasferisco a Lecco a lavorare in una compagnia qualsiasi. Io che prendo l'accento di loro del Nord e voto la Lega. Noi che di domenica ce ne andiamo in barca sul lago e sembriamo Renzo e Lucia.
    Giulia sta raccontando di tre ragazzi norvegesi con cui hanno passato due giorni a Bruxelles. Le ragazze si guardano maliziose. Poi, Lia indica ridendo la Francesca.
    - E la Fra ha rimediato uno splendido braccialetto portafortuna…
    Al che, la Fra mostra, da ragazzina, il bracciale di spago colorato sul suo polso sinistro e se lo sbaciucchia. Hanno classe, ognuna a modo suo.
    - Insomma, tutto qui, - conclude Giulia.
    - Bello! I castelli della Loira, però, meritavano; almeno un giorno...
    - Amboise, te l'ho detto.
    - Sì, scusa, hai ragione...
    La verità è che basta la voce radiofonica di una ragazza appena un po' più dolce della media, per farmi girare a vuoto. Sempre. E sbandare. E perdere il filo. E dimenticare che è il caso di occupare un posto sul notturno, che intanto è arrivato da un quarto d'ora.
    - Klè, forse conviene che montiamo su… Se no, stanotte si viaggia in piedi. Voi che fate?
    - Veramente, noi abbiamo la prenotazione.
    - Ah, ma siete delle professioniste, allora…
    - Se troviamo la nostra cabina potete mettervi lì, così la occupiamo tutta.
    - Super!

    Ci alzammo tutti insieme, coi nostri rispettivi, enormi zaini.

    Opportunamente alternati: una ragazza un ragazzo una ragazza un ragazzo una ragazza. E intanto cantavamo questa è la mia casa, la casa dov'è, come ci aveva insegnato Lorenzo Jovanotti. E quasi quasi, più che camminare, saltellavamo. Io tenevo Giulia per mano ma con innocenza. Klady scherzava con Lia: s'intendevano a meraviglia dall'inizio, si vedeva. La Fra stava nel mezzo e cantava più forte di tutti. Indossava al polso un braccialetto portafortuna di quindici colori.
    Eravamo inattaccabili, Signore dell'Universo.


    

    Passeggio, scruto i binari, mangio un croissant comprato in un banchetto della stazione per tentare, proustianamente e invano, di alimentare ancora un ricordo o due. Sono passati quindici anni, sembra volermi dire la torre dell'orologio stile Big Ben, che batte il tempo da lassù e beata lei non sbaglia un colpo. E forse la cosa che è cambiata di meno è proprio la Gare de Lyon, sembra volermi dire.
    Per esempio, la Fra è un po' ingrassata. A quanto pare, è rimasta a Lecco, si è sposata e ha una bambina di tre anni che ovviamente somiglia a Nina Moric. L'ho ripescata su Facebook il mese scorso, e adesso ogni tanto ci regaliamo un Like.
    Klady è tornato in Albania che saranno dieci anni. Non so di preciso, ma deve dirigere qualcosa di importante. Ad avercelo venti giorni a fianco, rompeva un po'; eppure adesso pagherei per farci insieme un viaggio in treno o una partita a carte.
    Lia è finita a fare volontariato in Africa. L'ho vista in una foto e mi è sembrata rasta e abbronzatissima. D'altronde, si capiva già da allora che era lei la vera alternativa del gruppo.
    Io dicevo dicevo, ma alla fine non ho fatto altro che scegliere un protocollo più o meno ordinario e seguirlo in maniera più o meno incosciente. Nel frattempo, mentre il protocollo meccanicamente girava, ho continuato ad ascoltare Jovanotti, a viaggiare tutte le volte che potevo e a scribacchiarci sopra raccontini jangle pop, via via un po' meno ingenui e con qualche virgola in più
di questo.
    Infine, Giulia. Mi ricordo che abbiamo continuato ad aggiornarci per un po', ogni tanto, soprattutto via e-mail. Ci raccontavamo qualcosa, ricordavamo qualcosa, auguravamo qualcosa — col tempo, sempre più sintetici. Oppure ci squillavamo. Ci eravamo promessi di squillarci ogni volta che uno di noi due saliva su un treno o passava in una stazione; era una specie di rito post-Interrail. Però quello che prendevo ogni mattina per Roma non valeva: soltanto gli altri treni e le altre stazioni. In qualche rara occasione, dobbiamo esserci anche sentiti; solo che poi tutte le volte stavo male due giorni e allora non era il caso. È che per telefono aveva una voce proprio insostenibile, sembrava quella delle fate nei film per bambini.
    E il Natale dopo l'Interrail, ci siamo rivisti a Roma. È venuta un paio di giorni con la Fra: abbiamo mangiato l'amatriciana e io le ho spiegato i monumenti e insegnato qualche frase in romanesco. Avevamo pianificato un giro tutti insieme per l'estate successiva; ne eravamo contenti e convinti; pensavamo alla Grecia. Ma poi lo sapete come vanno 'ste cose: Klady avrebbe iniziato a lavorare, la Fra sarebbe stata invitata in Sardegna da un'amica, Lia sarebbe stata sotto spese. E io intanto avrei conosciuto una ragazza di Roma, zona Eur, che si sarebbe chiamata Marina e sarebbe stata biologa e bionda; e sarei arrivato a volerle bene bene bene, ve lo giuro.

    Perché funziona così, Signore dei Viaggiatori: la strada va avanti zigzagando verso un'idea di casa e ci si trova e ci si perde. Tutto quello che puoi è lasciare indietro dei sassi sui tuoi passi, anche solo per te stesso, un domani, hai visto mai.


[qui la versione audio]

venerdì 16 ottobre 2015

interrail
[prima parte]




    Avevamo diciannove giorni di Interrail ammassati nei polpacci e altrove, ma ce li portavamo discretamente. Almeno io, via, che mi sciacquavo dappertutto appena potevo e ogni due giorni mi radevo per forza, fosse pure specchiandomi nei lavandini malfermi dei treni in corsa. Lui appariva un po' più trasandato, ma magari era un atteggiamento.
    E invece loro erano stanche da morire ma in gamba, si vedeva, appoggiate con la schiena sulle schiene, e paia di calzini umidi a penzolare dagli zaini enormi, e italiane, come spiegava la maglietta di Lupo Alberto che indossava la più bruttarella; le altre due erano carine.
   
Stavamo appoggiati a un pilastro della stazione, a smezzarci e masticare solennemente l'ultimo croissant dell'Interrail, manco fosse l'ultimo della vita intera. Chiesi a Klady che si faceva, se aveva voglia, stavolta toccava a lui. Ma sì, rispose alzandosi, chiacchieriamo un po', che sennò si addormentava.

    - Per caso, vendete calzini bianchi?
    Loro restano spaesate quattro o cinque secondi. Poi, per fortuna, sorridono verso di noi. Avrebbero anche potuto prendersela.
    - Sì, ma solo usati e umidi. Due euro il paio…
    Lo dice la bruttarella, che ci scommetto quello che volete sarà come al solito la più simpatica e disinvolta eccetera. Deve esserci sotto una legge, qualcosa, fattori genetici.
    Comunque vengono da Lecco, Lombardia, Profondo Nord, mentre noi veniamo da Roma, vicino Roma, Caput Mundi. Loro sono Lia, Francesca e soprattutto Giulia, mentre noi siamo soltanto due: l'altro si chiama Klady, che è un nome albanese e non si scrive così.
    Sotto e intorno, c'è la Gare de Lyon, che è la stazione da dove parte il treno che ti riporta a casa, se per qualche motivo ti trovi a Parigi e casa tua sta a Lecco o vicino Roma.
    - Quindi siete di ritorno…
    - Sì, un paio di giorni sulla Costa Azzurra e poi casa.
    - Francia Belgio Olanda anche voi?
    - E Lussemburgo.
    - Il biglietto da 22 giorni.
    - No, noi quello da 12.
    - Ah, femminucce…
    Ridono, per fortuna. Avrebbero anche potuto prendersela.
    - Vabbè, raccontateci qualcosa, no? Vediamo che ci siamo perse in questi dieci giorni in meno...
    Questo lo dice Francesca, che ha un modo di guardare particolare, molto Nina Moric. Lia invece è bruttarella, ma ride sempre e sembra sapere un mucchio di cose: il tipo di ragazza che vorresti per sorella o compagna di banco. Giulia ha una voce bellissima, da speaker radiofonico.




    Per esempio, siamo stati a Mont-Saint-Michel, che è un posto con un'abbazia sopra un promontorio, e intorno il mare o la sabbia. Dipende dall'ora, dal periodo: è una questione di maree. In Italia, un posto così non esiste.
    E poi, sempre sulla costa, Saint-Malo — che è un altro must — e più giù, verso la Spagna, Biarritz. Con degli scogli fantastici, da cui
Klady ha potuto esibirsi nella sua specialità, ovvero il tuffo carpiato. Le ragazze fanno un oh d'ammirazione molto televisivo. Hanno classe, chi in un modo chi nell'altro. Io le guardo a turno, ma ogni tanto concedo un'occhiata bonus a Giulia. Klady, intanto, ha tirato fuori l'inseparabile mazzo di carte napoletane versione pocket e si sta sparando una briscoletta tête-à-tête con la Francesca.
    Allora vado avanti io, dico che ovviamente Parigi, con tutto quello che si sa e avranno visto anche loro. E in più una cosa che va raccontata. Una specie di osteria con un vecchio rivoluzionario corso che prepara delle tartine spettacolose. E quando ti vede col borsone da viaggio non ti fa pagare. Almeno, a noi è andata così, giuro.
    Entriamo. Il posto ce l'hanno consigliato all'ostello dicendo it's worth e qualcos'altro che il nostro inglese di scuola superiore non ha afferrato. Ci sediamo a un tavolo in un angolo: io su uno sgabellaccio,
Klady direttamente sullo zaino perché le sedie sono occupate, lontane o semirotte. Ma non ci scoraggiamo, dato che quasi subito viene verso di noi un omaccione coi baffi e senza capelli che sembra simpatico. Ci stende un foglio che è il menu e noi ci affrettiamo a scegliere due cose, con l'asterisco accanto e un prezzo abbordabile. Il vecchio fa un mezzo inchino e poi scompare dietro una tenda che nasconde la cucina. Dovete immaginare il locale, non c'è tantissima gente ma è gente particolare: studenti che sono o saranno fuoricorso, quarantenni con l'aria da intellettuali, anziani che sembrano vecchi lupi di mare trascinati a forza in città. Alle pareti, manifesti di iniziative che non capiamo a fondo ma hanno un che di politico-sociale, prime pagine di giornali internazionali, foto in bianco e nero di concerti o altro, in cui riconosciamo spesso, anche se con più capelli e meno baffi, l'uomo coi baffi. Che per noi sarà da quel punto in poi, e per me per sempre, il vecchio rivoluzionario.
    Insomma, niente: mangiamo le sue tartine spettacolose e gli facciamo segni d'apprezzamento. Quando ci alziamo per pagare, lui incomincia a chiederci delle cose mischiando il po' di tutte le lingue che conosce: come ci chiamiamo, da dove veniamo, cos'è l'Interrail. Finisce che non ci fa pagare e anzi ci manda via regalandoci due scatolette di tonno e una busta di pane tostato e una pacca sulle spalle e un bon voyage di commiato.
    Siamo stati anche ad Amsterdam, ovvio. E chi se la scorda, quella sera che ci siamo messi in testa di chiamare un amico in Italia per raccontargli che lassù è tutta un'altra cosa, altro che chiacchiere, e mi sono ritrovato a fare senza pensarci il numero di casa e a spiegare a mamma che sì, avevo già chiamato nel pomeriggio ma volevo vedere se andava tutto bene, no che non ero ubriaco, mi veniva da ridere ma non ero ubriaco. E chi se lo scorda,
Klady piegato in due contro la cabina telefonica.
    Abbiamo visto i mulini ad acqua, una vallata con decine e decine. Perché mica puoi andare in Olanda e non vedere i mulini ad acqua. E poi Bruxelles, con le palle dell'Atomium il ragazzino che piscia e la Grand Place, che una sera era tutta ricoperta di fiori e ci hanno spiegato che solo una volta ogni due anni, pensa che culo.
    E ancora tante altre cose, che ne so: un pomeriggio a Ostenda, i castelli della Loira, Lussemburgo, Metz.
    - Anche Metz? Cosa c'è a Metz?
    - Niente di sensazionale. Una bella cattedrale gotica e il fiume.
    - Solo la chiesa.
    - Vabbè, ma mica è la chiesa di Lecco. Voglio dire...
   
Klady, che è proprio un grande anche se a starci venti giorni insieme può diventare pesante anche lui — ma penso che dopo venti giorni per me lo diventerebbe chiunque tranne forse una persona che però venti giorni insieme non ce li ho passati e non ce li passerò mai — ha coinvolto pure Lia. Le sta insegnando il traversone, una sorta di tressette all'incontrario che a Lecco non si gioca.
    Io proseguo con Giulia, dicendole di quando a Nancy, in stazione, abbiamo messo su un Europa-Sudamerica due contro due, con dei ragazzi conosciuti in biglietteria. Che avremmo stravinto, se solo non ci avesse interrotti una guardia di parte sul quattro a tre per loro.
    E poi basta, adesso tocca a te, che ho la gola secca. Hai una voce
bellissima: usala ogni tanto, no?

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giovedì 1 ottobre 2015

indice dei nomi, dei luoghi e delle cose notevoli

    Visto che la quantità di materiale nel blog comincia a farsi consistente, ho pensato possa essere utile mettere un po' d'ordine. Quindi da oggi c'è anche l'indice dei nomi, dei luoghi e delle cose notevoli
    È ampiamente in costruzione e lo sarà per sempre...

mercoledì 16 settembre 2015

l'uomo senza testa che guardava passare i treni




    La stazione di Poggio Rusco è un posto in cui non finisci per caso. Ci finisci se da Verona vai a Ferrara usando solo regionali, come la donna col cappello rosa e il vestito a fiori, o se in quel posto ci lavori e ci hai lavorato per decenni, come Giulio.
    La prima volta che è entrato in questa stanzetta grigia, che fa da sala d'aspetto e biglietteria, Giulio aveva vent'anni ed era più biondo e più bello di adesso. La stanzetta, invece, era altrettanto grigia e altrettanto buia: da una parte, due panche di ferro che si guardano; dall'altra, uno sportello di legno, con una finestrella per chiedere informazioni e un foro centrale per far passare soldi e biglietti; uno di quei posti che viene da pensare siano proprio nati così e non abbiano mai profumato di nuovo, brillato di nuovo, saputo di nuovo.

    La donna col cappello rosa e il vestito a fiori, seduta sulla panca di ferro, sta aspettando la coincidenza che arriverà da Suzzara, ma – dice l'altoparlante – arriverà con forte ritardo. È la classica situazione in cui, in letteratura, o avviene un delitto, o ti addormenti e sogni, o arriva qualcuno che ti siede vicino e ti racconta una storia.
    Giulio, una storia da raccontare, ce l'ha. Quasi non fa altro che quello, dice: raccontare storie di altri, come fossero sue.
    Dietro la finestrella dello sportello, un vecchietto coi baffi e gli occhiali spiega ad interlocutori scocciati il motivo del ritardo, con pazienza e vaghezza. Nelle pause tra un passeggero e l'altro, legge un giornale locale o un romanzo francese. Ogni tanto alza gli occhi. Quando incrocia quelli della donna, li spalanca e sorride. Quando incrocia quelli di Giulio, il socchiude e sorride.

    Per venticinque anni, da dietro quella stessa finestrella, Giulio aveva staccato biglietti a tariffa chilometrica, recitato orari dei treni, contato resti. In quei giorni tutti i giorni , finito l'orario di lavoro si metteva a sedere fuori, su una panca davanti ai binari, e guardava passare esattamente tre treni: la gente che attendeva, la gente che saliva, la gente che scendeva: i baci gli abbracci e le sigarette. Dopo il terzo treno, tornava a piedi dalla moglie e mangiavano il minestrone.
    Finché, a quarantacinque anni e mezzo, aveva avuto improvvisamente voglia di vedere da vicino come fosse fatta la libertà, e magari fissarla negli occhi e scorrerle una mano sui capelli, come in cerca di doppie punte. Una sera, finito il lavoro, e passato il terzo treno, anziché tornare a casa, ne aveva aspettato un quarto. Non avendo nessuno da abbracciare o baciare, aveva fumato una sigaretta e poi era salito sul treno. Quello andava a Bologna. Da lì, ne aveva preso uno per Milano. Poi uno per Torino. Poi tutta un'altra serie di regionali e locali, che in qualche giorno l'avevano portato a Parigi.
    Dalle finestre della pensione sul Canal Saint-Martin, vedeva barboni, prostitute, ragazzi impegnatissimi nei loro picnic. Era il posto più vicino ai romanzi di Maigret che fosse riuscito a trovare. La mattina passeggiava lungo il canale; il pomeriggio andava a Gare de l'Est a guardare i treni francesi; la sera raccontava storie di altri alla proprietaria della pensione. C'era un patto, tra di loro: se la storia le piaceva, allora la cena era gratis; se finivano a letto, allora la notte in albergo era gratis.

    Un giorno era entrato nella pensione un commissario di polizia, con la pipa e il taccuino. Dentro il canale è stato trovato il corpo di un uomo fatto a pezzi, aveva detto alla donna della pensione. Le ricerche hanno riportato a galla tutti i pezzi tranne la testa, aveva aggiunto. Sarà un qualche barbone, aveva concluso. La donna era rimasta in silenzio. Poi aveva fissato la pipa del commissario. Poi era scoppiata a piangere. No, credo di sapere chi è, aveva bisbigliato.
    Davanti al cadavere ricomposto pezzo a pezzo, era stata sul punto di svenire e vomitare. Il commissario l'aveva implorata di guardare con attenzione, l'aveva sostenuta tra le sue braccia, ne aveva raccolto il vomito in un sacchetto. La donna aveva continuato a esplorare quel corpo che aveva imparato a conoscere bene. Finalmente, si era immobilizzata e aveva fatto movimenti decisi col braccio e col capo, che significavano chiaramente è lui, non ho dubbi, interrompiamo questo supplizio. Quindi, si era appoggiata a una sedia e aveva tirato fuori anche il suo ultimo decilitro di bile.




    L'aeroporto Charles de Gaulle era diverso da tutte le stazioni che Giulio avesse mai visto. Intorno a lui, c'erano qualche bacio e qualche abbraccio, ma senza troppa magia, e assolutamente nessuna sigaretta. Era stato un attimo. La libertà, gli era bastato guardarla negli occhi da vicino, e sentirne l'odore acre. Aveva tirato fuori dalla tasca il biglietto e aveva iniziato a cercare, nello scritto a caratteri minuscoli del retro, qualche clausola per eventuali rimborsi.
    La sera era tornato alla pensione, camminando stancamente. La donna della pensione l'aveva guardato come si guarda un morto tre giorni dopo che è morto. Fregandosene della testa, ne aveva squadrato il corpo, soprattutto: dal collo ai piedi all'ombelico. Dove sei stato?, aveva domandato. Un viaggio d'affari, aveva risposto lui. Quali affari?, aveva chiesto lei.

    La donna aveva chiamato immediatamente la questura e s'era fatta passare il commissario. È tornato, gli aveva detto, era in viaggio per affari. D'accordo, aveva risposto il commissario, sarà stato un qualche barbone. Quindi Giulio aveva posato la valigia, aveva abbracciato la donna e le aveva raccontato una storia, a cui erano seguite una cena e una notte d'albergo non pagate.
    Il mattino seguente, all'alba, aveva rimesso in piedi la sua catena di treni regionali e locali, intervallati solo da sigarette fumate in fretta tra una coincidenza e l'altra. Aveva lasciato la Francia due giorni dopo. Torino, Milano, Bologna, Poggio Rusco.
    Sua moglie era in cucina, vestita di nero, che girava il minestrone. L'aveva guardato come si guarda un marito storyteller, che sai che ne avrà sempre un'altra da raccontare. Ne aveva fissato la testa, soprattutto. Dicevano che eri stato ripescato morto in un canale di Parigi, aveva sussurrato, continuando a girare il minestrone. Ma no, aveva detto lui, ero in viaggio per affari. Quali affari?, aveva chiesto lei.

    L'altoparlante dice che la coincidenza da Suzzara arriverà tra cinque minuti sul binario 1.
    – È una storia vera? – domanda la donna col cappello rosa e il vestito a fiori. Mentre lo dice, si passa un dito tra i capelli, a maledire le doppie punte. Non si è addormentata e non c'è stato nessun delitto.
    L'uomo la guarda senza rispondere. Si alza, si avvicina allo sportello, sposta con il braccio una signora che sta aspettando il resto. Quindi, si appoggia coi gomiti sul banco dello sportello e fissa serio, dall'altra parte del vetro, il vecchietto coi baffi e gli occhiali.
    – È una storia vera?