giovedì 9 luglio 2015

l'amore d'agosto a parigi
[trailer]

    Le vite di certe persone sono concatenazioni di piani B.
    Libbe voleva fare l'attrice e invece improvvisa flashmob nei giardini comunali, voleva essere felice e invece quando le va bene è inquieta, vorrebbe essere ai Tropici e invece è sdraiata sul cemento coperto di sabbia della Paris Plage.
    - Andiamo a fare due passi? 
    François ha indosso una camicia hawaiana anni '80, e in testa una riga laterale anni '40.
    Libbe sistema gli occhiali da sole, cancella una piega dell'asciugamano, sbuffa.
    - Méttete a séde e fa' le parole crociate, - gli risponde, senza voltarsi, ovviamente in francese.

[coming soon]

giovedì 2 luglio 2015

tutto il ferro della tour eiffel
[seconda parte]



    Diário de Notícias

    La chiave è avvolta in un foglio di giornale. Lo srotolo e mi accorgo che è una pagina del Diário de Notícias del primo dicembre 1935. Leggo con frenesia e curiosità: in diagonale, come mi ha insegnato un prof delle superiori.

    È MORTO FERNANDO PESSOA, LO SCRITTORE DAI TANTI NOMI
   
Lisbona 
 Si è spento nella giornata di ieri, a Lisbona, l'intellettuale e scrittore Fernando Antònio Nogueira Pessoa. L'uomo era stato ricoverato nell'ospedale di Luìs dos Franceses venerdì scorso, in seguito ad una crisi epatica [...] aveva 47 anni e lavorava come corrispondente per varie imprese commerciali della Baixa [...] ma il tratto davvero distintivo dell'autore è la scelta dell'eteronimia. Ieri non è morto soltanto Fernando Pessoa ma sono morti tutti quegli scrittori che lui aveva fatto vivere e scrivere, inventando per loro non solo una produzione letteraria ma addirittura una biografia [...] ieri è morto Álvaro de Campos, che Pessoa aveva fatto nascere a Tavira quarantacinque anni fa, dotandolo di aspetto piacevole, altezza media e colorito bruno, e donandogli inizialmente una vena decadente [...] Ricardo Reis, medico latinista e monarchico, nonché autore di stampo neoclassico, che Pessoa aveva deciso a un certo punto di far emigrare in Brasile [...] decine di scrittori minori cui Fernando Pessoa ha solo occasionalmente prestato la propria penna acuminata e mai banale, per il vezzo di esprimersi senza farlo in prima persona o, se si preferisce, di dare voce in modo letterale alle tante anime che popolavano la sua persona (NdT: Nella traduzione in italiano, si perdono inevitabilmente i giochi di parole contenuti nella versione originale dell'articolo: in portoghese, pessoa=persona.) [...] i funerali si svolgeranno con ogni probabilità nella giornata di martedì, in forma non solenne, presso la Basílica de Nossa Senhora dos Mártires.
    Luís Carvalho

    Sono ai piedi della torre. Ciro è a meno di dieci metri, ma vedo che la sua natura elfica inizia a scuoterlo da dentro. E io mi sento molto più tranquillo, sotto l'ombra arrugginita di quest'ammasso di ferraglia.
    – Gira il foglio, – biascica Ciro, prima di accasciarsi a terra. – Gira il foglio...
    Giro il foglio e quello che ho davanti agli occhi è una pagina del Diário de Notícias Apócrifo E Verdadeiro del 2 dicembre 1935.
    Incredibilmente, all'ingresso della Tour Eiffel non c'è fila.
    Come può succedere solo nei giorni di neve o nei racconti di fantasia.




     Conoscete questo Carvalho?
     Un idiota completo. Ma, come vede, la sua stupidità gioca a nostro favore.
    La donna è in piedi, le mani appoggiate allo schienale di una sedia, lo sguardo che rimbalza a tutta velocità dall'uno all'altro dei suoi interlocutori.
     Ancora non riesco a crederci...
     Intendiamoci: il Fernando Pessoa alcolista e modesto impiegato commerciale è esistito eccome, dice Álvaro de Campos, carezzandosi il mento.
     E lei lo sa meglio di chiunque altro, lo accompagna Bernardo Soares.
    Ofélia Queiroz è un po' confusa e un po' incazzata.
     Però...  riprende Álvaro  Ecco... Diciamo che se la cavava nel tradurre dall'inglese, ma niente più di questo.
     Ho conosciuto Fernando in una taverna, una sera, e ho capito subito che era perfetto per il nostro piano. Con quel cognome, poi... Non avrei saputo inventarne uno migliore,  ammette Bernardo Soares, mettendoci dentro un filo di enfasi.

    Io intanto sono arrivato al secondo piano della torre, quello dove c'è il Jules Verne.
    Famosissimo e costosissimo.
    Ma io ho fame.
    E ho avuto un pomeriggio difficile.
    Entro.


    Le lettere d'amore

     Fernando Pessoa è un'invenzione dei suoi eteronimi! chiosa Álvaro de Campos, con espressione efficace e sintetica, degna dei suoi sonetti migliori.
     Ma si può sapere voi chi siete?
     Siamo un collettivo di scrittori che vuole smascherare la superficialità e la malafede del sistema letterario e mediatico contemporaneo.
     E denunciare i meccanismi che trasformano l'artista in divo.
    Ofélia Queiroz è  un po' immobile e un po' incazzata.
     E perché dovrei aiutarvi?
     Lo faccia, e tra qualche anno sarà considerata l'unica donna amata in vita dal più grande scrittore in lingua portoghese di tutti i tempi.
     Dentro questo baule, ci sono migliaia di testi che abbiamo scritto negli ultimi vent'anni. Firmati da noi, ma imitando la calligrafia di Fernando. Materiale forte.
     Quello che è uscito finora, al confronto, è robetta.
     Lei deve solo trovare il modo di portare il baule in casa sua. Il giorno in cui verrà aperto, Fernando Pessoa diventerà una leggenda assoluta.
     E poi?
     Quando ci  saremo divertiti abbastanza, forse sveleremo che era tutta una balla.
     Intanto partiamo per il Brasile. Ricardo Reis ci aspetta da un pezzo. E tra non molto, qui a Lisbona i nostri nomi saranno troppo popolari...

    Mi siedo a un tavolo vicino alla vetrata.
    Il menu davanti a me propone faux filet, pavé de saumon, magret de canard... ma io, prima di mettermi a scrivere, devo assolutamente togliermi uno sfizio. Perché lo so che altrimenti i racconti vengono fuori con le voglie sulle gote.
    – Una crepe con nutella, – dico, senza alcuna vergogna, al cameriere elegantissimo che si è appena avvicinato.
    Lui è stupito, ma sa nasconderlo. Lo pagano, bene, anche per questo. Torna in cucina e ne riesce tre minuti dopo, con una crepe in piatto di ceramica firmato: giallissima, liscissima, rotondissima. Che mi costerà 32 euro.
    – Buona, – dico ad alta voce, mentre un'anima sottile di nutella mi si scioglie in bocca. Se ho fatto bene i conti, ogni forchettata sono quattro euro e rotti.
    – Falla esse pure cattiva... – commenta dalla spalla sinistra il mio angelo custode romano.

    Ofélia Queiroz osserva dalla finestra le facciate bianche, i tetti rossi, la pioggia obliqua di Lisbona. Si volta di scatto. Ha gli occhi un po' umidi.
     Não pergunte...  la implora il suo angelo custode portoghese.
    Lei si passa un fazzoletto sugli occhi. È un po' affranta e un po' incazzata.
     Toglietemi una curiosità: quelle lettere meravigliose che mi spediva...
    I due uomini si guardano. C'è una pausa semibreve. C'è un minimo cenno di intesa. Poi Bernardo Soares indica con un dito il proprio collega.
     Modestamente...  sussurra Álvaro de Campos, dopo un leggero colpo di tosse.



mercoledì 1 luglio 2015

tutto il ferro della tour eiffel
[prima parte]



    Chez Ciro

    Il nome, Chez Ciro, starebbe forse meglio sull'insegna di una pizzeria.
    Una strana targa metallica è appesa tra il menu delle crepe dolci e il menu delle crepe salate: "Il ferro protegge dalle malíe e dalle invidie dispettose: per questo è odiato dagli elfi e dagli uomini di piccola taglia."
    Il mio angelo custode romano, che ho deciso potrà tornarmi utile in questa avventura un po' elfica e mistica, piena zeppa di angeli custodi, continua a ripetermi "lassa perde, damme retta, nun entrà..."
    Ma io ho fame.

    – Una crepe con la nutella, grazie!
    – Prego, prego, venga... – mi dice l'omino della creperia.
    È piccolo piccolo.
    Ha due baffetti neri neri, una camicia anni Ottanta e una faccia che sono sicurissimo di aver già visto.
    – Dove?
    – Venga, venga, prego...
    L'omino schiocca le dita: l'insegna della creperia si spegne; la saracinesca della creperia si abbassa; sulla targa metallica compare la scritta: "Chiuso per anni".

    Seguo l'omino in una specie di scantinato. Lui va dietro al bancone ed è qui che finalmente lo riconosco.
    – Guarda qua che cosa c'ho per te: Donna che si spettina, dice Ciro, e nel dirlo tira fuori un pastello su cartone.
      Non mi sembra granché.
    – No, hai ragione, è solo un finto Degas: l'ho fatto io.
    – Ciro Degas...
    – Ma devi sapere che negli ultimi anni della sua vita, Degas era diventato mezzo cieco; e questo può giustificare molte cose. Fidati di Ciro: fra trent'anni lo crederanno autentico e varrà una tombola. Io te lo vendo al prezzo di una crepe prosciutto e formaggio.
    Mi ha convinto. Caccio fuori i 3 euro e 50, senza star lì a tirare sul prezzo, e sperando in cuor mio che la smetta e cucini finalmente qualcosa.




    – Ma non ti vedo contento. Forse la pittura non ti appassiona troppo...
    – No, vabbè, che c'entra...
    – Tu sei più letterato, mi sa. Allora, credi a me, stai in una botte de fero...
    Si scosta un po' di lato e tira fuori una boccetta. Con un liquido azzurrognolo. Che sembra venire da lontano.
    La poggia sul bancone, con gesti da televendita, e infine esclama: – Mezzo litro di acqua del mare del vecchio e il mare!
    Questo è matto. Ma sei euro e novanta mi sembra un buon prezzo: su una mensola del salotto, sotto il finto Degas, un giorno farà la sua figura.


    Il baule pieno di gente

    – Ma non ti vedo contento. Sei uno scrittore, per caso?
    – Se basta scrivere, per essere uno scrittore...
    – E a chi ti ispiri?
    – Mah, nessuno in particolare. Molto low-profile. Al massimo, potrei essere un eteronimo di qualcuno.
    Gli occhi di Ciro si illuminano. Il suo angelo custode elfico, tempestivo, gli infila un guanto di lattice, prima che lui compia la sventatezza di toccare a mani nude un oggetto di ferro. E allora, finalmente e teatralmente, Ciro tira fuori una piccolissima chiave color ruggine.
    – La chiave del baule di Pessoa! – dice.
    E qui – capirete – anche i miei occhi si illuminano.
    – Quello pieno di gente?
    – Quello ritrovato dopo la sua morte, con migliaia di scritti attribuiti a lui.
    – Attribuiti...?
    – Beh, sì, insomma, migliaia di scritti dei suoi eteronimi. Poi ti dico meglio...
    – E il baule? Che ci faccio con la chiave senza baule?
    – Scherzi? Vai da un bravo fabbro ferraio e ti fai costruire una serratura intorno alla chiave.
    – Hmm.
    – E poi la fai montare sulla porta di casa.
    – Ah.
    – E quando rientri a casa, apri la porta utilizzando la chiave del baule di Pessoa. Ti pare niente?
    Mi ha convinto. Ci accordiamo per cinquanta euro. Ciro, magnanime, insieme alla chiave mi rilascia un buono sconto da utilizzare presso un fabbro ferraio di Montmartre.
    – E visto che hai fatto una bella spesa, ti regalo pure il diario di Asterix e Obelix.
    – Bello. Ma è del 2004.
    – Embè? Cancelli i giorni e te regoli coi santi...




    Saluto e sguscio via dalla porta sul retro.
    Ciro mi insegue. Ha in mano un oggetto che non distinguo ma di sicuro vuole vendermi.
    Io corro più veloce che posso. Però, col pastello sotto il braccio, la mezzo litro in una mano e la chiave arrugginita nell'altra, mi sento lento e pesante come un Bruno Sacchi di borgata.
    Ciro, sempre più vicino, mi grida dietro qualcosa che riguarda Pessoa e la chiave.
    Il baule, grida.
    Il giornale, grida.
    Io corro più veloce che riesco. Ma non basta, se non mi faccio venire un'idea.
    E fortunatamente e finalmente, ho un'intuizione – chissà se è il mio angelo custode a suggerirmela. Curvo verso destra, mi butto dentro lo Champ-de-Mars, e inizio a desiderare con spasmodica intensità tutto il ferro della tour Eiffel.


[continua qui]

domenica 21 giugno 2015

il muro dei je t'aime
[trailer]

    Mentre rimontavo sulla RER, ho pensato che prima o poi faccio 'sta cosa qua: scrivo un sms del tipo "Ti amo. Finalmente trovo il coraggio di dirtelo" e lo invio a tutte le donne della rubrica tranne mia madre.
    Così, solo per il gusto insano di vedere cosa succede. Chi risponde e cosa.
    Quasi quasi, lo invio anche agli uomini.
    Poi, dopo qualche giorno, cambio scheda e emigro in Argentina, ovvio.

[coming soon]

martedì 16 giugno 2015

formiche su pont des arts




    Formiche

    A casa di Paul, ci stanno le formiche.
    A casa di Paul, se andate a vedere, le formiche ci sono state sempre: nella credenza dei biscotti, sotto il lavabo, nei buchetti tra l'armadio e la parete, dentro la doccia, lungo le gambe del tavolo, in mezzo al Nesquik: a casa di Paul, è sempre stato pieno di formiche.
    Però prima le formiche erano formiche piccole. Lui le guardava e mica si metteva paura, delle formiche. Ogni  tanto ne schiacciava pure qualcuna. Così. Che servisse di monito a tutte le altre.
    E ogni santo giorno, prima di uscire, diceva: Formiche belle, adesso ve la scampate perché vado di corsa. Ma appena ho un attimo di tempo libero, vi schiaccio tutte. Quest'estate, per dire. Quest'estate, quando vado in ferie, vi stermino proprio.

    Prima erano piccole, le formiche di casa di Paul. Formiche normali. Adesso sono diventate certe bestie che fanno spavento. Qualcuna è lunga pure tre dita. Pure mezzo palmo. E mezzo palmo di formica, brutta brutta, pelosa pelosa, ma non è mica uno scherzo. Sono cresciute un po' per volta, giorno dopo giorno.
    Sarà che sono ben nutrite, dice Paul.
    Sarà che il mio Nesquik gli fa bene, alle formiche, dice Paul.
    E parlano, le formiche di casa di Paul. Mica chissà che discorsi; mica che si mettono lì e fanno il cabaret: però si fanno capire. A lui, per esempio, lo chiamano "Monsieur".
    All'inizio era tutto un "Monsieur, bonjour", "Monsieur, bonsoir", "Monsieur, bonne nuit".
    Che lui pensava: Oh, almeno, sono formiche a modo. Educate, rispettose. Persino di compagnia.
    Poi hanno incominciato: Monsieur, ci fa la pasta al pomodoro? Monsieur, ci fa il caffè? Monsieur, la prossima volta che fa la spesa, per favore, si ricordi l'anguria.
    Formiche esigenti, son diventate; e hai voglia a spiegargli che il caffè è meglio di no perché mette agitazione, e che per l'anguria siamo fuori stagione.
    Una mattina, Paul s'è svegliato e gli mancava mezzo dito mignolo.
    E no, ha fatto lui un po' risentito. Così non va mica. Io mi sbatto per voi e questo è il ringraziamento?
    Erano finiti i cornflakes per la colazione, Monsieur, gli hanno risposto tutte in coro.




    L'invasione

    Le formiche di casa di Paul, un po' per volta, si sono impossessate dell'appartamento. Il frigo, la tv, il pianoforte: è tutto loro. Hanno iniziato pure a chiamare le formiche amiche dagli appartamenti vicini, e giù a far feste tutte le sante sere. Sono diventate sempre di più e sempre più grosse. E hanno preso a minacciarlo che se ne parla a qualcuno guai a lui lo fanno a pezzettini e se lo mangiano vivo.
    Una volta ne è arrivata una che era tutta sproporzionata e obesa, e gli ha consegnato addirittura la lista della spesa.
    Monsieur, le parlo a nome di tutte le formiche di questo edificio, ha detto. Ci servirebbero: i biscotti, il miele, il cioccolato, le pere e ovviamente l'anguria.
    Paul s'è guardato quest'essere strano, brutto peloso e sproporzionato com'era, questi due etti e mezzo di formica, e ha risposto: Ma certo, signore formiche. Mi diano pure la lista, che torno al più presto.
    Ma poi, appena ha messo piede fuori, ha pensato: Col cavolo che ci torno, là dentro.
    Saranno pure formiche, ma mangiano come cinghiali e si moltiplicano come conigli, ha pensato Paul.
    E però poi, invece, gli è venuta un'altra idea. È andato al supermercato e ha comprato un vestito da formica e se l'è messo. Dovevate vederlo, vestito da formica: era un figurino. Oh, quando è tornato a casa, ma mica l'hanno riconosciuto; l'hanno scambiato per una formica pure a lui.
    Allora, preso dal gioco, Paul ha imitato quella vocina idiota che hanno loro e ha chiesto: Ma dov'è finito il nostro Monsieur? Non è ancora tornato dalla spesa?
    E una formica, ingenua ingenua, ha risposto: Ancora no. Chissà dove si è cacciato. Se non ci porta tutto quello che abbiamo chiesto, stavolta lo facciamo a pezzettini e ce lo mangiamo per davvero.
    Ce lo mangiamo, il Monsieur, ha ribadito un'altra.
    E poi, tutte in coro: Sì! Altro che, se ce lo mangiamo.
    Monsieur del cazzo, ha detto una, maleducata, ridendo. E giù tutte a riderle dietro e ripetere: Monsieur del cazzo, Monsieur del cazzo, ahahah!
    E allora sarà che Paul si è spaventato, avranno riconosciuto l'espressione del viso, avranno riconosciuto l'odore... fatto sta che una l'ha indicato e ha detto: Ma è lui il Monsieur, non lo vedete? È lui mascherato!
    È vero, è vero! hanno iniziato a ripetere tutte, con quella loro vocina fastidiosa.
    E hanno preso a inseguirlo, come bestie carnivore invasate.
    Allora Paul è scappato fuori, è tornato di corsa al supermercato e ha comprato: i biscotti, il miele, il cioccolato, le pere e pure un'anguria coltivata in serra.



  
    Pont des Arts

    Paul mica mi guarda mai. Tiene gli occhi fissi davanti a sé. Non è che abbia lo sguardo perso, non è che sia assorto nei suoi pensieri. No: semplicemente, lui il collo non lo muove mai, e guarda solo quello che passa nel suo raggio visivo.
    Mezz'ora fa, mentre passeggiavo su Pont des Arts, che pensavo ai fatti miei e ascoltavo le canzoni francesi, e guardavo i gruppi di ragazzi apparecchiati sul ponte col vino e il camembert, e gli innamorati con l'insalata e lo champagne, è successo che sono entrato improvvisamente nel raggio visivo di Paul. Lui mi ha urlato qualche cosa che non ho capito. Mi sono girato, ho sfilato le cuffie e l'ho visto, quest'uomo qua, che sembra proprio uscito a forza da una canzone di Brassens. Allora lui, con un tono un po' più dolce, mi ha chiesto se avevo da accendere. Io non fumo, ma da accendere ce l'ho sempre. Perché ho imparato che quando giri per Parigi, se appena appena hai un accendino in tasca, le possibilità di fare incontri interessanti si moltiplicano.

    Paul non ci torna più, a casa. Quelle se lo mangiano vivo, mica scherzano.
    Una sera, piuttosto, si è fatto coraggio, è andato da sua madre e le ha raccontato tutto. Lei all'inizio lo stava a sentire seria e gli diceva di provare col borotalco.
    Poi, quando le ha spiegato bene, ha iniziato a piangere; altro che borotalco. Piangeva, piangeva, piangeva tanto che Paul le ha detto: Mamma, non preoccuparti, lo so che è una brutta situazione ma sta' tranquilla: io non ci torno più a casa, e loro non mi mangiano.





    Adesso, nel raggio visivo di Paul, entra una coppia. Lui è alto e lei è bionda. Lui ha uno zaino grandissimo e lei ha in mano una borsetta e un lucchetto. Si avvicinano al passamano del ponte, si guardano, attaccano il lucchetto in mezzo a un mucchio di altri lucchetti, contano un-deux-trois. Al trois, si baciano e buttano la chiave nella Senna.
    Paul, finalmente, e pure un po' miracolosamente, gira il collo verso di me e dice con un tono neutro: Questi so' matti.
    Poi avvicina la mano destra al collo della mia polo e fa come per schiacciare qualcosa.
    Che fai? gli chiedo.
    Lui non risponde e invece schiaccia qualcos'altro all'altezza del mio ginocchio.
    Poi schiaccia qualcosa per terra.
    Ma quante cazzo siete? grida.
    Quindi si alza, Paul, e incomincia a pestare a caso di qua e di là; a caso ma con precisione, eh, come dentro un ballo di San Vito scientifico. E certe volte addirittura scalcia. E dice l'equivalente francese di "pussa via" e agita le braccia. Si muove con frenesia sul ponte, che ormai è quasi pieno di gente, e lo guardano tutti.
    Ma queste sono proprio quelle di casa mia! dice.  Ma adesso pure qua?
    E salta via, un po' inseguito e un po' pure inseguendo, sempre pestando e scalciando e ogni tanto dando una specie di buffetto col dito a qualcuno, o passando una mano a spazzolare qualche spalla.
    E salta, e corre e pesta.
    Monsieur, un cazzo! lo sento ancora che urla, mentre si allontana dall'altra parte del ponte.



    Le foto di questo post non sono mie. Le ho prese su internet e, detto tra noi, potrebbero anche essere coperte da copyright.
    È che io ci sono tornato, l'altro giorno, su Pont des Arts, con la mia bella macchinetta fotografica, ma ho trovato una sorpresa: stavano smantellando tutto. Pare che il Comune di Parigi, proprio qualche settimana fa, abbia deciso di rimuovere i lucchetti perché il loro peso era diventato eccessivo e metteva a rischio la stabilità del ponte. 
    Non c'era neanche Paul.




[qui la versione audio]
 

lunedì 1 giugno 2015

se fosse un western


Musica, arrangiamento, esecuzione, voce: D. Tietto
Testo: M. Volpe


    Questo pezzo è nato tra le fessure di western nel quartiere latino.

audioblog

    L'idea mi è venuta in mente una sera di febbraio, mentre non guardavo Sanremo: se è un gioco, mi sono detto, allora tanto vale giocarlo fino in fondo.
    Ci ho ragionato per un po' e poi ne ho parlato con un mio amico musicista. Lui si chiama Damiano Tietto e questa è la sua soundcloud.


    Grazie a lui, da oggi trovarecasaaparigi si può persino ascoltare: ai soliti raccontini di vagabondaggio parigino, si affiancheranno ogni tanto pezzi musicali. Di norma, io mi occuperò delle parole e Damiano si occuperà di tutto il resto.

    Mi piace pensare queste canzoni come fiorellini di genziana (o erbacce, giudicatelo voi) che crescono nelle fessure dei racconti.
    Buon ascolto.