venerdì 19 marzo 2021

pas d'adieu




     Parigi, banalmente, mi manca. Come, con modi e toni diversi, mi mancano tutte le città in cui ho vissuto. Probabilmente è una cosa che ha a che fare col più generale senso di nostalgia per le cose del passato, che abbiamo tutti e sempre. Che a sua volta ha a che fare con l’ancora più generale desiderio di tornare a quando eravamo giovani, o almeno sfrontati, o almeno più giovani che adesso. Mi sono spostato spesso, nel corso degli anni, diciamo da un certo punto in poi. Così è finita che le città in cui ho vissuto per me rappresentano non solo, o non tanto, luoghi del mondo, quanto piuttosto fasi della vita. Marano è l’infanzia, Roma la prima giovinezza, il Galles la scoperta, Verona la maturità, Lisbona l’evasione e i capelli lunghi, Parigi i conti con se stessi. Monaco è stata zigzagare e raccogliere i cocci. Osnabrück è giocare alle costruzioni, ingegnandosi coi pezzi rimasti nella scatola. Il resto delle città, se ce ne saranno, sarà invecchiare.

    In questi giorni sto cercando casa, che è un’altra cosa che, negli ultimi vent’anni, ho fatto periodicamente e regolarmente. Mentre salto da un sito all’altro, catalogo le ricerche, annoto e cancello opzioni, digito numeri e ripeto frasi a filastrocca, non posso fare a meno di tornare con la testa a tutte le volte del passato in cui mi sono ritrovato a compiere questi passaggi. E non posso fare a meno di realizzare quanto l’operazione sia diventata, col tempo, più faticosa, pesante, dolorosa. All’epoca di Lisbona, in quell’anno folle di Lisbona in cui ho scoperto amore vero e reflusso gastrico, cambiavo casa in media ogni due mesi, con una leggerezza e facilità che confinava in molti punti con l’incoscienza. Invecchiare non significa tanto cambiare, mi dico oggi: invecchiare significa modificare, giorno dopo giorno, la propria percezione del cambiamento. Il rapporto che si ha con la stabilità e le scosse, con le radici e con le rotte. Per quanto possa e sappia dirlo uno che non ha ancora imparato il proprio numero di telefono e il proprio CAP attuali, e gli mancano le radici ma tiene sempre un occhio alle rotte, e a quarant’anni ha un contratto di lavoro che gli scade tra due anni, scritto in una lingua che non è la sua.

     Batignolles era il quartiere degli impressionisti. Al numero 11 del viale di Batignolles, che ormai si chiama Avenue de Clichy, c’era un caffè dove si riunivano Manet e Cezanne, Monet e Degas. Oggi quel caffè non c’è più ma sul muro è fissata una targa che lo ricorda. Me la fa notare Roseline, in una sera di vagabondaggio incastrata dentro le ultime due o tre intense settimane di vita parigina. Di giorno mi stresso tra burocrazia e scatoloni, la sera mi concedo di salutare luoghi e persone. Davvero non hai mai sentito parlare del Café Guerbois?, mi chiede. Davvero, rispondo senza sentirmi in colpa. Perché come fai a sentirti in colpa per non conoscere una delle centomila cose che stanno nascoste dentro Parigi? Mi viene da pensarlo sempre, in questi giorni che invece cerco casa in una pittoresca città qualsiasi del nord della Germania, mentre mi mostrano un appartamento e mi dicono, pensa te, che sto ad appena un quarto d’ora dal centro storico. Ci vai a piedi, mi dicono, al centro storico. Me li guardo, sorrido, faccio un’espressione superiore e: Io la sera passeggiavo per Batignolles, mi verrebbe da urlargli, con tono simile al tono di quell’attore che urla Io stavo col Libanese.

     Che poi non è che abbia niente di speciale, Batignolles, a parte il nome che suona così bene e chissà da dove arriva. Forse è proprio il suo essere per niente turistico, e insieme parigino fin dentro ogni più piccola stradina, ad agganciarti: i bistrots così francesi e veri, le boutiques curatissime e il mercato coperto, i giardini inutilmente romantici. Roseline vive lì. Sono le mie ultime sere parigine e sto chiedendo alle persone che vedo, per salutarci, di portarmi nei loro quartieri, in luoghi sconosciuti ai più ma a loro familiari: un parco cittadino senza pretese, uno scorcio nascosto, il semplice café sotto casa. È un tour che ha preso il nome di pas d’adieu, e l’espressione è l’ultimo regalo che questa lingua, che ho amato tanto senza mai imparare a fondo, mi ha fatto. Io volevo banalmente rendere l’espressione passo d’addio, che però evidentemente non si usa o non si traduce così. Non, mais c’est très cool, mi dice Roseline. Perché se dici pas d’adieu quello che arriva è che in realtà non c’è nessun addio. Pas funziona come negazione: te ne vai, e Dio sa dove, a Monaco, in Baviera, nella terra dei crucchi, a zigzagare e raccogliere i tuoi cocci… ma pas d’adieu, non è mica un addio.

Édouard Manet: Al Café Guerbois

     L’ultima casa che ho visto potrebbe anche andare. È un attico, coi soffitti a spiovente che rubano qua e là centimetri in altezza. La posizione è buona: centrale e comoda abbastanza per il lavoro. L’edificio vecchio e arredato solo in parte: ci sarebbe da riempirlo un po’. Il vero punto debole è il bagno: sanitari malridotti e vasca senza doccia, per quella mancanza di centimetri in altezza che si diceva. Non mi ha fatto un grande effetto, a entrarci dentro, ma chi sa di case vecchie e prime impressioni converrà che spesso bastano una bella pulita e piazzarci dentro un po’ di oggetti propri per iniziare a sentire le quattro mura più familiari. Ho ringraziato il vecchio inquilino, un tipo simpatico che continuava a chiamarmi señor e ogni tanto usava parole spagnole pensando fossero italiane, gli ho detto che ci avrei pensato su e che l’avrei richiamato presto. Prima di tornare a casa, ho fatto due passi rapidi nei dintorni; lo faccio sempre quando vado a vedere appartamenti: mi convinco di abitare già lì, con tecnica vagamente attoriale, e provo a immaginarmici dentro. Mi sono perso tra le stradine pedonali del centro, pulitissime e quasi deserte, e ho fantasticato su come saranno e saremo tra qualche tempo, coi locali aperti, la gente fuori, la birra e le sigarette, la voglia di conoscerci e lasciarci di prima dei lockdown.

     Io la sera passeggiavo per Batignolles, penso mentre metto una firma digitale su un contratto di locazione in pdf. Che poi non ci passeggiavo neanche così spesso, in realtà, giusto in quel periodo che vedevo Roseline, perché di mio abitavo da tutt’altra parte. L’ultima sera mi porta in un bar che si presenta semplice: con vini buoni e prezzi da banlieu, dice. Ha scelto un tavolo d’angolo: ci sediamo e mi chiede se ho già trovato casa, parlando di quella che, a contare e ricordare, è ormai quasi tre case fa. Se è vero che le città sono fasi della vita, allora forse mi manca Parigi anche perché della fase parigina mi manca, banalmente, incontrare qualcuno la sera in un bar in cui non ero mai stato. Le rispondo che sì, almeno all’inizio starò in una residenza che mi offre l’università, poi, con calma e sul posto, cercherò e si vedrà. Ordiniamo due bicchieri di rosso e le do il regalo che le ho portato, un libro di commedie di Molière in versione bilingue, perché a lei piacciono il teatro e l’italiano, e a me piace regalare libri. Dice che è bellissimo e che non se l’aspettava. Penso sia sincera, almeno per la seconda cosa. Scherziamo che non sono poi così avaro come mi pensava lei, mentre il cameriere torna coi bicchieri, e lei conclude che in effetti sono più malato immaginario, facendo riferimento a un episodio che adesso non sto a raccontare ma da cui non esco benissimo. Con Roseline non ci sentiremo per più di un anno, salvo poi riprendere a messaggiarci, sporadicamente, proprio ai tempi del primo lockdown, per raccontarci le lunghe giornate in case troppo piccole, le solidarietà tra vicini, i capelli tagliati corti, le differenze d’approccio tra nazione e nazione, prima marcate e poi via via più impercettibili.

sabato 21 settembre 2019

sotto le stelle del rex - audioracconto
[trailer]

    Prossimissima uscita sarà la versione audioracconto di Sotto le stelle del Rex.
    In sottofondo: una canzone dei Madredeus, un po' di sano jazz della New Orleans degli albori, e ovviamente Paolo e Giorgio Conte.


domenica 8 settembre 2019

magari [testo]


Questo pezzo è nato tra le fessure di Cimiteri.
Vai alla versione audio.

***

e magari morirai ma di vecchiaia
un letto bianco d'ospedale
oppure quello giallo ocra
di una stanza d'altri tempi
in qualche posto di provincia
per le terapie termali

e magari sposerò
la sorella di un'attrice
che ci inviterà alle prime
che mi presterà la voce
se avrò voglia di tacere
se sarà di buonumore
mi reciterà sorrisi

e si congratulerà
ad ogni passo che faremo
della casa a montesacro
dell'arrivo di un bambino
dopo appena pochi mesi
sarà basso come me
avrà la bocca di sua madre
e chissà perché i tuoi occhi

non s'è mai capito bene
se quel verde disperato
fosse voglia di guardare
oppure rabbia sgocciolata
come menta da un ghiacciolo
in un'estate anni novanta
che ogni notte eri più bionda

e magari incontrerai
altri uomini immaturi
meno giovani di me
ma più alti e generosi
e percorrerai altre strade
fatte di altrettante buche
e semafori staccati

e mia moglie abbraccerà
una filosofia orientale
ci costringerà alle ferie
in qualche torrido paese
sua sorella arriverà
e li riempirà di baci
e mi sfiorerà passando
come sfiorano le attrici

come passano anche i sogni
e tu sarai finita in banca
a contare i sacrifici
della gente che non conta
io pubblicherò a mie spese
vecchie storie senza trama
in cui ogni donna ha gli occhi verdi
e ogni città somiglia a roma

e magari invecchieremo con lentezza
come macchie di condensa
sul soffitto di una stanza
e ci chiederemo spesso
hai chiuso il gas mi passi il sale
e solo due o tre volte l'anno
se per caso stiamo bene

fino a che comparirai
dentro una telefonata
e magari allora sì
che ti troverò cambiata
e mia moglie parlerà
con dei gesti che tu sai
che sapete fare voi
e non impareremo mai

e magari arriverai
senza aver citofonato
i capelli biondi tinti
il soprabito bagnato
e il dialogo che avremo
sottintenderà il non detto
posso togliere il cappotto
certo appoggialo sul letto

e magari morirò perché si muore
certamente pioverà
sarete in pochi al funerale
poche frasi pochi fiori
poche pacche sulle spalle
e magari sua sorella
piangerà più di mia moglie

e magari penserò
appena prima di crepare
al bucato ancora steso
alle cose da finire
a una bocca anni novanta
che risponde sorridendo
non ci lasceremo mai
e cascasse pure il mondo
quest'estate andiamo a cuba
io diventerò un'attrice
conteremo stelle insieme
compreremo case al mare
e magari morirò di tanto amore



lunedì 25 marzo 2019

cimiteri

    

    Io non ho paura di morire.
    Ho paura di sciare, di arrampicare, di pattinare, di sbagliare in senso generale e di sbagliare frasi in modo particolare, della velocità quando guidano gli altri e della violenza psicologica, dei semafori lampeggianti, di dire ti amo per iscritto, del dolore fisico, delle precedenze di cortesia; qualche volta dell’altezza e qualche volta del buio. Ma non ho paura di morire.
    C'era questo mio amico toscano che, quando gli parlavo della Francia e di Parigi, mi diceva che lui una volta a Parigi c'era stato e l'avevano portato a visitare camposanti. Lo diceva con accento toscano, che io non ho e non saprei riprodurre. Ma insomma, come la diceva lui, la frase faceva un certo effetto. C'è i camposanti, diceva. Non gli era andata granché giù, questa faccenda. Se stai tre giorni a Parigi e ti portano per camposanti, vuol dire che c'è qualcosa che non quadra in quella città, diceva. Nella migliore delle ipotesi, diceva, è una città infelice.
    Non so se le sue parole mi abbiano in qualche modo influenzato o se sia una ritrosia già bell'e mia verso i camposanti. Ma insomma ho lasciato passare tre anni di vita parigina, in cui sono successe cose non sempre esaltanti e ho visitato luoghi non sempre memorabili, prima di iniziare a considerare di entrarci dentro, a un camposanto. Considerare diPerché non è che sia stata neppure un'idea mia.

    Libbe ha su di me un forte potere di persuasione, che esercita in maniera implicita, indiretta, velata, ma assolutamente infallibile.
    Così quando mi ha chiesto Mi accompagni a un camposanto?, le ho raccontato di questo mio amico toscano, ho provato invano a riprodurne l'accento, le ho detto che qualcosa in Parigi non quadra mentre lei faceva sì con la testa, le ho detto che Parigi deve essere una città infelice mentre lei faceva no con la testa, ma poi ho comunque risposto Ma sì, certo, scherzi?, ti accompagno al camposanto.
    Ne ha scelto pure uno un po' sfigato, almeno a giudicare dalle stellette sulle guide. Siamo usciti dal métro e l’ho seguita. Abbiamo attraversato il ponte. Cambiato marciapiede. Passato l'imponente cancello d'ingresso. E poi mi sono voltato e ho dovuto ammettere che, camposanto o no, eravamo in uno dei posti più silenziosi e suggestivi, che in tre anni di peregrinazioni parigine avessi incontrato, per ammirare e fotografare la Tour Eiffel.

    Per il cimitero, mia nonna coltivava zinnie e comperava crisantemi. Mi piaceva, accompagnarcela. Mi annoiava ma mi piaceva. La aiutavo a portare i fiori fino alla cappella e poi la lasciavo lì che trafficava e mi occupavo di recuperare acqua. Quando tornavo, lei era intenta a liberare i gambi delle foglie in eccesso. Poi metteva l’acqua nei vasi. Poi regolava la lunghezza dei gambi, tagliuzzandoli fino a che non fossero della misura giusta per emergere dall’estremità del vaso senza apparire scompostamente in erezione.
    I resti dell’operazione erano raccolti in fogli di giornale spalancati sul pavimento di sampietrini. Quando aveva finito, accartocciava i fogli su sé stessi e ne veniva fuori un pacco informe, che andavo a gettare nei bidoni all’ingresso. Li buttiamo quando usciamo, diceva lei, non preoccuparti. Ma io preferivo tenermi in movimento: un po’ per sentirmi utile, le dicevo; un po’ per sentirmi vivo, non le dicevo.
    Quando tornavo, la trovavo che puliva il pavimento della cappella. Dei fiori vecchi, salvava il salvabile e buttava via il resto. Poi giocava a ridistribuirli, i fiori vecchi salvabili, mescolandoli ai nuovi, affinché ogni vaso avesse un effetto d’insieme godibile, o almeno decente. Il suo tocco finale era uno spruzzo di varechina nell'acqua: serviva a evitare che si producesse quel tipico cattivo odore di fiori morti di cimitero, diceva. Se metti la varechina, l’acqua si mantiene profumata. Ma non fa male ai fiori?, suggerivo io. Uno spruzzo, si difendeva lei. Uno spruzzo non fa male.
    Poi andava a sedersi sulla tomba dirimpetto, le mani sul grembo, gli occhi sulla foto di mio nonno. Sospirava: di fatica, di solitudine e di fine lavoro.
    Due minuti e andiamo, diceva.
    Nessuna fretta, dicevo io.
    E mi sedevo di fianco a lei.

    La mia prima ragazza sognava di fare l’attrice. Aveva diciassette anni, usava parole e concetti un po’ a caso, e sembrava ogni sera più bionda e innamorata.
    Ti va di andare al mare domenica prossima?, le chiedevo.
    Solo se mi porti a Cuba, rispondeva.
    Anziché fare progetti concreti, teorizzavamo su futuri di fantasia: viaggi con mezzi improvvisati, lavori che non erano lavori, braccialetti portafortuna brasiliani usati come fedi, case a dieci metri dalla spiaggia. Ricordo lunghe passeggiate e promesse tanto estreme e implausibili che, a distanza di tempo, mi chiedo se le facessimo credendoci davvero. Io forse sì; lei forse no. Del resto, lei usava parole e concetti un po’ a caso. Ce ne andremo a stare insieme, compreremo casa al mare, e magari morirò di tanto amore, diceva.
    Erano gli anni Novanta: io non ero mai stato a Parigi, mia nonna era in buona salute, mio nonno era già morto da dieci anni, la mia prima ragazza sognava di fare l’attrice.
    Andiamo al cinema?, le chiedevo.
    Giriamo un film, rispondeva.
    Era evidente che non sarebbe durata. Ammesso che non ci fossero ragioni più profonde, io ero troppo basso e lei era troppo bionda, perché potesse durare.
    Quando glielo facevo notare, lei mi dava un bacetto sulla guancia. Allora io le dicevo Un giorno tu mi lascerai. Allora lei rispondeva Smettila, che sembriamo Giuda e Gesù Cristo.
    Aveva spirito, la mia prima ragazza.
    Ovviamente è finita che lei m’ha lasciato, io non l’ho sposata e lei non ha fatto l’attrice. Senza che ci sia alcun nesso tra le prime due cose e l’ultima, immagino.




    Io non ho paura di morire. Nel senso che, se dopo viene qualcosa, non ho paura di quello che viene dopo; e se invece non viene niente, amen. È il sapere che c’è una scadenza ma non sapere quando scadrà, che mi disturba un po'. Non ho paura di morire, ma ho paura di non avere il tempo di finire le cose che devo finire e iniziare quelle che ho in mente di iniziare.
    Tipo il bucato e la colazione.
    Le email arretrate.
    Le corde nuove alla chitarra.
    Imparare a fare la carbonara come un vero romano e la pizza come un vero italiano.
    Iniziare a fumare. Fumare e poi smettere, per capire se è davvero così complicato.
    Lo yoga e la meditazione.
    Gli origami.
    Lavorare per davvero.
    Sposarmi, o decidere definitivamente di non farlo.
    Avere un bambino e rimbambirlo di chiacchiere, o decidere definitivamente di non averlo.
    Finire di scrivere e finire di leggere.
    Calvino, Camilleri, Joyce.
    New York.
    La maratona di New York.
    Vivere in altre due o tre città.
    Ritornare a Roma.
    L’università, il blog, il corso di lettura ad alta voce.

    – Il mondo è pieno di ragazzine che vorrebbero fare le attrici e ragazzini che vorrebbero sposare le attrici, – commenta Libbe, che sa sempre come e quando cambiare discorso.
    Siamo arrivati davanti alla tomba di Fernandel. Lunga e nera e con una grossa croce sopra. Mi torna in mente Don Camillo. I film e il libro, e io bambino che li guardavo o leggevo. Mi tornano in mente le mattine che non andavo a scuola perché stavo male o fingevo di stare male, e c'era nonna in casa, e io mettevo su uno a uno tutti i vhs della collana. Mi torna in mente la Signora Cristina che dice che lei vuole un funerale senza musica perché la morte è una cosa seria.
    Il cielo minaccia pioggia. È triste, la pioggia dentro i cimiteri. Sono tristi gli ombrelli, dentro i cimiteri. Tristi e un po' comici. Guardo la foto di Fernandel e lo immagino che parla col crocifisso sopra la sua tomba, che magari adesso che è morto gli viene anche più facile.
    Tutto questo mentre Libbe sta dicendo che non puoi vivere a Parigi e non vederne anche i cimiteri, con tutti quei morti famosi che ci stanno dentro. E che a lei i cimiteri piacciono ma non le piace camminarci da sola, e per questo mi ha chiesto di accompagnarla. E che sono stato proprio gentile ad accettare, nonostante non mi piacciano i cimiteri e lei lo sa benissimo che da solo non ci sarei mai venuto.
    Continuo a innamorarmi di donne che vorrebbero fare le attrici. Credo mi piaccia, di loro, questo sentirle sempre un po' vere e un po' no; e non capire mai se facciano sul serio o no; e allora non sentirmi in colpa quando non so rispondere alla domanda se le ami davvero o no.
    – Io, quando muoio, voglio essere sepolta a Père-Lachaise come Yves Montand. 
    – ...
    – Oppure a Montmartre come Jeanne Moreau.
    – ...
    – E tu?
    – ...
    – ...
    – Dobbiamo proprio fare questo gioco?
    Libbe non è una che accetta domande come risposte. Dobbiamo proprio fare questo gioco. E allora le dico che io preferirei vicino a nonno, a nonna e a tutti gli altri della famiglia.
    E per il resto della passeggiata parlo pochissimo e rifletto sulla morte, che è una cosa che probabilmente rimandavo da tanto tempo e non sono mai stato bravissimo a fare. Ed è lì che stabilisco che non ho propriamente paura di morire, ma è sempre lì che mi viene anche una certa ansia di cose da finire e da iniziare. Ed è probabilmente ancora lì che incomincio ad avere un rapporto conflittuale col tempo che passa e le città in cui vivo. E sicuramente, infine, è lì che per la prima volta mi scopro a pensare che magari è veramente ora di lasciare Parigi.
    Forse quest'ultima cosa, oltre a pensarla, la dico. Perché sento la voce di Libbe che domanda:
    – E dove vorresti andare?
    – Non lo so.
    Libbe non è una che accetta non-risposte come risposte.
    – Dove?
    Non ricordo cosa dico, ma di sicuro non dico né Cuba né New York. Forse dico Londra; forse Dublino.
    È iniziato a piovere leggero leggero.
    Libbe accelera per uscire e andare a ripararsi da qualche parte.
    Io rallento di proposito, perché voglio godermi per qualche istante il panorama dell'ingresso in semisolitudine.
    La Tour Eiffel e il Palais de Chaillot, dietro l'imponente portone monumentale. 
    Parigi è bellissima ma in lei c'è qualcosa che non quadra.
    Da dentro, arriva una ventata di fiori morti di cimitero.
    Tutt'intorno, piove una pioggia che sembra la neve dei Morti di Joyce.
    Io, per me, vorrei un funerale senza musica e con gli ombrelli.

martedì 3 aprile 2018

case

    La casa di Monaco è, tra le case della mia vita, la più calda.
    È una delle prime cose che ho notato, entrandoci dentro e prendendo a viverci. Assieme a un odore misto di pulito e di chiuso. Invece, una delle ultime cose che ho capito è perché sia così calda. Hanno dovuto spiegarmelo. Hanno dovuto mostrarmi, e farmi toccare con mano, che il riscaldamento viene da sotto: da terra: viene dal pavimento. La Germania è un paese freddo, ma i tedeschi sono garbati, alti e hanno il senso pratico degli americani senza la loro sfacciataggine.
    La casa di Monaco, da quando ci sono entrato io, non ci è entrato più nessuno. Tranne una volta il tipo della sicurezza, che provava a illustrarmi qualcosa parlando in tedesco. E, uno dei primi giorni, un imbianchino che senza spiegarmi nulla ha poggiato i secchi in un angolo e ha iniziato ad avvolgere teli trasparenti intorno ai mobili della cucina.
    Sarà il freddo, la spossatezza che mi porto dietro da case ed esperienze precedenti, sarà che i primi tempi non conosci nessuno ed è normale, sarà che il cucinino è piccolo ma funzionale e mi diverto a cucinarci – ma insomma la casa di Monaco è quella in cui ho passato, normalizzando rispetto al periodo trascorso, più tempo dentro. Non vuol dire che sono depresso; non credo. Al massimo vuol dire che sto invecchiando, o che sono in pace, o che ho cose da chiarire e studiare ma da chiarirmi e studiare da solo.
    Per questo, mi sorprende, e molto, il rumore di nocche contro la porta.
    Guardo dallo spioncino (la casa di Monaco ha uno spioncino).
    – Chi è?
    – Ouvre.
    Charlotte ha ventitré anni, e mi ricordo come fosse ora quella volta che ne ha compiuti venti mentre io ne compivo trentacinque. Trentacinque diviso due fa diciassette, col resto di uno. Venti più diciassette fa trentasette. Più uno che ne riportavo fanno trentotto. E sono quelli che compio oggi, mentre nocche di una mano francese ventitreenne bussano contro la porta della casa di Monaco. 
    – Che ci fai qui?
    – Tu, che ci fai qui?
    La voce di Charlotte carica sul "tu" un accento di frase talmente forte che deve averlo accumulato in settimane di chat facebook non risposte.
    – Tu, che ci fai qui?
    Adoro il suo italiano con accento francese almeno quanto lei adorava il mio francese con accento romano.
    Va verso la finestra e la apre senza chiedere nulla. Ha sempre aperto e chiuso finestre – e porte, e parentesi – senza chiedere nulla.
    Cerca riferimenti, guarda il sole, guarda l'ora.
    Poi dirige un dito verso un punto distinto dell'orizzonte.
    – Parigi, – dice.

    La casa di Parigi è, tra le case della mia vita, quella in cui ho fatto più volte l'amore senza essere innamorato.
    Dentro c'erano un televisore inutilmente grande, un soppalco troppo basso per dormirci, un letto 190x135, il frigorifero in camera anziché in cucina. Il problema di Parigi sono le misure. Non ci sono spazi. Né al ristorante, né al lavoro, né in casa. La Francia è un paese umido e i francesi sono persone mediterranee ma distanti: sono gatti mediterranei; e però hanno un rapporto nordico e continentale coi problemi: azzerano quelli che per un italiano sono problemi veri, e poi ne vedono dove io proprio non riesco.
    La casa di Parigi è anche quella in cui ho scritto di più. Pochissimo, ma comunque più che nelle altre. Mi ero imposto 1800 caratteri al giorno, e sono riuscito a farlo per quattro giorni. La casa di Parigi è quella in cui ho preso a impormi regole e disattenderle in maniera quasi malata. La Sindrome di Zeno, mi è piaciuto chiamarla. Ho smesso più volte e più volte ricominciato a bere caffè, a bere alcol, a guardare filmati porno, a non mettere la sveglia, a usare sughi pronti.
    Era una casa buia, faticosa e sovraprezzata, ma mi convincevo e convincevo gli altri che alla fine non aveva difetti grossi. Perché trovare casa a Parigi è un'esperienza fondante, e solo dopo che l'hai fatta puoi dire di saper dare il giusto significato alla parola compromesso.
    Una ragazza di cui non sono innamorato tira su la testa dal cuscino e mi domanda insonnolita se ha bussato qualcuno.
    – Chi è?, – chiedo a voce alta.
    – Sono io, – risponde una voce che so di conoscere ma fatico a collocare.
    – Che faccio? – chiedo a voce bassa.
    – Vai ad aprire.
    Infilo in fretta un pantalone e una felpa.
    La mia professoressa di italiano e storia delle medie non è invecchiata.
    – Ho saputo che scrivi 1800 caratteri al giorno.
    – Ci provo...
    – E che non bevi più caffè.
    – Posso darle finalmente del tu?
    – Il tuo posto non è qui.
    – Neanche il suo. Neanche il tuo.
    – Ho due biglietti per un treno di notte.
    – Quello del film?
    – Quello del libro.
    Mi volto.
    – Devo andare, – dico a voce bassa.
    La ragazza ha finito di rivestirsi e sta cercando insonnolita qualcosa nella borsa.
    Si avvicina; la prendo tra le braccia.
    – Non ti amo, – sussurro.
    – Neanch'io, – risponde lei.
    E poi ci baciamo.


    

    La casa di Lisbona è, tra le case della mia vita, quella in cui ho avuto più problemi di stomaco.
    Che poi la casa di Lisbona non è una casa sola. La casa di Lisbona sono sei case in un anno, e cinque nei primi sei mesi. E in particolare, una casa che abitavo solo nei giorni feriali perché nei weekend la proprietaria ci faceva una specie di airb&b e io chiudevo tutto dentro una valigia e andavo a dormire da lei.
    Erano i tempi della crisi nera, quella che in Portogallo è arrivata prima che da qualsiasi altra parte in Europa. E la sentivano tutti, e ne parlavano tutti. E i proprietari di case si arrangiavano anche così.
    Le case di Lisbona hanno letti scomodissimi, da mal di schiena e torcicollo fissi. E tanta, troppa luce che entra in camera da dietro le tende e gli scuri. Lisbona è una bomba di luce. Per questo i portoghesi tengono sempre gli occhi stretti e a quarant'anni ci hanno le rughe intorno. Sono gente per bene, i portoghesi. Cordiali e semplici. Hanno la voce triste e, dentro, una retroanima selvatica e primitiva, che secondo me viene dalla prossimità all'oceano.
    La casa di Lisbona è quella in cui ho ospitato più persone. Arrivavano a frotte con cibi e libri italiani nelle valigie e io li portavo a passeggiare da Cascais all'Estoril, a mangiare i pastéis, a sentire il fado, a bere la ginjinha, e se c'era tempo a Sintra. Trascorrevo giornate intere fuori casa. All'inizio mi sentivo giovane e di passaggio; dopo i primi sei mesi, soltanto di passaggio. La casa di Lisbona è quella in cui sono invecchiato più rapidamente.
    Bussano. Ci avrei giurato: da che mi ricordo, da sempre, da quando ero bambino, mai una volta che si porti le chiavi.
    Non gli chiedo dove sia stato, perché tanto lo so già che ha camminato a caso per i vicoli di Alfama che gli ricordano altri vicoli, e poi si è seduto sulla panchina di fronte casa, quella dove batte sempre il sole.
    – Facciamo una aglio e olio e poi partiamo.
    Spotify passa musica italiana anni novanta.
    Lui sfoglia il giornale italiano di cinque giorni prima.
    Io intanto trituro il prezzemolo.
    – Sei sicuro che non sei stanco? Possiamo rimandare...
    – No, papà. Partiamo stasera.

    La casa di Marano è la casa dei ritorni.
    Ancora oggi, che pure ci manco da quasi dodici anni, quando parlo di casa intendo quella casa lì e quando utilizzo il verbo tornare intendo tornare in quella casa lì.
    Resta il posto in cui ho dormito più notti. Ma l'ho fatto, nel corso degli anni, in letti diversi o almeno in letti posizionati diversamente. Un tempo ce n'erano due, a dividersi lo spazio di una camera, e io e mio fratello a dividerceli. Da quando la casa di Marano è diventata la casa dei ritorni, in quella camera è rimasto un solo letto e ci sono più spazio e più silenzio.
    All'ultimo piano c'è una soffitta piena di scatoloni. Lì dentro, in mezzo a vecchi elettrodomestici, vecchi computer, vecchie stoffe, ci sono oggetti, libri e appunti di quando ero piccolo e di quando ero giovanissimo.
    La casa di Marano è, tra le case della mia vita, quella da cui ho buttato via meno cose. Le case successive sarebbero state segnate da traslochi difficoltosi e rapidi, che come catarsi avrebbero ripulito scaffali e coscienza. Qualcuno, prima o poi, dovrebbe scrivere un elogio del trasloco, che insegnasse l'arte di tenerlo in bilico tra il fare i conti con se stessi e il fuggire.
    Dalla finestra della camera si vedono, in due direzioni diverse, il rosa di un santuario e il bianco di una statua di Madonna. Da bambino, cattolico come mi avevano cresciuto, li cercavo con gli occhi quando avevo bisogno di consolazione o cure. Lo faccio ancora, inconsciamente, impercettibilmente, in ciascuno dei miei ritorni.
    Guardo quel rosa e quel bianco, e poi mi volto verso l'interno della camera. Il letto adesso è posizionato in orizzontale, sulla parete di fondo. Mi ci appoggio, stancamente; mi lascio cadere su un fianco; mi accuccio in posizione fetale. Allontano i pensieri faticosi, cancello i pochi rumori che arrivano dalla strada, mi rannicchio ancora un po' e, quando arrivo con la fronte a toccare la punta delle ginocchia, faccio una cosa definitiva tipo nascere.

sabato 31 marzo 2018

fuorisede

    Sono passati cinque mesi dall'ultimo post.
    Nel frattempo ho cambiato casa, lavoro e soprattutto città: e non sapevo bene come dirvelo.
    Ma non è mica finita. Mancano ancora cinque caselle al gioco dell'oca parigino, e ho intenzione di giocarmele da fuorisede.

    A prestissimo!


domenica 5 novembre 2017

tu che mi sorridi mentre intanto leggi shakespeare
[testo]

Questo testo è nato tra le fessure di Fado.

tu che mi sorridi 
mentre intanto leggi shakespeare
lei che ha meno seno 
ma in compenso gli occhi verdi 
io che parlo piano 
per paura di svegliarci
e dico solo frasi in portoghese 
con accenti incerti

tu che dici amore 
amore amore amore amore
amore amore ma perché non ce ne andiamo 
da questo paese atroce 
mentre dio continua 
a reclamare scuse
mentre la tv trasmette invano 
uno mattina portoghese

dove sono gli occhi gonfi di tuo padre 
che ti chiama a colazione 
e chiede marmellata o miele
cosa c'entra
questa voce raffreddata
di serate fuori a bere

lui che ti accarezza a lungo e piano 
emette il suono del tuo nome
dio che questa è l'ora di chiamarci 
se ci vuole ancora bene
io che per un attimo 
ho pensato fosse amore
poi però il chirurgo mi ha spiegato 
che era un'ernia addominale

lui che con l'arpione 
finirà con l'ammazzarci
tu che parli a scatti 
e a scatti dici arrivederci
io che ci consolo 
che la morte non esiste
è solo un'altra specie di mattino 
quando dio verrà a svegliarci

sottovoce sussurrando 
dai che è tardi
ci son tutti lei compresa 
che anche in sogno ha gli occhi verdi 
come te che mi sorridi 
mentre intanto leggi shakespeare
e un giorno ti innamorerai davvero 
ma sarà per debolezza

per stanchezza 
per paura di invecchiare
senza un uomo con il quale 
avere sonno avere fame
e al quale dire amore amore 
amore amore amore amore
amore amore ma perché non ce ne andiamo 
da questo paese atroce 

non ti sembra sia uno spreco 
questo piovere sul mare
non ti sembra fuori luogo
dio che dice mi dispiace
stavo al chiuso c'era un pessimo segnale
ma te lo ricordi
quanto stavo bene 
quando stavo bene




lunedì 23 ottobre 2017

podcast

    Da oggi, trovarecasaaparigi è anche un canale podcast, in cui potete ascoltare, riascoltare e scaricare tutti gli audio del blog, oltreché registrarvi per ricevere notifiche.
    Su alcune delle principali app (iTunes, Stitcher, TuneIn, ...), lo trovate semplicemente digitandone il nome.
    In generale, potete cercarlo usando il seguente feed:
http://feeds.soundcloud.com/users/soundcloud:users:155819063/sounds.rss
    O chiedermi di aggiungerlo alla vostra app preferita.


giovedì 5 ottobre 2017

pont des arts
[testo]

capelli lisci biondo sole
non li scioglieva quasi mai
come del resto quei silenzi pronunciati male
dai quattro anni in poi
c'erano pittori musicisti scribacchini
come usava ancora qualche tempo fa
scandivano una nenia i passi dei bambini
a ritmo sopra pont des arts

anagrammi e frasi a sensazione
lui le buttò lì due o tre je t'aime
resta un po' di vino qualche fiore
sopra il pavimento di azobè
dove sedevano a contare i bateaux mouches
sulla senna gatti e topi di città
non credo fosse amore ma ci sapeva stare
in posa sopra pont des arts

capelli lisci biondo rame
pettinati quasi come i suoi
è una canzone circolare
finisce e inizia quando vuoi
lei che la teneva per la mano non parlava
ma puntava con fermezza la rive droite
chiedeva tempo al tempo mischiava vento e pianto
quando passava pont des arts

specchia nella tazza gli occhi rossi
gira il cucchiaino lui non c'è
dentro ogni canzone in versi tronchi
prima o poi qualcuno fa un caffè
prima o poi qualcuno dice scusa è stato bello
ma per me non ha più senso stare qua
faceva un caldo cane ronzavano zanzare
persino sopra pont des arts

non dico fosse amore ma era venuta bene
la foto sopra pont des arts

mi fanno strani effetti le emme sui lucchetti
incatenati a pont des arts



[qui la versione audio]

mercoledì 20 settembre 2017

statue della libertà
[seconda parte]



[La prima parte la trovate qui.]


    Ci sono tre gruppi: il gruppo americano, il gruppo francese e il gruppo svizzero (che gli svizzeri hanno le banche e c'entrano sempre). Come nella più classica delle spy story, ogni gruppo ha una parte delle informazioni per arrivare all'obiettivo, ma senza le altre due parti non sa che farsene.
    Petroussiene ci racconta una storia che sembra il riassunto sconclusionato di mille storie sconclusionate già sentite: ci sono di mezzo templari, rosacroce, alchimisti, società segrete che tutti conoscono, fatti di dominio pubblico che non sono andati come il pubblico crede. E, ovviamente, c'è un incontro decisivo. Imminente. I tre gruppi devono aggregarsi, mettere insieme le informazioni, portare a compimento il loro piano.
     Dove?  chiede Paul.
     Quando?  chiedo io.
    Siamo a Brancion. Petroussiene ci spiattella la sua ricostruzione mentre ci spostiamo da una bancarella all'altra di quello che ci ha detto essere il più grande mercato del libro usato di Parigi, o forse il più antico, o forse entrambe le cose: non ricordo più. 
    Nel farlo, ogni tanto si avvicina a un libro che per qualche motivo lo incuriosisce. Lo apre, lo sfoglia pagina per pagina, cerca cose che non trova. E qua e là, d'improvviso, mentre ci racconta la sua storia sconclusionata, abbassa la voce e si guarda intorno. Quelli come lui  ormai lo so bene  prima o poi hanno il sospetto che qualcuno li stia spiando.
     Dove? – ridacchia e si domanda, retoricamente, con fare da maestro elementare.  È qui che entrano in gioco le Statue della Libertà!
    Come dire: tutto torna.
     Quanti sono i gruppi?  riprende Petroussiene.
     Tre,  faccio io, con aria da studente del primo banco.
     Quante Statue della Libertà ci sono a Parigi?
    E prima che io possa dire:  Tre!
     Quattro,  dice Paul, che ogni tanto mi stupisce, perché allora lo vedi che le sa, le cose?  Ce n'è pure una davanti al Museo d'Orsay.
     Quella non conta. Ce l'hanno spostata dopo.
    Paul mi guarda male e poi lo guarda male e poi dice qualcosa in francese che non capisco, ma deve essere l'equivalente di "vabbè, allora fa' 'n po' come te pare".
    Con quelli come Petroussiene  ormai lo so  prima o poi ti viene, da dirlo. Argomenti il tuo scetticismo, controbatti tre o quattro volte, e poi ti arrendi e lo dici.
     Ogni gruppo ha una statua di riferimento. Al momento convenuto, riceveranno un segno, apriranno una busta, romperanno un sigillo... qualcosa del genere. Due dei gruppi si metteranno in marcia verso il terzo e lì, ai piedi di una delle Statue della Libertà, avverrà l'incontro.
     Quando?  riprovo.
     Questa è la vera domanda,  risponde Petroussiene, caricando sul questa tutta l'enfasi che ha accumulato in anni di domeniche mattina passate a spulciare libri usati sui banchi di Brancion.




    Parc Brassens, poco distante, metà pomeriggio. Ci siamo sistemati su una panchina appartata, in un angolo, e Petroussiene ha srotolato con cura un foglio.
     L'ho trovato dentro una copia della traduzione francese del Pendolo di Foucault, comprata in una di quelle bancarelle ormai vent'anni fa. A un certo punto, ho capito che i tre gruppi comunicano tramite messaggi infilati dentro i libri di quel mercato. Loro, chiaramente, sanno dove cercare. Io devo andare un po' a caso: mi avvicino ai banchi dei venditori più sospetti, apro i libri che mi ispirano... Non è un'operazione facile, ma quella volta lì sono stato fortunato.
    Il foglio è abbastanza spoglio. Al centro, c'è uno schizzo appena abbozzato a matita di una figura umana che Petroussiene dice essere evidentemente una Statua della Libertà, ma che per me potrebbe anche essere la Giunone Cesi, il Discobolo di Mirone, una Madonna qualsiasi.
     Ma non sarà la fidanzata del liceo di quello che l'ha disegnata?  chiede Paul, saggio e ingenuo e adorabile com'è.
     È una statua, non una fidanzata,  sentenzia severo Petroussiene.
     Che poi nemmeno si capisce bene se è maschio o femmina...
     È la Statua della Libertà.
    Paul mi guarda male e lo guarda male e dice ancora una volta l'equivalente francese di "fa' 'n po' come te pare".
    Torniamo a sbirciare il foglio spiegazzato. Sotto lo schizzo, ci sono delle cifre scritte a lettere, opportunamente ordinate in colonna: 
    QUATRE
    VINGT
    DIX
    SEPT.
    Petroussiene è raggiante.
    Paul è stanco.
    Io sono curioso.
     È un numero di telefono?
     No. È la risposta alla nostra domanda.

    La tesi di Petroussiene è che un primo incontro, circa vent'anni fa, sia saltato per colpa di un delizioso equivoco. Uno dei gruppi ha interpretato le cifre come indicanti l'anno dell'incontro: quatre-vingt-dix-sept, ovvero '97. Quanto al giorno, devono aver pensato alla notte di San Giovanni; nulla di più classico.
     Non escludo che Eco fosse coinvolto nella faccenda e che il suo libro non sia stato altro che un'esca lanciata da uno dei gruppi per chiarire la data. Mi seguite? Credevano di sapere l'anno, ma non sapevano il giorno. Ovviamente, i gruppi non si conoscono tra loro; non è possibile una comunicazione diretta. Allora cosa fanno? Scrivono un libro di successo internazionale, che parla vagamente del tema, e suggerisce un incontro in prossimità di una Statua della Libertà, la notte di San Giovanni. Chi può capire, capisca...
    Petroussiene abbassa la voce ogni volta che passa qualcuno. La fontana spruzza acqua con fare sospetto. Una bambina vera ci guarda da sopra una carrozza finta.
     E quale sarebbe l'equivoco?
     L'equivoco è che la data l'hanno fissata gli americani. E, per loro, quatre vingt dix sept non significa in nessun modo 97.
    La storia è sconclusionata, ma un po' mi sta appassionando. Anche Paul ha smesso di guardarlo male. Quando senti le storie di quelli come Petroussiene  ormai lo so  alla fine un po' ti ci appassioni pure.
     E cosa significherebbe invece?
     Quatre è il mese. Vingt, il giorno. Dix-sept, l'anno.
     20 aprile 2017...  calcola Paul.
    Quattro occhi a palla puntati contro Petroussiene, che sorride diabolico, e hai l'impressione che ti guardi attraverso.
     Oggi!

    Ci dividiamo:
    Petroussiene dice che lui va a Luxembourg, perché è il vertice alto del triangolo quasi isoscele e i Vecchi Saggi non possono che aver scelto quello, come punto di incontro, per fare in modo che gli altri due corrieri, partendo dalle altre statue nello stesso istante, arrivino all'incontro nello stesso istante: contorto, ma scientifico. 
    Paul dice che lui va al Conservatoire, perché così è vicino a casa sua e non rientra troppo tardi, che se fa tardi gli si riempie casa di formiche. 
    A me, resta l'Isola dei Cigni.
    L'incontro dovrebbe avvenire a mezzanotte più il tempo dello spostamento. Per sicurezza, dice Petroussiene, ciascuno resti nella sua zona fino alle due.




***

    E invece oggi è il 20 settembre 2017. Neuf, vingt, dix-sept, direbbe Petroussiene.
    Paul e io sediamo sull'erba del solito Parc André Citroen e ci godiamo gli ultimi raggi di sole di questa temperata fine estate.
    Ovviamente, poi, quella notte di cinque mesi fa esatti, non s'è fatto vivo nessuno. Io mi sono beccato tutta l'umidità notturna di metà aprile di un'isolotto deserto sulla Senna; per fortuna, mi ero portato da leggere. Paul è rientrato a casa alle due e un quarto, giusto in tempo per mettere del borotalco nuovo nei buchetti tra l'armadio e la parete. Petroussiene, lui l'hanno beccato le guardie che scavalcava le inferriate del Jardin de Luxembourg, mentre si arrampicava per uscire, sconsolato, verso le tre di notte, e gli è toccato pure passare qualche ora in questura.
    Guardiamo la mongolfiera azzurrognola che si solleva per l'ennesima volta. Maestosa, nella sua rotondità. Quasi sferica, direbbe Petroussiene. Oggi, a me le mongolfiere fanno pensare a quattro cose: la sede delle Generali di Verona, gli abbottapallò, Willy Fog che dice a Rigobon "bisogna che guadagniamo più quota", e, da quella giornata di cinque mesi fa esatti, la storia sconclusionata di Petroussiene.
    Tiro fuori l'accendino e accendo la pipa.
     Che adesso, almeno, quell'accendino ti serve pure a qualcosa,  ha scherzato Petroussiene, carezzandosi i baffetti, subito dopo avermela regalata. Era maggio. Il giorno dopo, è partito per New York. S'era messo in testa che forse non avevamo sbagliato data, ma continente. Adesso sarà a Manhattan, in un caffè con vista sulla Liberty Island, che racconta storie affascinanti e smandrappate a qualcuno che non è né americano né francese.
     Che poi che c'entravano gli svizzeri?  chiede Paul, che evidentemente ogni tanto ci ripensa pure lui, a questa storia qui. 
    Mi guarda, guarda l'accendino, guarda la pipa, guarda la mongolfiera.
    Poi raccoglie un sassetto con la forma giusta, lo tira di sguincio sull'erba, e conta a voce alta i rimbalzi che fa.