questo non è un blog su come trovare casa a parigi, ma magari così qualcuno ci finisce sopra per sbaglio
sabato 23 novembre 2019
sabato 21 settembre 2019
sotto le stelle del rex - audioracconto [trailer]
Prossimissima uscita sarà la versione audioracconto di Sotto le stelle del Rex.
In sottofondo: una canzone dei Madredeus, un po' di sano jazz della New Orleans degli albori, e ovviamente Paolo e Giorgio Conte.
In sottofondo: una canzone dei Madredeus, un po' di sano jazz della New Orleans degli albori, e ovviamente Paolo e Giorgio Conte.
domenica 8 settembre 2019
magari [testo]
Questo pezzo è nato tra le fessure di Cimiteri.
Vai alla versione audio.
***
e
magari morirai ma di vecchiaia
un
letto bianco d'ospedale
oppure
quello giallo ocra
di
una stanza d'altri tempi
in
qualche posto di provincia
per
le terapie termali
e
magari sposerò
la
sorella di un'attrice
che
ci inviterà alle prime
che
mi presterà la voce
se
avrò voglia di tacere
se sarà di buonumore
mi
reciterà sorrisi
e
si congratulerà
ad
ogni passo che faremo
della
casa a montesacro
dell'arrivo
di un bambino
dopo
appena pochi mesi
sarà
basso come me
avrà
la bocca di sua madre
e
chissà perché i tuoi occhi
non
s'è mai capito bene
se
quel verde disperato
fosse
voglia di guardare
oppure
rabbia sgocciolata
come
menta da un ghiacciolo
in
un'estate anni novanta
che
ogni notte eri più bionda
e
magari incontrerai
altri
uomini immaturi
meno
giovani di me
ma
più alti e generosi
e
percorrerai altre strade
fatte
di altrettante buche
e
semafori staccati
e
mia moglie abbraccerà
una
filosofia orientale
ci
costringerà alle ferie
in
qualche torrido paese
sua
sorella arriverà
e
li riempirà di baci
e
mi sfiorerà passando
come
sfiorano le attrici
come
passano anche i sogni
e
tu sarai finita in banca
a
contare i sacrifici
della
gente che non conta
io
pubblicherò a mie spese
vecchie
storie senza trama
in
cui ogni donna ha gli occhi verdi
e
ogni città somiglia a roma
e
magari invecchieremo con lentezza
come
macchie di condensa
sul
soffitto di una stanza
e
ci chiederemo spesso
hai
chiuso il gas mi passi il sale
e
solo due o tre volte l'anno
se
per caso stiamo bene
fino
a che comparirai
dentro
una telefonata
e
magari allora sì
che
ti troverò cambiata
e
mia moglie parlerà
con
dei gesti che tu sai
che
sapete fare voi
e
non impareremo mai
e
magari arriverai
senza
aver citofonato
i
capelli biondi tinti
il
soprabito bagnato
e
il dialogo
che avremo
sottintenderà
il non detto
posso
togliere il cappotto
certo
appoggialo sul letto
e
magari morirò perché si muore
certamente
pioverà
sarete
in pochi al funerale
poche
frasi pochi fiori
poche
pacche sulle spalle
e
magari sua sorella
piangerà
più di mia moglie
e
magari penserò
appena
prima di crepare
al
bucato ancora steso
alle
cose da finire
a
una bocca anni novanta
che
risponde sorridendo
non
ci lasceremo mai
e
cascasse pure il mondo
quest'estate
andiamo a cuba
io
diventerò un'attrice
conteremo
stelle insieme
compreremo
case al mare
e
magari morirò di tanto amore
lunedì 25 marzo 2019
cimiteri
Io non ho paura di morire.
Ho paura di sciare, di arrampicare, di pattinare, di sbagliare in senso generale e di sbagliare frasi in modo particolare, della velocità quando guidano gli altri e della violenza psicologica, dei semafori lampeggianti, di dire ti amo per iscritto, del dolore fisico, delle precedenze di cortesia; qualche volta dell’altezza e qualche volta del buio. Ma non ho paura di morire.
C'era questo mio amico toscano che, quando gli parlavo della Francia e di Parigi, mi diceva che lui una volta a Parigi c'era stato e l'avevano portato a visitare camposanti. Lo diceva con accento toscano, che io non ho e non saprei riprodurre. Ma insomma, come la diceva lui, la frase faceva un certo effetto. C'è i camposanti, diceva. Non gli era andata granché giù, questa faccenda. Se stai tre giorni a Parigi e ti portano per camposanti, vuol dire che c'è qualcosa che non quadra in quella città, diceva. Nella migliore delle ipotesi, diceva, è una città infelice.
Non so se le sue parole mi abbiano in qualche modo influenzato o se sia una ritrosia già bell'e mia verso i camposanti. Ma insomma ho lasciato passare tre anni di vita parigina, in cui sono successe cose non sempre esaltanti e ho visitato luoghi non sempre memorabili, prima di iniziare a considerare di entrarci dentro, a un camposanto. Considerare di. Perché non è che sia stata neppure un'idea mia.
Libbe ha su di me un forte potere di persuasione, che esercita in maniera implicita, indiretta, velata, ma assolutamente infallibile.
Così quando mi ha chiesto Mi accompagni a un camposanto?, le ho raccontato di questo mio amico toscano, ho provato invano a riprodurne l'accento, le ho detto che qualcosa in Parigi non quadra mentre lei faceva sì con la testa, le ho detto che Parigi deve essere una città infelice mentre lei faceva no con la testa, ma poi ho comunque risposto Ma sì, certo, scherzi?, ti accompagno al camposanto.
Ne ha scelto pure uno un po' sfigato, almeno a giudicare dalle stellette sulle guide. Siamo usciti dal métro e l’ho seguita. Abbiamo attraversato il ponte. Cambiato marciapiede. Passato l'imponente cancello d'ingresso. E poi mi sono voltato e ho dovuto ammettere che, camposanto o no, eravamo in uno dei posti più silenziosi e suggestivi, che in tre anni di peregrinazioni parigine avessi incontrato, per ammirare e fotografare la Tour Eiffel.
Per il cimitero, mia nonna coltivava zinnie e comperava crisantemi. Mi piaceva, accompagnarcela. Mi annoiava ma mi piaceva. La aiutavo a portare i fiori fino alla cappella e poi la lasciavo lì che trafficava e mi occupavo di recuperare acqua. Quando tornavo, lei era intenta a liberare i gambi delle foglie in eccesso. Poi metteva l’acqua nei vasi. Poi regolava la lunghezza dei gambi, tagliuzzandoli fino a che non fossero della misura giusta per emergere dall’estremità del vaso senza apparire scompostamente in erezione.
I resti dell’operazione erano raccolti in fogli di giornale spalancati sul pavimento di sampietrini. Quando aveva finito, accartocciava i fogli su sé stessi e ne veniva fuori un pacco informe, che andavo a gettare nei bidoni all’ingresso. Li buttiamo quando usciamo, diceva lei, non preoccuparti. Ma io preferivo tenermi in movimento: un po’ per sentirmi utile, le dicevo; un po’ per sentirmi vivo, non le dicevo.
Quando tornavo, la trovavo che puliva il pavimento della cappella. Dei fiori vecchi, salvava il salvabile e buttava via il resto. Poi giocava a ridistribuirli, i fiori vecchi salvabili, mescolandoli ai nuovi, affinché ogni vaso avesse un effetto d’insieme godibile, o almeno decente. Il suo tocco finale era uno spruzzo di varechina nell'acqua: serviva a evitare che si producesse quel tipico cattivo odore di fiori morti di cimitero, diceva. Se metti la varechina, l’acqua si mantiene profumata. Ma non fa male ai fiori?, suggerivo io. Uno spruzzo, si difendeva lei. Uno spruzzo non fa male.
Poi andava a sedersi sulla tomba dirimpetto, le mani sul grembo, gli occhi sulla foto di mio nonno. Sospirava: di fatica, di solitudine e di fine lavoro.
Due minuti e andiamo, diceva.
Nessuna fretta, dicevo io.
E mi sedevo di fianco a lei.
La mia prima ragazza sognava di fare l’attrice. Aveva diciassette anni, usava parole e concetti un po’ a caso, e sembrava ogni sera più bionda e innamorata.
Ti va di andare al mare domenica prossima?, le chiedevo.
Solo se mi porti a Cuba, rispondeva.
Anziché fare progetti concreti, teorizzavamo su futuri di fantasia: viaggi con mezzi improvvisati, lavori che non erano lavori, braccialetti portafortuna brasiliani usati come fedi, case a dieci metri dalla spiaggia. Ricordo lunghe passeggiate e promesse tanto estreme e implausibili che, a distanza di tempo, mi chiedo se le facessimo credendoci davvero. Io forse sì; lei forse no. Del resto, lei usava parole e concetti un po’ a caso. Ce ne andremo a stare insieme, compreremo casa al mare, e magari morirò di tanto amore, diceva.
Erano gli anni Novanta: io non ero mai stato a Parigi, mia nonna era in buona salute, mio nonno era già morto da dieci anni, la mia prima ragazza sognava di fare l’attrice.
Andiamo al cinema?, le chiedevo.
Giriamo un film, rispondeva.
Era evidente che non sarebbe durata. Ammesso che non ci fossero ragioni più profonde, io ero troppo basso e lei era troppo bionda, perché potesse durare.
Quando glielo facevo notare, lei mi dava un bacetto sulla guancia. Allora io le dicevo Un giorno tu mi lascerai. Allora lei rispondeva Smettila, che sembriamo Giuda e Gesù Cristo.
Aveva spirito, la mia prima ragazza.
Ovviamente è finita che lei m’ha lasciato, io non l’ho sposata e lei non ha fatto l’attrice. Senza che ci sia alcun nesso tra le prime due cose e l’ultima, immagino.
Io non ho paura di morire. Nel senso che, se dopo viene qualcosa, non ho paura di quello che viene dopo; e se invece non viene niente, amen. È il sapere che c’è una scadenza ma non sapere quando scadrà, che mi disturba un po'. Non ho paura di morire, ma ho paura di non avere il tempo di finire le cose che devo finire e iniziare quelle che ho in mente di iniziare.
Tipo il bucato e la colazione.
Le email arretrate.
Le corde nuove alla chitarra.
Imparare a fare la carbonara come un vero romano e la pizza come un vero italiano.
Iniziare a fumare. Fumare e poi smettere, per capire se è davvero così complicato.
Lo yoga e la meditazione.
Gli origami.
Lavorare per davvero.
Sposarmi, o decidere definitivamente di non farlo.
Avere un bambino e rimbambirlo di chiacchiere, o decidere definitivamente di non averlo.
Finire di scrivere e finire di leggere.
Calvino, Camilleri, Joyce.
New York.
La maratona di New York.
Vivere in altre due o tre città.
Ritornare a Roma.
L’università, il blog, il corso di lettura ad alta voce.
– Il mondo è pieno di ragazzine che vorrebbero fare le attrici e ragazzini che vorrebbero sposare le attrici, – commenta Libbe, che sa sempre come e quando cambiare discorso.
Siamo arrivati davanti alla tomba di Fernandel. Lunga e nera e con una grossa croce sopra. Mi torna in mente Don Camillo. I film e il libro, e io bambino che li guardavo o leggevo. Mi tornano in mente le mattine che non andavo a scuola perché stavo male o fingevo di stare male, e c'era nonna in casa, e io mettevo su uno a uno tutti i vhs della collana. Mi torna in mente la Signora Cristina che dice che lei vuole un funerale senza musica perché la morte è una cosa seria.
Il cielo minaccia pioggia. È triste, la pioggia dentro i cimiteri. Sono tristi gli ombrelli, dentro i cimiteri. Tristi e un po' comici. Guardo la foto di Fernandel e lo immagino che parla col crocifisso sopra la sua tomba, che magari adesso che è morto gli viene anche più facile.
Tutto questo mentre Libbe sta dicendo che non puoi vivere a Parigi e non vederne anche i cimiteri, con tutti quei morti famosi che ci stanno dentro. E che a lei i cimiteri piacciono ma non le piace camminarci da sola, e per questo mi ha chiesto di accompagnarla. E che sono stato proprio gentile ad accettare, nonostante non mi piacciano i cimiteri e lei lo sa benissimo che da solo non ci sarei mai venuto.
Continuo a innamorarmi di donne che vorrebbero fare le attrici. Credo mi piaccia, di loro, questo sentirle sempre un po' vere e un po' no; e non capire mai se facciano sul serio o no; e allora non sentirmi in colpa quando non so rispondere alla domanda se le ami davvero o no.
– Io, quando muoio, voglio essere sepolta a Père-Lachaise come Yves Montand.
– ...
– Oppure a Montmartre come Jeanne Moreau.
– ...
– E tu?
– ...
– ...
– Dobbiamo proprio fare questo gioco?
Libbe non è una che accetta domande come risposte. Dobbiamo proprio fare questo gioco. E allora le dico che io preferirei vicino a nonno, a nonna e a tutti gli altri della famiglia.
E per il resto della passeggiata parlo pochissimo e rifletto sulla morte, che è una cosa che probabilmente rimandavo da tanto tempo e non sono mai stato bravissimo a fare. Ed è lì che stabilisco che non ho propriamente paura di morire, ma è sempre lì che mi viene anche una certa ansia di cose da finire e da iniziare. Ed è probabilmente ancora lì che incomincio ad avere un rapporto conflittuale col tempo che passa e le città in cui vivo. E sicuramente, infine, è lì che per la prima volta mi scopro a pensare che magari è veramente ora di lasciare Parigi.
Forse quest'ultima cosa, oltre a pensarla, la dico. Perché sento la voce di Libbe che domanda:
– E dove vorresti andare?
– Non lo so.
Libbe non è una che accetta non-risposte come risposte.
– Dove?
Non ricordo cosa dico, ma di sicuro non dico né Cuba né New York. Forse dico Londra; forse Dublino.
È iniziato a piovere leggero leggero.
Libbe accelera per uscire e andare a ripararsi da qualche parte.
Io rallento di proposito, perché voglio godermi per qualche istante il panorama dell'ingresso in semisolitudine.
La Tour Eiffel e il Palais de Chaillot, dietro l'imponente portone monumentale.
Parigi è bellissima ma in lei c'è qualcosa che non quadra.
Da dentro, arriva una ventata di fiori morti di cimitero.
Tutt'intorno, piove una pioggia che sembra la neve dei Morti di Joyce.
Io, per me, vorrei un funerale senza musica e con gli ombrelli.
martedì 3 aprile 2018
case
La casa di Monaco è, tra le case della mia vita, la più calda.
È una delle prime cose che ho notato, entrandoci dentro e prendendo a viverci. Assieme a un odore misto di pulito e di chiuso. Invece, una delle ultime cose che ho capito è perché sia così calda. Hanno dovuto spiegarmelo. Hanno dovuto mostrarmi, e farmi toccare con mano, che il riscaldamento viene da sotto: da terra: viene dal pavimento. La Germania è un paese freddo, ma i tedeschi sono garbati, alti e hanno il senso pratico degli americani senza la loro sfacciataggine.
La casa di Monaco, da quando ci sono entrato io, non ci è entrato più nessuno. Tranne una volta il tipo della sicurezza, che provava a illustrarmi qualcosa parlando in tedesco. E, uno dei primi giorni, un imbianchino che senza spiegarmi nulla ha poggiato i secchi in un angolo e ha iniziato ad avvolgere teli trasparenti intorno ai mobili della cucina.
Sarà il freddo, la spossatezza che mi porto dietro da case ed esperienze precedenti, sarà che i primi tempi non conosci nessuno ed è normale, sarà che il cucinino è piccolo ma funzionale e mi diverto a cucinarci – ma insomma la casa di Monaco è quella in cui ho passato, normalizzando rispetto al periodo trascorso, più tempo dentro. Non vuol dire che sono depresso; non credo. Al massimo vuol dire che sto invecchiando, o che sono in pace, o che ho cose da chiarire e studiare ma da chiarirmi e studiare da solo.
Per questo, mi sorprende, e molto, il rumore di nocche contro la porta.
Guardo dallo spioncino (la casa di Monaco ha uno spioncino).
– Chi è?
– Ouvre.
Charlotte ha ventitré anni, e mi ricordo come fosse ora quella volta che ne ha compiuti venti mentre io ne compivo trentacinque. Trentacinque diviso due fa diciassette, col resto di uno. Venti più diciassette fa trentasette. Più uno che ne riportavo fanno trentotto. E sono quelli che compio oggi, mentre nocche di una mano francese ventitreenne bussano contro la porta della casa di Monaco.
– Che ci fai qui?
– Tu, che ci fai qui?
La voce di Charlotte carica sul "tu" un accento di frase talmente forte che deve averlo accumulato in settimane di chat facebook non risposte.
– Tu, che ci fai qui?
Adoro il suo italiano con accento francese almeno quanto lei adorava il mio francese con accento romano.
Va verso la finestra e la apre senza chiedere nulla. Ha sempre aperto e chiuso finestre – e porte, e parentesi – senza chiedere nulla.
Cerca riferimenti, guarda il sole, guarda l'ora.
Poi dirige un dito verso un punto distinto dell'orizzonte.
– Parigi, – dice.
La casa di Parigi è, tra le case della mia vita, quella in cui ho fatto più volte l'amore senza essere innamorato.
Dentro c'erano un televisore inutilmente grande, un soppalco troppo basso per dormirci, un letto 190x135, il frigorifero in camera anziché in cucina. Il problema di Parigi sono le misure. Non ci sono spazi. Né al ristorante, né al lavoro, né in casa. La Francia è un paese umido e i francesi sono persone mediterranee ma distanti: sono gatti mediterranei; e però hanno un rapporto nordico e continentale coi problemi: azzerano quelli che per un italiano sono problemi veri, e poi ne vedono dove io proprio non riesco.
La casa di Parigi è anche quella in cui ho scritto di più. Pochissimo, ma comunque più che nelle altre. Mi ero imposto 1800 caratteri al giorno, e sono riuscito a farlo per quattro giorni. La casa di Parigi è quella in cui ho preso a impormi regole e disattenderle in maniera quasi malata. La Sindrome di Zeno, mi è piaciuto chiamarla. Ho smesso più volte e più volte ricominciato a bere caffè, a bere alcol, a guardare filmati porno, a non mettere la sveglia, a usare sughi pronti.
Era una casa buia, faticosa e sovraprezzata, ma mi convincevo e convincevo gli altri che alla fine non aveva difetti grossi. Perché trovare casa a Parigi è un'esperienza fondante, e solo dopo che l'hai fatta puoi dire di saper dare il giusto significato alla parola compromesso.
Una ragazza di cui non sono innamorato tira su la testa dal cuscino e mi domanda insonnolita se ha bussato qualcuno.
– Chi è?, – chiedo a voce alta.
– Sono io, – risponde una voce che so di conoscere ma fatico a collocare.
– Che faccio? – chiedo a voce bassa.
– Vai ad aprire.
Infilo in fretta un pantalone e una felpa.
La mia professoressa di italiano e storia delle medie non è invecchiata.
– Ho saputo che scrivi 1800 caratteri al giorno.
– Ci provo...
– E che non bevi più caffè.
– Posso darle finalmente del tu?
– Il tuo posto non è qui.
– Neanche il suo. Neanche il tuo.
– Ho due biglietti per un treno di notte.
– Quello del film?
– Quello del libro.
Mi volto.
– Devo andare, – dico a voce bassa.
La ragazza ha finito di rivestirsi e sta cercando insonnolita qualcosa nella borsa.
Si avvicina; la prendo tra le braccia.
– Non ti amo, – sussurro.
– Neanch'io, – risponde lei.
E poi ci baciamo.
La casa di Lisbona è, tra le case della mia vita, quella in cui ho avuto più problemi di stomaco.
Che poi la casa di Lisbona non è una casa sola. La casa di Lisbona sono sei case in un anno, e cinque nei primi sei mesi. E in particolare, una casa che abitavo solo nei giorni feriali perché nei weekend la proprietaria ci faceva una specie di airb&b e io chiudevo tutto dentro una valigia e andavo a dormire da lei.
Erano i tempi della crisi nera, quella che in Portogallo è arrivata prima che da qualsiasi altra parte in Europa. E la sentivano tutti, e ne parlavano tutti. E i proprietari di case si arrangiavano anche così.
Le case di Lisbona hanno letti scomodissimi, da mal di schiena e torcicollo fissi. E tanta, troppa luce che entra in camera da dietro le tende e gli scuri. Lisbona è una bomba di luce. Per questo i portoghesi tengono sempre gli occhi stretti e a quarant'anni ci hanno le rughe intorno. Sono gente per bene, i portoghesi. Cordiali e semplici. Hanno la voce triste e, dentro, una retroanima selvatica e primitiva, che secondo me viene dalla prossimità all'oceano.
La casa di Lisbona è quella in cui ho ospitato più persone. Arrivavano a frotte con cibi e libri italiani nelle valigie e io li portavo a passeggiare da Cascais all'Estoril, a mangiare i pastéis, a sentire il fado, a bere la ginjinha, e se c'era tempo a Sintra. Trascorrevo giornate intere fuori casa. All'inizio mi sentivo giovane e di passaggio; dopo i primi sei mesi, soltanto di passaggio. La casa di Lisbona è quella in cui sono invecchiato più rapidamente.
Bussano. Ci avrei giurato: da che mi ricordo, da sempre, da quando ero bambino, mai una volta che si porti le chiavi.
Non gli chiedo dove sia stato, perché tanto lo so già che ha camminato a caso per i vicoli di Alfama che gli ricordano altri vicoli, e poi si è seduto sulla panchina di fronte casa, quella dove batte sempre il sole.
– Facciamo una aglio e olio e poi partiamo.
Spotify passa musica italiana anni novanta.
Lui sfoglia il giornale italiano di cinque giorni prima.
Io intanto trituro il prezzemolo.
– Sei sicuro che non sei stanco? Possiamo rimandare...
– No, papà. Partiamo stasera.
La casa di Marano è la casa dei ritorni.
Ancora oggi, che pure ci manco da quasi dodici anni, quando parlo di casa intendo quella casa lì e quando utilizzo il verbo tornare intendo tornare in quella casa lì.
Resta il posto in cui ho dormito più notti. Ma l'ho fatto, nel corso degli anni, in letti diversi o almeno in letti posizionati diversamente. Un tempo ce n'erano due, a dividersi lo spazio di una camera, e io e mio fratello a dividerceli. Da quando la casa di Marano è diventata la casa dei ritorni, in quella camera è rimasto un solo letto e ci sono più spazio e più silenzio.
All'ultimo piano c'è una soffitta piena di scatoloni. Lì dentro, in mezzo a vecchi elettrodomestici, vecchi computer, vecchie stoffe, ci sono oggetti, libri e appunti di quando ero piccolo e di quando ero giovanissimo.
La casa di Marano è, tra le case della mia vita, quella da cui ho buttato via meno cose. Le case successive sarebbero state segnate da traslochi difficoltosi e rapidi, che come catarsi avrebbero ripulito scaffali e coscienza. Qualcuno, prima o poi, dovrebbe scrivere un elogio del trasloco, che insegnasse l'arte di tenerlo in bilico tra il fare i conti con se stessi e il fuggire.
Dalla finestra della camera si vedono, in due direzioni diverse, il rosa di un santuario e il bianco di una statua di Madonna. Da bambino, cattolico come mi avevano cresciuto, li cercavo con gli occhi quando avevo bisogno di consolazione o cure. Lo faccio ancora, inconsciamente, impercettibilmente, in ciascuno dei miei ritorni.
Guardo quel rosa e quel bianco, e poi mi volto verso l'interno della camera. Il letto adesso è posizionato in orizzontale, sulla parete di fondo. Mi ci appoggio, stancamente; mi lascio cadere su un fianco; mi accuccio in posizione fetale. Allontano i pensieri faticosi, cancello i pochi rumori che arrivano dalla strada, mi rannicchio ancora un po' e, quando arrivo con la fronte a toccare la punta delle ginocchia, faccio una cosa definitiva tipo nascere.
È una delle prime cose che ho notato, entrandoci dentro e prendendo a viverci. Assieme a un odore misto di pulito e di chiuso. Invece, una delle ultime cose che ho capito è perché sia così calda. Hanno dovuto spiegarmelo. Hanno dovuto mostrarmi, e farmi toccare con mano, che il riscaldamento viene da sotto: da terra: viene dal pavimento. La Germania è un paese freddo, ma i tedeschi sono garbati, alti e hanno il senso pratico degli americani senza la loro sfacciataggine.
La casa di Monaco, da quando ci sono entrato io, non ci è entrato più nessuno. Tranne una volta il tipo della sicurezza, che provava a illustrarmi qualcosa parlando in tedesco. E, uno dei primi giorni, un imbianchino che senza spiegarmi nulla ha poggiato i secchi in un angolo e ha iniziato ad avvolgere teli trasparenti intorno ai mobili della cucina.
Sarà il freddo, la spossatezza che mi porto dietro da case ed esperienze precedenti, sarà che i primi tempi non conosci nessuno ed è normale, sarà che il cucinino è piccolo ma funzionale e mi diverto a cucinarci – ma insomma la casa di Monaco è quella in cui ho passato, normalizzando rispetto al periodo trascorso, più tempo dentro. Non vuol dire che sono depresso; non credo. Al massimo vuol dire che sto invecchiando, o che sono in pace, o che ho cose da chiarire e studiare ma da chiarirmi e studiare da solo.
Per questo, mi sorprende, e molto, il rumore di nocche contro la porta.
Guardo dallo spioncino (la casa di Monaco ha uno spioncino).
– Chi è?
– Ouvre.
Charlotte ha ventitré anni, e mi ricordo come fosse ora quella volta che ne ha compiuti venti mentre io ne compivo trentacinque. Trentacinque diviso due fa diciassette, col resto di uno. Venti più diciassette fa trentasette. Più uno che ne riportavo fanno trentotto. E sono quelli che compio oggi, mentre nocche di una mano francese ventitreenne bussano contro la porta della casa di Monaco.
– Che ci fai qui?
– Tu, che ci fai qui?
La voce di Charlotte carica sul "tu" un accento di frase talmente forte che deve averlo accumulato in settimane di chat facebook non risposte.
– Tu, che ci fai qui?
Adoro il suo italiano con accento francese almeno quanto lei adorava il mio francese con accento romano.
Va verso la finestra e la apre senza chiedere nulla. Ha sempre aperto e chiuso finestre – e porte, e parentesi – senza chiedere nulla.
Cerca riferimenti, guarda il sole, guarda l'ora.
Poi dirige un dito verso un punto distinto dell'orizzonte.
– Parigi, – dice.
La casa di Parigi è, tra le case della mia vita, quella in cui ho fatto più volte l'amore senza essere innamorato.
Dentro c'erano un televisore inutilmente grande, un soppalco troppo basso per dormirci, un letto 190x135, il frigorifero in camera anziché in cucina. Il problema di Parigi sono le misure. Non ci sono spazi. Né al ristorante, né al lavoro, né in casa. La Francia è un paese umido e i francesi sono persone mediterranee ma distanti: sono gatti mediterranei; e però hanno un rapporto nordico e continentale coi problemi: azzerano quelli che per un italiano sono problemi veri, e poi ne vedono dove io proprio non riesco.
La casa di Parigi è anche quella in cui ho scritto di più. Pochissimo, ma comunque più che nelle altre. Mi ero imposto 1800 caratteri al giorno, e sono riuscito a farlo per quattro giorni. La casa di Parigi è quella in cui ho preso a impormi regole e disattenderle in maniera quasi malata. La Sindrome di Zeno, mi è piaciuto chiamarla. Ho smesso più volte e più volte ricominciato a bere caffè, a bere alcol, a guardare filmati porno, a non mettere la sveglia, a usare sughi pronti.
Era una casa buia, faticosa e sovraprezzata, ma mi convincevo e convincevo gli altri che alla fine non aveva difetti grossi. Perché trovare casa a Parigi è un'esperienza fondante, e solo dopo che l'hai fatta puoi dire di saper dare il giusto significato alla parola compromesso.
Una ragazza di cui non sono innamorato tira su la testa dal cuscino e mi domanda insonnolita se ha bussato qualcuno.
– Chi è?, – chiedo a voce alta.
– Sono io, – risponde una voce che so di conoscere ma fatico a collocare.
– Che faccio? – chiedo a voce bassa.
– Vai ad aprire.
Infilo in fretta un pantalone e una felpa.
La mia professoressa di italiano e storia delle medie non è invecchiata.
– Ho saputo che scrivi 1800 caratteri al giorno.
– Ci provo...
– E che non bevi più caffè.
– Posso darle finalmente del tu?
– Il tuo posto non è qui.
– Neanche il suo. Neanche il tuo.
– Ho due biglietti per un treno di notte.
– Quello del film?
– Quello del libro.
Mi volto.
– Devo andare, – dico a voce bassa.
La ragazza ha finito di rivestirsi e sta cercando insonnolita qualcosa nella borsa.
Si avvicina; la prendo tra le braccia.
– Non ti amo, – sussurro.
– Neanch'io, – risponde lei.
E poi ci baciamo.
La casa di Lisbona è, tra le case della mia vita, quella in cui ho avuto più problemi di stomaco.
Che poi la casa di Lisbona non è una casa sola. La casa di Lisbona sono sei case in un anno, e cinque nei primi sei mesi. E in particolare, una casa che abitavo solo nei giorni feriali perché nei weekend la proprietaria ci faceva una specie di airb&b e io chiudevo tutto dentro una valigia e andavo a dormire da lei.
Erano i tempi della crisi nera, quella che in Portogallo è arrivata prima che da qualsiasi altra parte in Europa. E la sentivano tutti, e ne parlavano tutti. E i proprietari di case si arrangiavano anche così.
Le case di Lisbona hanno letti scomodissimi, da mal di schiena e torcicollo fissi. E tanta, troppa luce che entra in camera da dietro le tende e gli scuri. Lisbona è una bomba di luce. Per questo i portoghesi tengono sempre gli occhi stretti e a quarant'anni ci hanno le rughe intorno. Sono gente per bene, i portoghesi. Cordiali e semplici. Hanno la voce triste e, dentro, una retroanima selvatica e primitiva, che secondo me viene dalla prossimità all'oceano.
La casa di Lisbona è quella in cui ho ospitato più persone. Arrivavano a frotte con cibi e libri italiani nelle valigie e io li portavo a passeggiare da Cascais all'Estoril, a mangiare i pastéis, a sentire il fado, a bere la ginjinha, e se c'era tempo a Sintra. Trascorrevo giornate intere fuori casa. All'inizio mi sentivo giovane e di passaggio; dopo i primi sei mesi, soltanto di passaggio. La casa di Lisbona è quella in cui sono invecchiato più rapidamente.
Bussano. Ci avrei giurato: da che mi ricordo, da sempre, da quando ero bambino, mai una volta che si porti le chiavi.
Non gli chiedo dove sia stato, perché tanto lo so già che ha camminato a caso per i vicoli di Alfama che gli ricordano altri vicoli, e poi si è seduto sulla panchina di fronte casa, quella dove batte sempre il sole.
– Facciamo una aglio e olio e poi partiamo.
Spotify passa musica italiana anni novanta.
Lui sfoglia il giornale italiano di cinque giorni prima.
Io intanto trituro il prezzemolo.
– Sei sicuro che non sei stanco? Possiamo rimandare...
– No, papà. Partiamo stasera.
La casa di Marano è la casa dei ritorni.
Ancora oggi, che pure ci manco da quasi dodici anni, quando parlo di casa intendo quella casa lì e quando utilizzo il verbo tornare intendo tornare in quella casa lì.
Resta il posto in cui ho dormito più notti. Ma l'ho fatto, nel corso degli anni, in letti diversi o almeno in letti posizionati diversamente. Un tempo ce n'erano due, a dividersi lo spazio di una camera, e io e mio fratello a dividerceli. Da quando la casa di Marano è diventata la casa dei ritorni, in quella camera è rimasto un solo letto e ci sono più spazio e più silenzio.
All'ultimo piano c'è una soffitta piena di scatoloni. Lì dentro, in mezzo a vecchi elettrodomestici, vecchi computer, vecchie stoffe, ci sono oggetti, libri e appunti di quando ero piccolo e di quando ero giovanissimo.
La casa di Marano è, tra le case della mia vita, quella da cui ho buttato via meno cose. Le case successive sarebbero state segnate da traslochi difficoltosi e rapidi, che come catarsi avrebbero ripulito scaffali e coscienza. Qualcuno, prima o poi, dovrebbe scrivere un elogio del trasloco, che insegnasse l'arte di tenerlo in bilico tra il fare i conti con se stessi e il fuggire.
Dalla finestra della camera si vedono, in due direzioni diverse, il rosa di un santuario e il bianco di una statua di Madonna. Da bambino, cattolico come mi avevano cresciuto, li cercavo con gli occhi quando avevo bisogno di consolazione o cure. Lo faccio ancora, inconsciamente, impercettibilmente, in ciascuno dei miei ritorni.
Guardo quel rosa e quel bianco, e poi mi volto verso l'interno della camera. Il letto adesso è posizionato in orizzontale, sulla parete di fondo. Mi ci appoggio, stancamente; mi lascio cadere su un fianco; mi accuccio in posizione fetale. Allontano i pensieri faticosi, cancello i pochi rumori che arrivano dalla strada, mi rannicchio ancora un po' e, quando arrivo con la fronte a toccare la punta delle ginocchia, faccio una cosa definitiva tipo nascere.
sabato 31 marzo 2018
fuorisede
Sono passati cinque mesi dall'ultimo post.
Nel frattempo ho cambiato casa, lavoro e soprattutto città: e non sapevo bene come dirvelo.
Ma non è mica finita. Mancano ancora cinque caselle al gioco dell'oca parigino, e ho intenzione di giocarmele da fuorisede.
Nel frattempo ho cambiato casa, lavoro e soprattutto città: e non sapevo bene come dirvelo.
Ma non è mica finita. Mancano ancora cinque caselle al gioco dell'oca parigino, e ho intenzione di giocarmele da fuorisede.
A prestissimo!
lunedì 6 novembre 2017
tu che mi sorridi mentre intanto leggi shakespeare
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