lunedì 16 marzo 2015

sotto le stelle del rex
[seconda e ultima parte]

    
 
[Recupera la prima parte]

    New Orleans, New Orleans

    Il jazz è quel genere musicale in cui chi suona si diverte molto più di chi ascolta.
    Il trombettista batte quattro volte il piede a terra, il pubblico tiene tre secondi d'apnea, l'orchestra parte. Loro sono in otto, vestiti in camicia bianca, pantalone nero, cravatta nera. Due di loro saranno i capibanda, saranno i più freddolosi indossano anche un gilet.
    A metà pezzo, il clarinettista lascia lo strumento e inizia a cantare battendo il ritmo con le mani. Ci invita a fare altrettanto e nel frattempo ammicca al resto della banda, gioca a gonfiare il petto, ride come un matto e, insomma, o è un attore della madonna o davvero si diverte persino più di noi, che pure apprezziamo e stabilito probabilmente un nuovo record di apnea collettiva a fine pezzo applaudiamo.
    La Preservation Hall è un piccolo freezer del jazz, ben nascosto nel French Quarter. Negli anni Sessanta, devono aver scelto un blocco di autentico New Orleans Traditional e devono avercelo buttato dentro. Da allora, ogni santa sera lo tirano fuori, ma solo per un'oretta e solo per una sessantina di fortunati; un attimo prima che si sciolga, lo ricacciano nel freezer.



    Nomi propri di persona

    Come eravamo giovani.
    Era solo un anno fa.
    Un giorno mi racconterai pure questa benedetta risalita del Mississippi...
    Marcello è al terzo Bloody Mary, mentre io sono passato ai whisky. Che non li avrà inventati Harry, ma si direbbe lui sappia almeno sceglierli e conservarli come si deve. Dentro di me, intanto, la piccola ernia iatale ringrazia e scivola ritmicamente su e giù dal diaframma. Erano mesi che non la vedevo così contenta.
    Invece Marcello si sta un po' incupendo, mi sembra. Gli chiedo finalmente di Miriam, dato che lui non ne parla. Che poi io questa qui non l'ho mai vista neanche in foto, e, detto tra noi, se indugiavo a chiedere, è pure perché avevo in cuore un mezzo dubbio che non si chiami invece Gisella. Lo so, a voi sembreranno due nomi diversissimi, ma per me, due che si chiamano Miriam e Gisella, se non le ho mai viste, hanno entrambe i capelli neri a caschetto e il naso un po' grosso; quindi, soprattutto dopo il secondo whisky, i due nomi li confondo facilmente.
    Che poi sono abbastanza un disastro in generale, coi nomi propri. Tipo alle feste. Quando mi presentano sette persone di fila, una dietro l'altra, e io non ho ancora imparato che, mentre bacio guance e stringo mani, devo concentrarmi sui nomi che dicono loro, e non sul mio, cazzo, che è lo stesso da trentaquattro anni e sono sicuro che la mia bocca riuscirebbe a pronunciarlo anche senza il mio aiuto. Invece, finito il giro di presentazioni, e passato qualche istante di iniziale e sciocca soddisfazione per aver scandito perfettamente il mio nome per sette volte, mi accorgo che tutto quello che mi è rimasto in testa, di questi tipi davanti a me, è veramente poco: boh, deve esserci un Edoardo, o forse invece era Leonardo, e due o tre di loro hanno le mani sudate, ma non saprei nemmeno dire quali.
    Poi anche 'sta storia della scrittura non è che aiuti. Perché se ogni tanto scrivi mettici pure tutti i filtri e la fantasia del mondo ti viene, un po', da attingere a quello che ti succede intorno. E però per qualche pudore strano, ma pure quando scrivi per te e basta, i nomi dei personaggi tendi a cambiarli. E allora finisce che dopo qualche tempo, le persone che ti circondano hanno per te almeno due nomi; in qualche caso sfortunato, anche di più.
    E ce lo so, direbbe Tanya nel suo inconfondibile American English, che lei sarà pure partita ma il suo accento m'è rimasto appiccicato all'anima, o almeno alle orecchie. Ha ancora gli occhi verdi e i capelli legati. Ed è dolce dolce come quel giorno ma stavolta anche un po' bellicosa.
     Ma tu che ci fai qui?  le chiedo.
    È un American bar. Che cazzo ci fai tu, piuttosto?
    Posso offrirti un whisky?
    Ci hai messo il mio nome vero.
    Ma no.
    Ma sì.
    Ma solo in una frase...
    E comunque si scrive Jennie, con l'ie finale.

    Marcello intanto sta parlando, con me, di Miriam.
    Io non ho seguito granché le parole ma il tono suggerisce che le cose non vadano benissimo. Torna una sera sì e due no, sta dicendo; non risponde in chat anche se c'è la spunta blu, sta dicendo; non rispetta il calendario delle pulizie. Marcello usa immagini bellissime. Aspetto che faccia una pausa per poterglielo dire. Hanno un calendario delle pulizie: trovo la cosa buffa; mi riporta a un mondo lontano popolato da giovanissimi studenti fuorisede, a coinquilini che consumano troppa carta igienica, a peli di barba bionda sul lavabo, a servizi di bicchieri in cui non ne trovi due uguali, a caffettiere mai lavate.
    Quando torno nell'Harry's Bar, Marcello sta parlando di free jazz, di variazioni su un tema così spericolate che alla fine il tema non sai neanche più qual era. Ma forse è solo una metafora da Bloody Mary.
    Infatti adesso si alza, un po' teatrale, e fa: Però mi vuole bene, eh... Le donne tendono a vedermi come un gentiluomo. Il padre ideale dei figli che faranno con qualcun altro... Whisky?
    Marcello usa frasi molto belle. Solo che ho perso gli ultimi sette minuti di monologo e mi resta il dubbio se questa sia sua o se invece stia citando Woody Allen.
    L'ultimo, dài.


    Il test dei fratelli Conte

    Il vecchietto con la stessa pelata del pianista di Paolo Conte smette improvvisamente di fare su e giù con la testa. Si alza, si stiracchia, si volta e viene verso il mio tavolo. Lo riconosco subito e quasi svengo.
    Enchanté. Paolo Conte.
    Sì, oddio, so benissimo chi è lei... Ero al suo concerto. Enchanté...
    Come si chiama il tuo amico?
    Intende Marcello?
    Marcello. È tutta la sera che lo ascolto. Usa immagini molto belle e frasi molto belle. Ma per il resto, sta sbagliando tutto. C'è un semplice test per trovare la donna della propria vita.
    Un test?
    Conosci mio fratello?
    Giorgio?
    Lui.
    Altroché, mi fa spaccare.
    Perfetto. A lui questo test non piace, ma ti assicuro che è valido.
    Un test.
    Funziona così. Allora, mettiamo che hai conosciuto una che ti sembra interessante e con cui sembra andare bene. Cosa le dici?
    E che ne so... Via, via, vieni via con me?
    Eh?!?
    Non perderti per niente al mondo lo spettacolo...
    Stronzate. Devi farle una sola domanda. Il test. La guardi negli occhi e le chiedi: Ma tu pausa   lo conosci Giorgio Conte?


    Questo è... il test?
    Sì!
    Paolo Conte è raggiante. E forse incomincio a capire anch'io.
    Ah, ok, ci sono! Se lei risponde di sì, allora quella è la donna della mia vita!
    Paolo Conte batte un pugno sul tavolo e dice una parolaccia astigiana.
    Ma lo vedi che non capite un cazzo? Già ci sei tu che conosci Giorgio Conte. Uno nella coppia basta e avanza. Troppa cultura di nicchia, sai che palle... Passereste le serate ad ascoltare album degli Inti Illimani e guardare film polacchi.
    In effetti...
    Questa risposta è da scartare. Nel caso, le dai un bacetto sulla guancia e dici che devi scappare perché hai lasciato il gas acceso. O le finestre aperte. O il gas aperto. Quello che vuoi.
    Non le finestre accese, però...
    Una risposta tutto sommato accettabile è semplicemente: Chi?!?
    Sì, capisco. Una donna semplice, vita rilassata... Senza tanti patemi.
    Esattamente. Da scartare, invece, quelle che rispondono qualcosa tipo: Ma certo, quello che canta "it's wonderful it's wonderful", vero?
    Hmm...
    Per carità. Si può accettare l'ignoranza ma non l'approssimazione.
    Giusto.
    E comunque, ovviamente, la risposta migliore, quella della donna da sposare, sarà: Volevi dire PAOLO Conte?



    Epiloghi

    Marcello torna con in mano gli ennesimi due bicchieri e lancia un ultimo cheers.
    A cosa brindiamo?
    In genere è una domanda che odio, ma stavolta la risolvo facile.
    A Gisella!
    E chi è?
    Boh, una mia amica...
    Carina?
    Abbastanza. Giusto il naso un po' grosso...
    A Gisella, allora!
    Marcello impiega tre sorsi. A me ne serve uno in più, ma va detto che lui è un Ottantaquattro e arrivati a fine serata sono dettagli che pesano.
    Il vecchietto con la stessa pelata del pianista di Paolo Conte smette improvvisamente di fare su e giù con la testa. Si alza, si stiracchia, si volta, passa davanti al nostro tavolo e esce.
    Che tipo, commenta Marcello.
    Già, faccio io tenendomi la testa con le mani.
    Usando la giusta concentrazione e tecniche di respirazione imparate intorno ai diciott'anni, riesco a non vomitare, ma è davvero una lotta dura tra il mio orgoglio e il mio stomaco.
    Dopo un minuto, usciamo anche noi. C'è ancora buio, poca gente in strada. In qualche modo torniamo a casa, ed è un processo di cui non ricordo i dettagli, ma che immagino lungo e poco lineare.
    Nelle ricostruzioni del mattino seguente, ci accorgeremo che abbiamo finito col materializzare tutte e tre le ipotesi che avevo buttato sul tavolo a inizio serata. Nel senso che torniamo in taxi, ma prima di trovarne uno camminiamo per poco meno di cinquanta minuti, e mentre apriamo la porta di casa vediamo gente sbucare dall'uscita del metro, che evidentemente è tornato in funzione perché in effetti è l'alba.



    Libbe è appena stata dal parrucchiere e sfida il vento gelido con capelli anche più corti del solito.
    Se glielo fai notare, ti risponde che dopo tutto quello che ha passato ma figurati se la spaventa un inverno.
    Poi l'ho visto, il blog.
    Bene.
    Fico.
    Mi fa piacere.
    Sorride.
    Ma... io solo così che apro e chiudo?
    Cioè?
    Cioè il tè, i pasticcini, du' battute... Famme fa' qualcosa.
    Ride.
    Ma sì, tranquilla. Ho grandi progetti per te.
    Passa un dito ad arricciare invano una ciocca di capelli che non c'è.
    E sia io che voi riconosciamo benissimo il momento. Perciò salto qualche passaggio e arriviamo direttamente a quando io, per fare il fico, guardo un punto dritto davanti a me, verso l'orizzonte, e rispondo: Ma figurati. L'unica cosa vera vera vera è che c'ho trentaquattro anni suonati.
    Dài.
    Eh.
    Adesso anche lei guarda fisso un punto dell'orizzonte davanti a sé. Sembriamo due matti. Fichissimi ma matti.
    Cioè ma tipo che manco il concerto?
    Costava troppo. 70 euro in balconata. Ma che davero...


Fonte della prima immagine:
Preservation Hall Jazz Band. Photograph. Britannica Online for Kids. Web.

domenica 1 marzo 2015

sotto le stelle del rex
[prima parte]






    Incontri

    Quando arrivo c'è già fila e Marcello (ma prometto che dal prossimo racconto comincio a frequentare francesi) è già in fila. Ci abbracciamo come vecchi amici, compaesani, emigranti del periodo tra le due guerre; un po' per quel senso di solidarietà speciale che hanno gli italiani che si incontrano fuori Italia, e un po' perché forse nessuno di noi due si fidava al cento per cento di un appuntamento dato settantadue ore prima, in aeroporto, da un mezzo sconosciuto.
    Ci siamo trovati a una conferenza, nel sud della Florida, e abbiamo scoperto di aver programmato entrambi qualche giorno di vacanza a New Orleans. Il problema è che io arriverò lì tre giorni più tardi e ho un vecchio Nokia 3310 dual band che negli Stati Uniti riesco a usare al massimo come sveglia. Allora facciamo una cosa d'altri tempi: ci diamo appuntamento per il venerdì sera, alle 20, davanti la Preservation Hall; chi arriva prima, aspetta.

    Più o meno un anno più tardi, più o meno un mese fa, ci ritroviamo a un'uscita della RER. Marcello mi ha scritto che ha un volo da Charles de Gaulle per il Sudamerica e, se per me va bene, si ferma un paio di giorni a Parigi. Ha ancora i capelli lunghi e l'aria persa di New Orleans; non sembra molto cambiato. Io, nel frattempo, ho comprato uno smartphone, attivato un account Facebook e messo su un blog. Ma a parte la svolta social, non devo essere troppo cambiato neanch'io.
    Insomma ci riconosciamo subito e lo accompagno nei miei diciassette metri quadri, in cui per l'occasione sono riuscito a far aggiungere una brandina. Sorprendentemente, resta comunque spazio per posare una valigia, appendere i giubbini, usare il bagno, preparare una pasta un po' insipida con due melanzane fuori stagione, e mangiarla sulla scrivania, seduti io sul letto e lui sull'unica sedia.
    Ci raccontiamo e domandiamo un po' di cose, saltando a caso tra lavoro, musica indie, città del mondo. Lui si scusa che non mi ha portato nulla di italiano, ma d'altra parte immagina qui a Parigi si trovi di tutto. Ma infatti, dico io, sta' tranquillo. Però non sono venuto da Milano a mani vuote, aggiunge, e nell'aggiungerlo pesca qualcosa dalla tasca della valigia.
    Quello che tira fuori è un foglio A4 stampato fitto. Me lo passa. Lo leggo. E capisco che sono due biglietti, di balconata inferiore, per il concerto di Paolo Conte al Grand Rex.


    Sotto le stelle del Rex

    Da fuori, il Grand Rex sembra un angolo di Las Vegas, ma dentro è un trionfo di art déco. Dicono contenga la sala cinematografica più grande d'Europa, ed è per questo che poi ci fanno anche concerti. Noi entriamo quasi titubanti; ci sembra di non essere appropriati al luogo, di essere troppo poco eleganti, troppo poco intellettuali, forse persino troppo poco alti. Il fatto che intorno la maggior parte della gente sorrida e parli italiano ci rassicura un po'.
    La sala ha un'atmosfera orientale che sa di presepe, con ai lati un abbraccio di palazzi veneziani, palme, statue, minareti. E le luci hanno qualcosa di magico, in questo loro apparire basse e soffuse senza esserlo davvero. Infine c'è il soffitto, che io l'avevo letto nella guida, ma Marcello no e rimane incantato e dice una parolaccia milanese. Sembra proprio quello dei presepi: piazzi una lampada a luce calda dietro un cartoncino scuro e bucherellato, e hai fatto la volta celeste.
   Ci mettiamo un po', a trovare i nostri posti, ma principalmente perché siamo emozionati, e lo facciamo senza davvero impegnarci, e secondo me anche con un leggero desiderio inconscio di perderci.



    Dopo una mezzora, si abbassano le luci e si alza il sipario.
    Paolo Conte usa un trucco: si porta dietro un pianista che gli assomiglia. A onor del vero, il pianista ha un tipo di pelata leggermente differente e indossa un paio di sottili occhiali neri, ma allo sguardo di uno spettatore della balconata inferiore può tranquillamente spacciarsi per Paolo Conte. Così quando i musicisti entrano (e lui, il pianista, bastardo, lo fa per ultimo), prendono posto e iniziano a suonare, molti degli applausi sono applausi di chi pensa che in scena ci sia Paolo Conte.
    Poi succede che, dopo un minuto e mezzo di ouverture, entra Paolo Conte.
    E allora c'è un momento di leggera confusione. Però non in tutti. Ce ne sono alcuni – uno proprio vicino a me – che loro invece l'avevano capito e ci tengono a far capire che loro l'avevano capito. Si alzano, lentissimamente, e applaudono. E anche questo è un gesto che fanno lentamente e in modo enfatico, come a rendere chiaro che loro, prima, mica avevano applaudito.
    Il concerto – va da sé – è un gran concerto. Alla fine, Paolo Conte ringrazia e lo fa da seduto, inchinandosi senza neanche spostarsi dal pianoforte, in maniera aggraziata, e muovendo il braccio destro da una parte e dall'altra, come a voler distribuire equamente, verso le due ali dell'orchestra, tutti gli applausi che arrivano. Un signore.
    Intanto le luci fintamente soffuse si sono riaccese, gradualmente, in maniera molto natalizia. Io e Marcello ci gustiamo la scena e applaudiamo, insieme agli altri personaggi del presepe. Poi uno di noi due dice "io vorrei arrivare all'età sua come lui", e l'altro di noi due risponde "io vorrei arrivare all'età sua".


    – Hai presente quando canta "le donne odiavano il jazz, non si capisce il motivo"?   
    – Eh.
    – Secondo me vuol dire due cose. Che non si capisce perché le donne odiavano il jazz. Ma soprattutto che le donne odiavano il jazz, perché nel jazz non si capisce il motivo.
    – Quale motivo?
    – Non c'è una melodia chiara.
    – Può essere. Guarda dove ti ho portato, caro il mio esegeta...
    Luci rossastre, ampia vetrata, ingresso stile saloon e un'insegna al neon che – font Old Script – declama: Harry's New York Bar.
    Marcello dice una parolaccia milanese e poi chiede: – Quello di Hemingway?
    – Di sicuro, qua dentro Hemingway ci ha lasciato un pezzo di fegato. Però se intendi quello della canzone di Paolo Conte, mi sa di no. C'è un Harry's Bar anche a Venezia e penso parli di quello.
    – Capace che lo troviamo dentro.
    – Hemingway?



    Entriamo e selezioniamo il tavolo libero più giusto del locale. Poi io vado al bancone a prendere due cocktail: ovviamente Bloody Mary, che pare il Bloody Mary l'abbia tipo inventato Harry.
    Mi sembra in giro non ci siano né Conte né Hemingway. In compenso, seduto tre tavoli avanti al nostro, di spalle, c'è un vecchietto con la stessa pelata del pianista di Paolo Conte. Il vecchietto siede da solo, beve birra da una bottiglia e sembra farlo in un Harry's Bar tutto suo. Ogni tanto guarda il soffitto. Ogni tanto dondola indietro con la sedia. Ogni tanto agita un braccio e dà una frustata col polso a un tamburo immaginario. Soprattutto, continua a fare un frenetico su e giù con la testa, per accompagnare il tempo sincopato della musica da pianobar che percorre il locale.
    Torno da Marcello, appoggio i bicchieri sul tavolo, ci guardiamo negli occhi come si usa, e diciamo cheers. Il resto del post saranno chiacchiere maschili da cocktail bar: se credete, potete anche uscire qui; prima che chiuda la metro.
    – Ma noi stanotte come torniamo?
    – Tre opzioni: camminiamo per cinquanta minuti; prendiamo un taxi; aspettiamo l'alba.
    – Vediamo come si mette... Comunque, o la seconda o la terza.




    Lisbon Story

    Per i più romantici:
    Io, il mio ultimo concerto di Paolo Conte, l'avevo visto quattro anni fa a Lisbona, al Centro Cultural de Belem, in compagnia di una ragazza simpatica e carina che nel giro di qualche mese mi avrebbe devastato.
    C'eravamo incrociati a un corso di lingua portoghese, in cui avevamo scoperto di essere entrambi italiani e arpeggiato quei pochi accordi maggiori iniziali che vanno studiati e imparati; il resto sarebbe stato improvvisazione e blue notes.
    Lei era brillante. Aveva un sacco di pazienza coi gatti e le parole crociate. Cantava sotto la doccia, mentre saliva o scendeva le scale, e assolutamente in nessun altro momento della giornata. Amava i romanzi noir. Cucinava una pasta alla norma decisiva.
    Io le ho insegnato il linguaggio dei fiori e può darsi il nome di qualche stella. Le ho regalato un ukulele. Ogni tanto le facevo leggere qualche mio racconto e lei tutte le sante volte commentava Carino, però non c'è crescita dei personaggi.
    – È importante? – chiedevo io.
    – È vitale, – diceva lei, – sennò non è un racconto, è una fotografia.
    Abbiamo passato insieme tre mesi, quattro mesi, cinque mesi: dipende da quando inizi a contare.
    Perché le storie che mi capitano hanno questo, di particolare: non si capisce mai bene quando inizino (prima si esce insieme ma solo insieme ad altri; poi si esce insieme ma non si sta insieme; poi si sta insieme ma senza dirselo) però quando finiscono lo fanno con una randellata precisa e puntuale che potresti segnarti ora minuto e secondo.
    Questa randellata qui è arrivata una sera d'ottobre con un paio di frasi talmente banali che sono riuscito a dimenticarle. Mi ha lasciato una gran confusione in testa, tanta che ancora adesso, quando me lo chiedo o me lo chiedono, non riesco a stabilire se Lisbona sia la città della mia vita o il posto più squallido del mondo. Mi ha lasciato un filo di rancore. Mi ha lasciato una piccola ernia iatale da scivolamento che non le ho più perdonato. Mi ha lasciato l'ukulele che le avevo regalato.
    Mentre la guardavo allontanarsi, quella sera, e provavo a ripetermi le frasi che aveva pronunciato – ma davvero non riuscivo già più a ricordarle – beh, le ho giurato mentalmente che prima o poi sarebbe diventata la protagonista di un mio racconto; e col cazzo che l'avrei fatta crescere.



    – Però, pure tu: i nomi delle stelle... Ma che stai nell'Ottocento?
    – Guarda che il cielo di Lisbona è tipo quello del Rex. Mica stavamo a Milano.
    – E poi l'ukulele. Ma comprale due orecchini. Che cazzo di regalo è un ukulele?
    Rido.
    – Comunque è l'unica cosa buona che ha fatto. Lasciarmi l'ukulele.
    – Non me l'avevi mai raccontata, questa storia.
    – Non avevo mai bevuto un Bloody Mary.
    Approfitto per mandare giù un sorso.
    – A proposito... Ho visto il blog. Simpatico.
    – Grazie.
    – Ma non è che...?
    – Cosa?
    – Voglio dire: stasera, il concerto, l'Harry's bar; cioè, io non so bene dov'è che siamo, come funziona con queste circoscrizioni. Ma non è che...?
    È un incubo. Finirà che la gente non vorrà più uscire con me per paura di ritrovarsi nel blog. Finirà che risponderanno Ok, ma visto che c'è sole perché non facciamo una gita fuoriporta nelle banlieue?
    Marcello sorride.
    Ma io lo sto studiando. Perché la situazione mi è familiare. E lo so, lo so benissimo, che sta per chiederlo.
    Rigiriamo i bicchieri tra le mani.
    Beviamo un altro sorso.
    Lui fa pure un mezzo sbadiglio come se stesse pensando ad altro e il discorso fosse chiuso, ma io non ci casco mica.
    Lo guardo con aria divertita e anche un po' di sfida. Perché è scientifico. Adesso lo chiede.
    Si massaggia le nocche con un moto vago. Dà un'occhiata al vecchietto che continua a far su e giù con la testa. Passa un dito tra i capelli ad arricciarsi una ciocca. Prende fiato.
    E poi lo chiede.
    – Ma le storie che scrivi sono vere?

[continua qui]


domenica 8 febbraio 2015

un gioco dell'oca all'incontrario
[seconda e ultima parte]


    


    Ci siamo persi dentro al Louvre

    Dalle vetrate della caffetteria, si vedono un pezzo di piramide e un pezzo di cielo. E si intuisce che ha ripreso a scendere quella tipica pioggerellina francese che non bagna ma rompe.
    Noi, già da qualche minuto, abbiamo finito di bere le nostre cose.  Abbiamo iniziato a stiracchiarci sugli schienali delle sedie, massaggiare le tazzine, fare treccine con le carte delle bustine di zucchero. È quel momento in cui bisogna dire qualcosa che permetta di muoversi da tavola, senza dare l'impressione che si è stufi della situazione. In questo, le donne sono bravissime.
    – Toilette! – esclama Tanya puntando l'indice dritto davanti a sé, col tono di una che sta lanciando la pubblicità.

    Col passare dei minuti, inizio a preoccuparmi. Chiedo aiuto a una coppia di italiane che chiacchierano a voce alta proprio davanti a me. Entrano in bagno e tornano fuori dopo trenta secondi, dicendo che non c'è nessuna californiana bassa e carina che si chiama Tanya.
    Deve essere uscita in un momento in cui guardavo da un'altra parte. E lei deve avermi cercato in un'altra direzione. Vatti a fidare del senso d'orientamento di un'americana.
    Inizio a guardarmi intorno a caso. Vado un po' avanti, un po' a destra, un po' indietro. Nessuna traccia. Allora mi dico Calma, ragioniamo.
Non ho il suo numero di telefono. So il suo nome (a parte un dubbio su una lettera), ma non so il suo cognome. So che abita alla Cité Universitaire, ma non so in quale edificio. Devo assolutamente ritrovarla qui.
    Cosa fare in questi casi? Regola numero uno: controllare negli ultimi luoghi in cui si è stati insieme. Faccio due volte il giro di caffetteria, bookshop, antibagno. Niente. Regola numero due: aspettarsi all'uscita. Potrebbe essere una soluzione. Uscire, fermarmi davanti alla porta e aspettare finché non compare. Prima o poi dovrà passare di lì.
    No. Due problemi. Primo: potrebbe essere già uscita e, pensando che io sia andato via, essere tornata alla Cité. Secondo, e inattaccabile: il Louvre non ha una sola uscita.
    Quindi, ho il classico lampo di genio. Domandatevelo insieme a me: dove si darebbero appuntamento, dentro al Louvre, due che non possono darsi un appuntamento?
    Rifaccio di corsa le scale, saluto con un cenno la Nike di Samotracia, faccio l'occhiolino ai vari Giotto e Caravaggio che incrocio, attraverso a passi lunghi la Grande Gallerie, e finalmente ci sono.
    Davanti alla Gioconda, la solita, ingiustificata massa di persone. Le analizzo una per una. Le conto, persino. Ottantaquattro. Lei non c'è. Decisamente, non c'è. Sconsolato, faccio per proseguire e passo dietro l'enorme pannello che sorregge la Monna Lisa.
    – Sapevo che saresti arrivato! – esclama una voce di Tanya che mi sembra più suadente di quella di prima. Mi guarda con due occhi decisamente più verdi di prima e, carezzandomi una guancia con una malizia che prima non aveva, dice: – Meno male. Ho il biglietto del mio volo dentro il tuo zaino.
    Quindi appoggia le mani sui miei fianchi e mi dà un bacio a stampo sulla bocca. Lungo. Lunghissimo. Molto più lungo di quello che qualunque felicità e riconoscenza del momento possano giustificare.



    Tutto questo per dare l'idea di quante cose un uomo abbia il tempo di immaginare mentre aspetta una donna che è andata in bagno.
    Dopo quindici minuti esatti, Tanya viene fuori scusandosi. Ha le mani leggermente umide; e forse il lucido sulle labbra un po' più marcato; ma mi domando cosa abbia fatto nei restanti quattordici minuti e mezzo.
    – Che si fa, usciamo?
    – Prima devo togliermi uno sfizio, – dico io. – Andiamo a salutare Delacroix. La Liberté guidant le peuple!
    Tanya ride, mostra una specie di piccolo pugno chiuso, ed esclama a gran voce: – Allez! – che, dati il contesto e l'intenzione, credo di poter tradurre abbastanza fedelmente con un daje.



    Sostanzialmente per educazione


    Per i più romantici:
    Siamo stati bravi, pensiamo entrambi, mentre usciamo da dietro la piramide, soddisfatti dell'incontro della visita delle parole dette, e prontissimi a recitare un finale perfetto e maturo.
    Inizia lei. Dice che deve andare, ha mille cose da fare, una partenza da organizzare.
    Ci sta. Io ragiono un secondo e mezzo e concludo che non c'è molto margine. Ma qualcosa devo pur proporre. Insomma, siamo lì, e abbiamo appena passato insieme una giornata magica, di quelle che ogni tanto capitano e fanno bene all'autostima e alla motilità dell'intestino. Metteteci che io sono pure italiano. Ho l'impressione che suonerebbe davvero sgarbato salutarla e basta. Quindi, sostanzialmente per educazione, dico qualcosa tipo: – Ok, ma perché non passi da me stasera? Mangiamo un piatto di pasta e ci salutiamo...
    Pronuncio la frase misurando con cura entusiasmo e malizia. Diciamo che da zero a dieci, uso un otto di entusiasmo e un sette e mezzo di malizia (ma giuro che non lo faccio per me, lo faccio per l'Italia).
    – Grazie, ma stasera sarà proprio un casino. Devo mettere in valigia un anno di vita parigina.
    Lo dice sorridendo. Ed è giusto. Ed è una chiusa che funziona.
    – Aspetta, – dico. – Hai il biglietto dell'aereo nel mio zaino.
    – Il biglietto? Devo ancora fare il check-in online.
    – Ah, no, niente, scusa... Il biglietto c'era quando ci siamo persi dentro al Louvre.
    Lei mi guarda come si guarda uno un po' matto. E poi fa sì con la testa, come si fa coi matti.
    Non ci scambiamo neppure inutili indirizzi e-mail, contatti Skype, cognomi per cercarci su Facebook. Io non lo faccio perché ho il senso pratico di un trentaquattrenne, lei non lo fa perché ha il senso pratico delle americane. Le auguro buon viaggio, con un sorriso largo che vorrebbe comprendere nell'augurio molto più dei semplici tre voli che la aspettano. Lei, occhi verdi e capelli legati, sorride a sua volta e sussurra: – Take care.
    Che in generale vuol dire un mucchio di cose, e in questo caso pure addio.

    Libbe spunta dall'angolo opposto al mio, col mio stesso affanno e la stessa espressione di scusa negli occhi. Abbiamo venticinque, spaccati, identici minuti di ritardo. Ci guardiamo, ci capiamo, e nelle pieghe dei nostri visi il senso di colpa lascia lentamente posto a un'espressione divertita. Sono cose che possono succedere solo a due italiani; i francesi che ne sanno...
    – Allora dove andiamo? – domando.
    – C'è una patisserie definitiva da quella parte, tra un paio di blocchi.
    Io do un'occhiata alla mappa e dico: – Due blocchi da quella parte. Aspetta... No, troppo in là, così me rovini il blog.
    – Il blog?
    – Vieni con me che ti spiego.

domenica 1 febbraio 2015

un gioco dell'oca all'incontrario
[prima parte]






    Erasmus per adulti

    Libera ha un nome bellissimo.
    A me piace pronunciarlo rafforzando la B perché lei viene da Roma. E poi mi piace abbreviarlo per comodità, così finisce che di solito la chiamo Libbe.
    – Allora? 'Sta storia del blog?
    – Aspetta, aspetta, procediamo con ordine...
    Arriva il cameriere e sceglie lei per entrambi: due tè e qualche pasticcino francese che non conosco.
    Libbe ha capelli cortissimi e neri, una voglia sotto il mento, è a Parigi da tre anni. Io invece sono arrivato da due giorni e ho un mucchio di idee per la testa.
    Ma procediamo con ordine.

    Alloggio in un posto che si chiama Cité Internationale Universitaire de Paris. Si chiama così perché è una piccola città nella città, perché c'è gente che viene da dovunque, perché è pieno di studenti, perché si trova a Parigi. La maggior parte degli edifici ha il nome di una nazione: Maison de l'Italie, Collège d'Espagne, Fondation des États-Unis. E la maggior parte dei residenti sta nella Maison della propria nazionalità, ma a me, sfigato e apolide come sono, hanno assegnato uno studio alla Fondation Deutsch De La Meurthe, che prende il nome dal suo fondatore ed è una sorta di zona neutra: la Svizzera della Cité.
    Il posto è vivo. Per esempio propone la locandina sulla porta dell'edificio – stamattina alle 10 c'è colazione sociale nel Grand Salon: basta portarsi una tasse e al resto pensano loro. La mia cucina è al momento piuttosto striminzita e la cosa più somigliante a ciò che credo sia una tasse è un boccale da birra media. Lo infilo nel tascone della felpa e vado.



    L'edificio principale della Fondation sembra la scuola di Harry Potter, mentre il Grand Salon della Fondation sembra l'interno della scuola di Harry Potter: lunghi drappi rossi su una delle quattro pareti, un pianoforte a coda in uno dei quattro angoli, un grosso lampadario sull'unico soffitto.
    Finisco di fianco a un tedesco timido con gli occhiali e di fronte a una ragazza americana e intraprendente, che si chiama Tania oppure Tanya e ha gli occhi verdi e i capelli legati. È più bella, più giovane e più bassa di me; le prime due condizioni sono via via più frequenti, nelle donne che incrocio, ma la terza continua ad essere poco comune.
    Ci raccontiamo brevemente, in inglese, chi siamo e cosa facciamo. Tanya viene dalla California, qualche posto vicino San Diego, quasi al confine col Messico. Studia medicina ed è qui per una specie di Erasmus euro-americano che è arrivato al termine: riparte domani. Cosa faccio io, lo sapete o lo scoprirete. Quello che fa il tedesco, non ci interessa.
    – Anch'io mi sento tipo in Erasmus, sorrido. – Un Erasmus per adulti.
    – Ma perché? – ride lei. – Quanti anni hai?
    – Eh, trentaquattro.
    Ora. Io, per carità, da qui in avanti un po' di cose le romanzerò, le addolcirò o le inventerò persino, ma giuro che questo è vero: lei spalanca gli occhi fino a farli diventare rotondi come quelli dei protagonisti dei cartoni animati giapponesi e dice:
    – Wow. Sembri dieci anni più giovane!
    Giuro. Traduzione letterale. Dieci anni. Stàtece.
    – Trentaquattro e mezzo, – preciso. E poi aggiungo: – Però ti assicuro che li ho usati poco, – che a me sembra un'espressione divertente, ma forse nella traduzione si perde un po'.
    – Che fate oggi? – ricomincia Tanya, intraprendente come avevo capito.
    – Nessun piano, – rispondo.
    – Esami in vista, – dice il tedesco con gli occhiali.
    – È la prima del mese, ci sono i musei gratis. Pensavo di tornare al Louvre. Qualcuno vuole unirsi?
    La sala ha iniziato a svuotarsi.
    A me la proposta di Tanya sembra un dono del cielo.
    E gli esami del tedesco con gli occhiali una benedizione.
    Io ci sto!



    Louvre

    Al Louvre – sarà che è domenica, sarà che è gratis – c'è una fila che, se non fosse per Tanya e il contesto, non farei mai nella vita. Ci mettiamo compostamente dietro una coppia di sessantenni tedeschi. Tanya è qui da un anno e il suo francese con accento americano è di buon livello e in qualche modo intrigante. Però, per me questa lingua è ancora un mistero, e allora finiamo col parlare inglese. Approfittiamo dell'ora e mezza che ci aspetta, in piedi, nel freddo umido di Parigi, per raccontarci un po' di cose. Visto il posto in cui siamo, iniziamo parlando di arte e di storia dell'arte. Io non ne so tantissimo, ma gioco d'esperienza e in qualche modo me la cavo. Lei dice che le piacerebbe dipingere ma non l'ha mai fatto. E le piace disegnare, ma non è mai andata oltre poveri schizzi su quaderni. Mi mostra qualcosa da un bloc-notes. Bozzetti a matita. È piuttosto brava, mi sembra, e glielo dico.
    – Perché non ti ci dedichi più seriamente? le chiedo.
    – Naaa, c'è tempo, – fa lei.
    – Ma quale tempo e tempo, 'ste cose vanno prese di petto. Appena usciamo di qui, ti regalo una cassetta di acquerelli.
    – Il giorno prima di prendere tre voli, geniale. Farò già fatica a schiacciare in valigia quello che ho.
    Ride. Si sta creando una buona complicità. I due sessantenni ogni tanto si girano e chissà che pensano.
    – Conosci Grandma Moses?
    – Non mi sembra.
    – Beh, è una che ha iniziato a dipingere a 78 anni. E adesso i suoi quadri valgono milioni di dollari.
    – Cavolo. E prima che faceva?
    – La casalinga in Virginia.
    Che bella storia, penso e probabilmente dico. A scuola ci riempiono la testa di geni che scrivono poesie a dodici anni, suonano da dio a quindici, dimostrano da adolescenti teoremi che cambiano il corso della matematica. Normale che uno poi venga fuori frustrato, da quei posti lì. Questo, invece, sì che è un esempio socialmente utile. Grandma Moses. Giuro che se lo trovo, mi appendo in camera un poster gigante di questa casalinga della Virginia, così ogni sera prima di andare a letto lo guardo e mi dico non preoccuparti, keep calm, c'è tempo: dormi tranquillo.

    Arrivati all'ingresso, ci accorgiamo che in un'ora e mezza di fila abbiamo parlato di tutto tranne che di cosa guarderemo.
    – È immenso, – dice lei. – Dobbiamo selezionare.
    – Giusto.
    – Ma è facile: collezione italiana! – propone osservando la mappa e strizzandomi l'occhio.
    – Ok, ma allora poi chiudiamo con la nordamericana.
    – Non ci vorrà molto, – ride.
    Iniziamo a camminare per le sale prerinascimentali, dove Botticelli e Giotto vari ci scrutano, e sorridono o minacciano dalle pareti. Ogni tanto ci separiamo e ci concentriamo su un quadro in particolare, per ricongiungerci prima di cambiare sala.
    Confesso che io in quei momenti, anziché guardare i quadri, penso a cosa dire dopo.

    Durante il passaggio tra Quattrocento e Cinquecento, le chiedo qualcosa della California, che per me è un posto talmente da telefilm che mi sono sempre domandato se esista per davvero. Le chiedo di San Diego, le chiedo delle spiagge con le palme, le chiedo se è mai stata in Messico. Lei risponde di no, che il Messico appena oltre confine non è il Messico che vorrebbe vedere, e comunque in quei posti non ci andrebbe mai da sola, e comunque in un certo senso è il Messico ad andare da loro. Ed è un bene, mi dice, perché arrivano a frotte e tipicamente aprono ristorantini minuscoli e squallidi dove la cucina è favolosa. Come la vostra, aggiunge sorridendo. Mi chiede se sono bravo in cucina. Parecchio, rispondo barando e pensando che tanto non mi vedrà mai davanti a un fornello (ma giuro che non lo faccio per me, lo faccio per l'Italia).
    Davanti alla Gioconda, c'è una massa di gente per me ingiustificabile e per Tanya giustificabile ma comunque eccessiva. Così, puntiamo dritto alla sezione nordamericana.

    Solo che la sezione nordamericana non esiste.
    La mia guida suggerisce di provare con un'area che contiene le arti d'Africa, d'Asia, d'Oceania e delle Americhe. Manca solo l'Antartide, commentiamo.
    Facciamo due rampe di scale e iniziamo a guardarci intorno, confusi dentro questo caotico Bignami del resto del mondo. Se non altro, ci diciamo, stacca bene con la scorpacciata di quadri fatta fin qui. C'è qualche scultura, qualche ceramica, qualche anfora.
    – L'avevo detto, che ci avremmo messo poco, – scherza Tanya.
    Rido e le scatto una foto, con lo sfondo di una statuetta preispanica Chupicuaro, fatta di colori a scacchi e un girovita enorme, che sembra in definitiva la cosa più vicina a casa sua.


    
    Un gioco dell'oca all'incontrario

    Sediamo in una delle caffetterie del museo.
    Ci guardiamo intorno e ci diciamo che il posto è molto bello, che ci fa sentire un po' artisti.
    – Ma raccontami qualcosa, – le chiedo nonostante abbia già parlato il doppio di me. – Raccontami di quello che studi.
    Lei prende fiato e parte. Ha le idee chiarissime. Le gote si colorano gradualmente di rosso e il suo American English diventa progressivamente più tecnico e veloce. È un monologo di dieci minuti in cui mi parla di atri e ventricoli, di chirurgia generale, di un problema particolare, di una tecnica nuova, di cardias ipotonico, e poi di quello che vorrebbe fare lei, della tesi che ha quasi finito, del dottorato che dovrebbe iniziare. Io non capisco tutto tutto, ma il suo entusiasmo arriva dritto alla pancia. Che bello, penso. Ed è contagioso, lascia voglia di capirne di più.
    Non si può fare tutto; però per un attimo succede che chiudendo gli occhi vedo un poster immaginario sulla parete di camera mia, e mi giuro che se a 78 anni sono ancora vivo, prendo e mi metto a studiare medicina.
    – Mi spiace ma io la domenica non parlo di lavoro, – sorrido.
    – Parlami d'altro...
    Piccola pausa. In cui in realtà so benissimo quello che dirò.
    – Voglio aprire un blog.
    – Boom! Su cosa?
    – Ci sto ragionando. Comunque pensavo di metter su dei racconti.
    – Scrivi?
    – Ogni tanto.
    – E che tipo di racconti?
    – Roba leggera. Devo trovare qualcosa che funzioni sul web. E che mi diverta. E anche una cornice che tenga insieme tutto.
    – Qualche idea?
    – Pensavo di usare Parigi. Visto che sono qui.
    – Racconti parigini.
    – Più o meno. Ma non voglio neanche che diventi il mio diario.
    – Racconti parigini di fantasia.
    – Esatto.
    – Cool.
    – Boh.
    – Ho un'idea.
    – Vai!
    – Puoi usare gli arrondissement.
    – In che senso?
    – Come cornice. Un post per arrondissement.
    – Cavolo, bell'idea!
    (Per chi non lo sapesse, gli arrondissement sono le circoscrizioni di Parigi. Si parte dal centro col numero 1 e poi ci si allarga a spirale in senso orario. Immaginate un gioco dell'oca all'incontrario.)
    – Cavolo, bell'idea!
    – Adesso hai anche la cornice.
    – Sei un genio.
    – L'ho sempre pensato.
    – E così ho pure una regola da seguire. Se puoi scrivere di tutto, my darling, finisce che non scrivi niente.
    – De rien.
    – Merci. E sai cosa sto pensando?
    – Dimmi.
    – Che siamo giusto giusto nel primo arrondissement... Ti dispiace se infilo questa conversazione nel primo post?
    – Ok. Come vuoi che ti chiami?
    – Tania.
    – Bel nome. Con la i o con la y?
[il testo continua qui]
[qui la versione audio]