mercoledì 1 febbraio 2017

anniversario

    Sono passati due anni esatti da questo primissimo post.

    E anche se negli ultimi mesi trovarecasaaparigi ha proceduto un po' a rilento, non si tratta affatto di una fine.
    Ci sono progetti in cantiere, idee da rendere progetti, arrondissement da rendere idee. In particolare, in questo terzo anno, nell'andare a chiudere lentamente il gioco dell'oca, trovarecasaaparigi proverà a diventare sempre più un audioblog.
    Anche per questo, gli è stato necessario un po' di lavoro oscuro, di ripensamento e di preparazione. Ma ormai ci siamo: stay tuned.



    Intanto, se volete, potete aiutarlo a soffiare...


venerdì 25 novembre 2016

lo conosci giorgio conte?
[testo]

[Questo pezzo è nato tra le fessure di Sotto le stelle del Rex]

sarà anche vero che ci abbiamo
mille e più cose in comune
che il telefono lo usiamo
proprio per telefonare
e che le notti le passiamo
tutti e due a girare invano
il vano letto e non dormire

sarà anche vero che hai scartato
tanti baci perugina
e dentro ognuno ci hai trovato
una motivazione buona
hai devastato margherite
e il tuo ascendente sbatte bene
sul mio segno zodiacale

né ti nascondo quanto adori
i nostri scambi di battute
e il fatto che non te la prendi
se dimentico le date
insomma pare proprio amore
resta solo un microscopico
quesito da chiarire

ma tu, lo conosci giorgio conte?
no, non ho detto paolo conte
che pure è suo fratello
meno alto ma più magro
più famoso e anche più bello
ma mi pare sia evidente
che se dico giorgio conte
non intendo paolo conte
tu rispondi è indifferente
è suo fratello, in fondo è uguale
che io quasi ti direi
senti scusa per favore
mi daresti mica il numero



l'email di tua sorella
che domani quasi quasi esco con lei
voglio dire tanto è uguale
è tua sorella
che anzi mi potrei sbagliare
ma se non ricordo male
è persino un po' più alta e un po' più magra
è persino un po' più...


beh la questione, non discuto
appare semplice e lineare
abbiamo uguali idee politiche
nessuna religione
amiamo entrambi i film di guerra
gli spaghetti cacio e pepe
canticchiare sottovoce

e poi sì, sì, sicuramente
hai due degnissimi occhi neri
e ricontando i contro e i pro
sembrano molto meno i primi
e no, no, no, notoriamente
non ho mai dato importanza
ad altri aspetti secondari

né ti nascondo quanto apprezzi
che per quanto ami le rose
poi ti basti anche il pensiero
t'accontenti delle scuse
che sarebbe proprio amore
non ci fosse un microscopico
quesito da chiarire

ma tu, lo conosci giorgio conte?
no, non ho detto paolo conte
che pure è suo fratello
meno alto ma più magro
più famoso e anche più bello
ma mi pare sia evidente
che se dico giorgio conte
non intendo paolo conte
e tu che insisti è indifferente
è suo fratello, in fondo è uguale
che io quasi ti direi
senti scusa per favore
mi daresti mica il civico
e la via di tua sorella
che domani quasi quasi esco con lei
voglio dire tanto è uguale
è tua sorella
che anzi mi potrei sbagliare
ma se non ricordo male
è persino un po' più alta e un po' più magra
è persino un po' più...





[Vai alla versione audio]

martedì 6 settembre 2016

fado

    Questo è un extra-muros un po' spinto... ma visto che ultimamente si parlava di Lisbona, lo riporto anche qui.
    Un raccontino da leggere al ritmo del fado: scritto qualche tempo fa, pubblicato in un'antologia, e rilucidato con amore per gli amici del SIAP (Scrittori Italiani a Parigi).




    Di Irene amavo gli occhi, la nuca, il coraggio e un certo modo di puntare la lingua contro gli incisivi inferiori nel pronunciare le parole che cominciano per esse impura. Scoglio. Specchio. Stronzo. Quando diceva quelle cose lì, la adoravo.
    – Te adoro, – mi disse lei, la seconda volta in cui ci vedevamo. Tra di noi parlavamo italiano, ma per le stronzate e le frasi romantiche usavamo il portoghese. Era una specie di codice che mi è rimasto appiccicato addosso per parecchio, ad avvelenarmi le conversazioni, anche quando lei non c'era più già da un pezzo.
    Del resto, c'eravamo conosciuti a un corso di lingua. Capii che era romana perché a lezione diceva "sory" con una erre sola. Ci scambiammo gli appunti e cenammo in una bettola di Bairro Alto. Le stradine piene di gente facevano su e giù, e ad ogni angolo c'erano un locale aperto e panni stesi, come a Trastevere.
    Era quel periodo in cui si esce insieme ma non si sta insieme. Ci incontravamo la sera, fumavamo, e bevevamo ginjinha, un liquore alla ciliegia che non mi è mai piaciuto, raccontandoci le novità e le nostalgie. Sembravamo emigranti del periodo tra le due guerre; invece ero solo in Erasmus. Studiavo geometria analitica e sapevo tutto delle coniche.
    – Perché si chiama Erasmus? – chiedeva lei.
    Io le parlavo di Erasmo da Rotterdam, per lo più inventando, e intanto le passavo tre dita dietro la nuca. Lei mi spiegava di essere lì in una sorta di introduzione al Brasile: quattro mesi di lavoro a Lisbona a imparare la lingua, prima di partire per Rio a trovare uno zio e, sperava, fortuna.
    Camminavamo a caso per i colli della città, fermandoci a guardare il panorama ad ogni miradouro. Io guardavo un po' il Tago e un po' lei, che indossava maglie cortissime, sopra un ombelico di quelli col ciccetto all'infuori.
    Era il periodo in cui si sta insieme senza dirselo. Lei elencava le parole nuove che aveva imparato e io le contavo. E intanto pensavo che partire da Roma per andare a Lisbona a innamorarsi di una ragazza di Roma è una carambola che ti riesce una volta ogni mille vite. È normale che uno poi ci legga dentro cose strane: un segnale, il destino, le congiunzioni astrali.
    – É o fado, – diceva lei, e intanto tirava su col naso, perché era sempre mezza nuda ed era ovvio si sarebbe beccata un raffreddore.
    Una volta, le regalai un paio di scarpe tutte colorate. Ci conoscevamo da tre mesi e, secondo me, stavamo insieme. Lei, un po' per volta, iniziò a raccontarmi delle storie che si portava dentro. A una certa età, i suoi s'erano separati e aveva passato due anni con la madre, fatti di crisi continue e rumorose in cui non si capiva chi badasse a chi.
    – Prendimi in braccio e portami alla fermata del tram, – diceva ridendo.
    A diciott'anni, era andata a vivere da sola in una tripla sulla Nomentana Nuova. Studiava, lavorava, si innamorava. A un certo punto s'era persa per uno di vent'anni più vecchio di lei. Grandi progetti. Promesse e cene importanti.
    Ogni tanto, Irene smetteva di parlare e si guardava le scarpe e mi chiedeva se non fossero bellissime. Io allora mi chinavo e le baciavo. Lei allora rideva e riprendeva a raccontare, come se tutto fosse una fiaba lontana o la storia di un'altra.
    Le piacevano le cose colorate: le scarpe colorate, i bicchieri colorati, le esistenze colorate. Aveva preso una di quelle sbandate che a volte spezzano le vite delle persone. Invece lei aveva riabbassato il capo, aveva infilato i guanti di lana, e s'era inventati un presente e un futuro tangibili e coloratissimi, dove prima non c'era che confusione.
    Passammo un fine settimana in Algarve, una regione magica in cui metà febbraio sembra fine primavera. Persino scrollare la sabbia dai sandali era piacevole, in quei giorni lì. Irene mi sedeva sulle gambe e mi descriveva il Brasile come se ci fosse stata per anni. Le spiagge, la foresta, le baracche.
    – E farò volare gli aquiloni, che laggiù sono enormi, – diceva.
    Nei suoi discorsi c'erano solo passato e futuro, ma soprattutto futuro. Io, invece, parlavo pochissimo, perché spendevo tutte le energie ad ascoltarla e guardarle gli occhi o la nuca.
    Se è vero che le storie d'amore sono parabole con la concavità rivolta verso il basso, allora quello era il punto in cui la ipsilon ha valore massimo e la derivata prima vale zero.
    Venne un periodo di piogge continue, due settimane senza interruzioni. Ma neanche questo ci tenne chiusi in casa: io indossavo un k-way, lei le maglie cortissime di sempre, e uscivamo. Ci piaceva, vederci bagnati.
    Era la fase in cui si cerca una definizione formale dell'amore. Io iniziavo a contare i giorni che mancavano alle nostre partenze, mentre lei sembrava non pensarci mai. E riflettevo che innamorarsi perdutamente di una ragazza che tra un mese andrà in Brasile, può darsi per sempre, quando tu fra tre mesi tornerai a Roma, può darsi per sempre, è un delitto, una condanna, un'ingiustizia.
    – É o fado, – diceva lei.
    Erano pomeriggi densi e pensosi, di arcobaleni tendenti al rosa, che in Italia non avevo mai visto.
    Quando le proposi in portoghese di partire con lei per il Brasile, mi rispose in italiano che ero un bambino. Fu una serata silenziosa. Si fece accompagnare a casa prima del solito, mi baciò in fronte anziché in bocca, mi disse buonanotte anziché sali. Se mai eravamo stati insieme, quella fu la sera in cui ci lasciammo.
    Tornai a casa lentamente, evitando le pozzanghere.
    Ancora oggi mi chiedo dov'è che abbiamo sbagliato se abbiamo sbagliato, e di chi è stato il merito se invece abbiamo fatto tutto giusto. E se lei fosse più matura di me, o soltanto meno romantica, o soltanto meno innamorata.
    Di sicuro, quella sera del bacio in fronte, avrei preferito sentirle dire che ero uno stronzo, piuttosto che un bambino. Anche solo per il gusto di vederle rimbalzare in bocca un'ultima esse impura.
    Era marzo. Passai a Lisbona ancora due mesi.
    Durante la settimana, studiavo come un pazzo per recuperare il non fatto.
    Nei weekend, giravo il Portogallo.
    La sera, cenavo da solo e ascoltavo il fado, che è una specie di stornelli romani però tristi.



Il racconto è apparso nella raccolta: AA.VV., Nulla è come sembra. Bonaccorso Editore. 2010
Vai alla versione audio.

domenica 28 agosto 2016

lisbona è un imbuto



Questo pezzo è nato tra le fessure di Tutto il ferro della Tour Eiffel.

1.
lisbona in principio
era un quarto con vista sui tetti di alfama
una donna che chiama
soltanto la sera che manca qualcuno o le serve qualcosa
lisbona è una rosa
che le ho regalato dicendo (ridendo e scherzando) ti amo
lisbona facciamo
che adesso c'avevo dieci anni di meno e lo stomaco buono
lisbona ti chiedo umilmente perdono
se ho avuto l'ardire di un'ultima mano
ma quanto ho ammirato
i tuoi assi spaiati e uno zingaro è un trucco cantava la radio

2.
lisbona è un armadio
che dentro c'ha ancora la sua naftalina la sua confusione
col fatto che piove
stasera per dire cercavo un k-way ed ho trovato un grembiule
lisbona è un baule
stracolmo di gente che non è esistita
e una vita sciupata
a inventare persone speciali ma finte non è che una fuga
non è che la piega
che prende il discorso ascoltato a metà da una radio che parla
tu dille soltanto dovessi vederla
che dentro il mio armadio ha scordato una gonna

3.
lisbona è una donna
che sono contento di aver conosciuto
lisbona è un saluto
magari ritorno magari a settembre se torno ti chiamo
lisbona è un ricamo
che un sarto distratto ha lasciato incompleto
lisbona è un divieto
proibito tenere presente il passato
è davvero un peccato
doverti lasciare ma ho un volo economico già prenotato
lisbona-parigi
e sarebbe un reato con l'aria che tira un biglietto scaduto

4.
lisbona è un imbuto
che prende le storie le filtra le ingoia e le fa scomparire
lisbona ad aprile
ha un curioso profumo di foglie di timo seccate dal sole
lisbona se piove
continua a sembrarmi un inutile spreco di acqua sul mare
ed è più che normale
a star senza un k-way ritrovarsi bagnato sentirsi migliore
lo so che è un errore
cambiare le regole quando si è già incominciato a giocare
ma insomma ti pare
possibile che abbia ogni sera qualcosa di meglio da fare?

5.
lisbona scompare
tra i suoni di un fado ed un fumo sprecato a arrostire sardine
lisbona alla fine
sarà un miradouro con vista sul tago ed un ultimo volo
lisbona ti chiedo di nuovo perdono
se ho avuto l'ardire di dire ti amo
lisbona facciamo
che adesso c'avevo dieci anni di più e l'intestino irritato
però per il resto non ero cambiato
e l'ennesima donna speciale ma vera
facciamo che c'era
e quel giorno parigi sembrava lisbona e magari un pochino persino pioveva


mercoledì 3 agosto 2016

la notte in piedi

    


    Paul vuole andare a prendere la Bastiglia.
    Perché, dice Paul, a chi comanda non gliene frega un cazzo che occupiamo le strade e riempiamo le piazze: a chi comanda, basta che non gli entri a casa loro e non gli tocchi i luoghi strategici.
    Casa loro, Paul non lo sa dove sta. E poi magari a casa loro ci stanno le mogli che non c’entrano niente e i bambini che si prendono paura. Per questo, Paul invece vuole prendere i luoghi strategici. La Bastiglia ha un ruolo molto importante, dice. La Bastiglia è un luogo strategico.
    Io ovviamente ci ho provato, a spiegargli che la Bastiglia non esiste più, che l’hanno presa almeno due secoli fa e hanno buttato giù tutto, ma proprio tutto, che era già quasi vuota pure prima ma adesso non c’è rimasto niente per davvero, manco due sampietrini.
    Però Paul non ci casca. Tira fuori la mappa di Parigi e mi mostra Place de la Bastille. Se c’è la piazza, ci deve essere pure la Bastiglia, dice.

    Place de la Republique, invece, è piena zeppa di ragazzi. Alcuni suonano, seduti in un angolo. Altri comprano le birre che vengono fuori fresche e bagnate dai secchi di qualche venditore ambulante.
    Sotto la statua della Marianne, ci stanno due che si passano un microfono e parlano fitto fitto, con un andamento a metà tra il comizio e il rap: di ore di straordinario che aumenteranno esponenzialmente, di gente che cambierà lavoro ogni sei mesi, di una legge che dovrebbe favorire chi il lavoro non ce l'ha ma invece se vai a vedere penalizza tutti. Qualcuno alza una mano per dire che bisogna essere precisi, che se no facciamo come loro, e nel testo non c'è nulla che parli di più straordinari. Nel testo c'è scritto che le ore in più verranno pagate un 15% in meno, riprende quello col microfono: ci vuole tanto a capire che gli straordinari aumenteranno?
    Io guardo Paul e vorrei coinvolgerlo, o almeno capire cosa stia pensando, o almeno toccargli un braccio. Provo a spiegargli che la Bastiglia non esiste più – deve credermi – però se esiste ancora un modo di prenderla, adesso che è il duemilaesedici e le baionette stanno nei musei, allora essere qui, in piedi, questa sera, in questa piazza, è il nostro modo di prenderla. Che se c'è qualcosa che si può fare, questi ragazzi la stanno facendo e la faranno. Che oggi funziona così. Ma Paul scuote la testa e si guarda intorno. Ha la faccia di uno che pensa che quelli lì, la Bastiglia, non la prenderebbero neanche se gliela portassero davanti casa coi cancelli aperti e il ponte levatoio abbassato.
    Intorno, c'è ancora tanta folla. Qualcuno nel frattempo avrà pure lasciato la piazza, ma c'è ricambio come in una fiera: altri ne sono arrivati e continuano a farlo. Dei ragazzi, vicino a noi, sono arrossati dalla giornata di sole. Alcuni hanno occhialetti da sub sul viso. Devono averli indossati nel corteo del pomeriggio contro eventuali lacrimogeni, e adesso li tengono per gioco e in segno di complicità.
    Una ragazza si avvicina a Paul. Gli chiede se ha da accendere. Io no ma lui sì, dice Paul indicandomi. Io non fumo, ma effettivamente un accendino ce l'ho sempre. Perché ho imparato che quando giri per Parigi, se appena appena hai un accendino in tasca, le possibilità di fare incontri interessanti si moltiplicano.
    – Eccolo, – dico alla ragazza, che ha gli occhi azzurri tondi e le trecce bionde.
    – Come ti chiami? – le chiede Paul.
    – Simone, – risponde lei.
    – Come la Stella della Senna, – commento io.
    Capisco, dalle facce, che non hanno colto. Forse in Francia non è mai arrivato. Oppure loro due sono troppo giovani.
    – È un cartone animato che guardavo da bambino... C'era questa ragazza che si chiamava Simone, e abitava a Parigi all'epoca della Rivoluzione Francese. Di giorno vendeva fiori, ma poi la notte metteva su una maschera, tirava fuori la spada e andava a lottare contro le ingiustizie.
    – Fico! – dice Paul.
    – E era innamorata del Tulipano Nero, che era un altro che girava con la maschera e la spada.
    – Allora facciamo che io ero il Tulipano Nero! – dice Paul ringalluzzito.
    Simone ride e gli dà un bacetto sulla guancia, che mi lascia divertito e geloso.
    E poi non parla più nessuno. Io potrei dire che il cartone si intitola Il Tulipano Nero ma il vero protagonista è La Stella della Senna, però poi sembrerebbe una sviolinata. Oppure potrei dire che in realtà poi nel cartone si scopre che i due sono fratelli, ma non mi va di rovinare il momento romantico. Insomma, resto zitto.
    Intanto, un tizio sta dicendo al microfono che non si deve fare l'errore di generalizzare. Alcuni applaudono. Altri rumoreggiano. Ho perso le ultime battute e non so esattamente di cosa stiano parlando. Ma in queste situazioni, prima o poi, c'è sempre uno che dice che non bisogna generalizzare.
    – E che lavoro fai? – sta chiedendo Paul.
    – Faccio la prostituta, – risponde Simone, con un sorriso naturale e smaliziato.
    C'è un momento di silenzio e imbarazzo. Io faccio finta di continuare ad ascoltare quelli col microfono, perché mi sembra molto più semplice che voltarmi.
    – Tanto non fate che trattarci come oggetti... E allora d'accordo, come volete, ci sto: faccio l'oggetto, ma mi faccio pagare.
    C'è un altro momento di silenzio.
    Poi Paul mi tira per una manica e mi chiede sottovoce se per davvero è una prostituta.
    No, è una femminista, gli rispondo io.
    Ah, ecco, dice Paul. Infatti, secondo me vende i fiori.



Photo by Olivier Ortelpa.

    Paul dice che lui la Bastiglia vuole andare a prenderla coi bastoni.
    Ha un piano preciso, dice:
    Adesso che tutta la polizia è impegnata a sorvegliare la piazza, noi svicoliamo furtivamente nel fauborg Saint-Antoine, dove ci stanno gli ebanisti. Rompiamo una vetrina e rubiamo i bastoni di ebano, che l'ebano è il legno più duro e più massiccio in assoluto. Poi, con quelli, andiamo a prendere la Bastiglia.

    Ci guarda come un comandante guarda i sottoposti: non per verificare se l'idea ci piace, ma solo per assicurarsi che abbiamo capito. Poi si gira verso Simone. Se tu hai pure la spada, tanto meglio, aggiunge.
    – Ci sto! – esclama Simone, che non è ancora chiaro che mestiere faccia, ma di sicuro un po' matta lo è.
    E insomma ci incamminiamo. Tutti vanno nella direzione opposta alla nostra, ma noi ce ne freghiamo. Del resto, è quello che succede a chiunque abbia una missione importante e segreta, deve pensare Paul.
    Prendiamo per una stradina laterale e l'atmosfera cambia completamente. Le botteghe di artigiani non sono più numerose come un tempo. Invece, troviamo locali di tendenza dove bisogna superare la selezione, bistrot alla moda, discoteche di musica latina.
    – Ragazzi, andiamo a fare due salti, così ci carichiamo! – dice a sorpresa Simone.
    Io, detto tra noi, speravo con tutto il cuore che s'inventasse qualcosa.
    – Ottima idea!
    – E la Bastiglia?
    – C'è tempo...

    La salsa si balla su un ritmo di otto tempi, segnati da uno strumento chiamato clave ("sin clave, no hai salsa", diceva il mio maestro), dove il quarto e l'ottavo tempo sono pause, e il primo tempo si confonde col quinto (mai capita la differenza).
    Simone ordina un cocktail che berremo in tre e poi si lancia in pista. È una di quelle per cui il ballo è una faccenda innata, una cosa per cui non serve né studiare né contare. Balla da sola per un mezzo minuto e poi ci guarda e si trascina dietro Paul. All'inizio, Paul è un po' impacciato e confuso ma poi si lascia andare, beve ancora un sorso, dimentica la Bastiglia, e mentre balla fa ritmicamente su e giù con la testa. Forse quelli come Paul, mi viene da pensare, sono gli unici che sanno ancora stare bene per davvero, o stare male per davvero, o incazzarsi per davvero.
    Io sono un po' divertito e un po' geloso. E mentre guardo Simone e finisco le ultime due dita di cocktail, mi ritrovo a immaginare come sia fatta e cos'è che balli poi sul serio, nella vita, questa ragazza qui con le trecce bionde e gli occhi azzurri tondi. Che mestiere faccia. Che gente frequenti. Se questa sia una serata speciale anche per lei, o se per lei le serate siano tutte così speciali, e quindi di fatto normali secondo una normalità che io però non me la immagino nemmeno. E poi, come affronti le giornate e le persone. Se si ostini in quegli abbracci frontali asimmetrici da coppia chiusa, con cui si inizia ogni latinoamericano, o se invece le piaccia aprirsi appena può ad altre figure più variopinte e vere. E se ogni tanto abbia bisogno di perdersi nei suoi pasitos solitari, come certi portoricani tristi, o se invece sia una che non l'acchiappi mai, perché lei balla sul break, come un tempo facevano a New York...
    In un angolo, noto un gruppetto di cinquantenni, che ridono come matte. Forse stanno festeggiando qualcosa. "Inizia con le vecchie", ricordo che mi diceva, scherzando, il mio maestro di salsa quando ero alle primissime armi. Mi avvicino e ne invito una. Per il mio stato arrugginito, è la cosa migliore. Le vecchie – diceva il maestro – non hanno grosse aspettative, non rifiutano mai un ballo, e se balli lentamente non è un problema: sono contente pure loro.
    Insomma mi lancio. Sono costretto a contare mentalmente per non perdere il passo, ma qualche figura me la ricordo ancora. Passano mezzore senza che ce ne rendiamo troppo conto. Simone adesso sta volteggiando a mille all'ora con un sudamericano, mentre Paul è appoggiato a una colonna e continua a ridere e fare su e giù con la testa, mentre io mi sto passando una dopo l'altra le cinquantenni del gruppo e loro si divertono e mi diverto anch'io.
    La sala inizia a svuotarsi. Paul s'era messo a parlare con un gruppetto, che adesso lo sta salutando. Domani alle sei suona la sveglia, gli stanno spiegando. Paul non lo dice, ma immagino che pensi: "questi so' matti". Io ho salutato a mia volta le cinquantenni e adesso abbraccio Simone, che si è raccolta finalmente vicino a noi. Dentro, non c'è quasi più nessuno.
    Usciamo?
    Usciamo.

    Seduti sopra i pochi resti della Bastiglia, ci stanno un matto, un italiano e una prostituta.
    Pare l'inizio di una barzelletta sporca.
    Dovete sapere che a Square Henri Galli, dentro un giardino vicino alla Senna, in un angolo discreto e appartato, hanno rimesso in piedi un semicerchio di pietre che sembra vengano per davvero dalla Bastiglia smontata. Noi ci stiamo seduti sopra, da un quarto d'ora, in attesa che riapra la metro.
    Simone fuma una sigaretta che le ho acceso io. Paul guarda dritto davanti a sé. Io intanto gioco col cellulare. Il momento somiglia a una pausa tra un terzo e un quinto tempo, segnata sottovoce da una clave.
    Alzo gli occhi e guardo i miei due compagni di brigata. Siamo belli e stanchi. In fondo – penso, e un attimo dopo dico – questa notte in piedi, a zonzo nell'Undicesimo, passata a incrociare gente che avesse voglia di incrociare gente, senza sensi di colpa, come gatti randagi e un po' confusi, fregandocene per una volta delle sveglie, è stata un nostro piccolo gesto rivoluzionario. Pensateci.
    La Stella della Senna ride e mi dà finalmente un bacetto sulla guancia.
    Il Tulipano Nero si gira per discrezione dall'altra parte. Ma non l'ha bevuta.
    – Quando ci andiamo, a prendere la Bastiglia? – chiede, dopo quindici secondi.
    Per stare più comodo, si è messo le mani sotto il culo. Il culo sta comodo, ma le mani quando le tira fuori sono tutte rosse e segnate dalle pietre.
    – Eh, quando ci andiamo... Ad aprile, – faccio io.
    – Va bene, – dice Paul. – Che giorno è oggi?
    – Oggi è il 49 marzo, – dico io.
    – Va bene, – dice Paul.
    Raccoglie un sassetto di ghiaia e lo lancia di taglio contro il terreno, come se ci fosse un pelo dell’acqua su cui farlo rimbalzare.
    Il sasso fa un paio di saltelli e per il resto, più che altro, rotola.
    – Marzo è un mese molto lungo, – dice Paul.
   

sabato 9 luglio 2016

formiche senza pont des arts
[audio]


Ancora formiche.
Una versione in prima persona, senza Pont des Arts e con un finale alternativo, registrata in preparazione del Festival Magari.