domenica 28 agosto 2016

lisbona è un imbuto



Questo pezzo è nato tra le fessure di Tutto il ferro della Tour Eiffel.

1.
lisbona in principio
era un quarto con vista sui tetti di alfama
una donna che chiama
soltanto la sera che manca qualcuno o le serve qualcosa
lisbona è una rosa
che le ho regalato dicendo (ridendo e scherzando) ti amo
lisbona facciamo
che adesso c'avevo dieci anni di meno e lo stomaco buono
lisbona ti chiedo umilmente perdono
se ho avuto l'ardire di un'ultima mano
ma quanto ho ammirato
i tuoi assi spaiati e uno zingaro è un trucco cantava la radio

2.
lisbona è un armadio
che dentro c'ha ancora la sua naftalina la sua confusione
col fatto che piove
stasera per dire cercavo un k-way ed ho trovato un grembiule
lisbona è un baule
stracolmo di gente che non è esistita
e una vita sciupata
a inventare persone speciali ma finte non è che una fuga
non è che la piega
che prende il discorso ascoltato a metà da una radio che parla
tu dille soltanto dovessi vederla
che dentro il mio armadio ha scordato una gonna

3.
lisbona è una donna
che sono contento di aver conosciuto
lisbona è un saluto
magari ritorno magari a settembre se torno ti chiamo
lisbona è un ricamo
che un sarto distratto ha lasciato incompleto
lisbona è un divieto
proibito tenere presente il passato
è davvero un peccato
doverti lasciare ma ho un volo economico già prenotato
lisbona-parigi
e sarebbe un reato con l'aria che tira un biglietto scaduto

4.
lisbona è un imbuto
che prende le storie le filtra le ingoia e le fa scomparire
lisbona ad aprile
ha un curioso profumo di foglie di timo seccate dal sole
lisbona se piove
continua a sembrarmi un inutile spreco di acqua sul mare
ed è più che normale
a star senza un k-way ritrovarsi bagnato sentirsi migliore
lo so che è un errore
cambiare le regole quando si è già incominciato a giocare
ma insomma ti pare
possibile che abbia ogni sera qualcosa di meglio da fare?

5.
lisbona scompare
tra i suoni di un fado ed un fumo sprecato a arrostire sardine
lisbona alla fine
sarà un miradouro con vista sul tago ed un ultimo volo
lisbona ti chiedo di nuovo perdono
se ho avuto l'ardire di dire ti amo
lisbona facciamo
che adesso c'avevo dieci anni di più e l'intestino irritato
però per il resto non ero cambiato
e l'ennesima donna speciale ma vera
facciamo che c'era
e quel giorno parigi sembrava lisbona e magari un pochino persino pioveva


mercoledì 3 agosto 2016

la notte in piedi

    


    Paul vuole andare a prendere la Bastiglia.
    Perché, dice Paul, a chi comanda non gliene frega un cazzo che occupiamo le strade e riempiamo le piazze: a chi comanda, basta che non gli entri a casa loro e non gli tocchi i luoghi strategici.
    Casa loro, Paul non lo sa dove sta. E poi magari a casa loro ci stanno le mogli che non c’entrano niente e i bambini che si prendono paura. Per questo, Paul invece vuole prendere i luoghi strategici. La Bastiglia ha un ruolo molto importante, dice. La Bastiglia è un luogo strategico.
    Io ovviamente ci ho provato, a spiegargli che la Bastiglia non esiste più, che l’hanno presa almeno due secoli fa e hanno buttato giù tutto, ma proprio tutto, che era già quasi vuota pure prima ma adesso non c’è rimasto niente per davvero, manco due sampietrini.
    Però Paul non ci casca. Tira fuori la mappa di Parigi e mi mostra Place de la Bastille. Se c’è la piazza, ci deve essere pure la Bastiglia, dice.

    Place de la Republique, invece, è piena zeppa di ragazzi. Alcuni suonano, seduti in un angolo. Altri comprano le birre che vengono fuori fresche e bagnate dai secchi di qualche venditore ambulante.
    Sotto la statua della Marianne, ci stanno due che si passano un microfono e parlano fitto fitto, con un andamento a metà tra il comizio e il rap: di ore di straordinario che aumenteranno esponenzialmente, di gente che cambierà lavoro ogni sei mesi, di una legge che dovrebbe favorire chi il lavoro non ce l'ha ma invece se vai a vedere penalizza tutti. Qualcuno alza una mano per dire che bisogna essere precisi, che se no facciamo come loro, e nel testo non c'è nulla che parli di più straordinari. Nel testo c'è scritto che le ore in più verranno pagate un 15% in meno, riprende quello col microfono: ci vuole tanto a capire che gli straordinari aumenteranno?
    Io guardo Paul e vorrei coinvolgerlo, o almeno capire cosa stia pensando, o almeno toccargli un braccio. Provo a spiegargli che la Bastiglia non esiste più – deve credermi – però se esiste ancora un modo di prenderla, adesso che è il duemilaesedici e le baionette stanno nei musei, allora essere qui, in piedi, questa sera, in questa piazza, è il nostro modo di prenderla. Che se c'è qualcosa che si può fare, questi ragazzi la stanno facendo e la faranno. Che oggi funziona così. Ma Paul scuote la testa e si guarda intorno. Ha la faccia di uno che pensa che quelli lì, la Bastiglia, non la prenderebbero neanche se gliela portassero davanti casa coi cancelli aperti e il ponte levatoio abbassato.
    Intorno, c'è ancora tanta folla. Qualcuno nel frattempo avrà pure lasciato la piazza, ma c'è ricambio come in una fiera: altri ne sono arrivati e continuano a farlo. Dei ragazzi, vicino a noi, sono arrossati dalla giornata di sole. Alcuni hanno occhialetti da sub sul viso. Devono averli indossati nel corteo del pomeriggio contro eventuali lacrimogeni, e adesso li tengono per gioco e in segno di complicità.
    Una ragazza si avvicina a Paul. Gli chiede se ha da accendere. Io no ma lui sì, dice Paul indicandomi. Io non fumo, ma effettivamente un accendino ce l'ho sempre. Perché ho imparato che quando giri per Parigi, se appena appena hai un accendino in tasca, le possibilità di fare incontri interessanti si moltiplicano.
    – Eccolo, – dico alla ragazza, che ha gli occhi azzurri tondi e le trecce bionde.
    – Come ti chiami? – le chiede Paul.
    – Simone, – risponde lei.
    – Come la Stella della Senna, – commento io.
    Capisco, dalle facce, che non hanno colto. Forse in Francia non è mai arrivato. Oppure loro due sono troppo giovani.
    – È un cartone animato che guardavo da bambino... C'era questa ragazza che si chiamava Simone, e abitava a Parigi all'epoca della Rivoluzione Francese. Di giorno vendeva fiori, ma poi la notte metteva su una maschera, tirava fuori la spada e andava a lottare contro le ingiustizie.
    – Fico! – dice Paul.
    – E era innamorata del Tulipano Nero, che era un altro che girava con la maschera e la spada.
    – Allora facciamo che io ero il Tulipano Nero! – dice Paul ringalluzzito.
    Simone ride e gli dà un bacetto sulla guancia, che mi lascia divertito e geloso.
    E poi non parla più nessuno. Io potrei dire che il cartone si intitola Il Tulipano Nero ma il vero protagonista è La Stella della Senna, però poi sembrerebbe una sviolinata. Oppure potrei dire che in realtà poi nel cartone si scopre che i due sono fratelli, ma non mi va di rovinare il momento romantico. Insomma, resto zitto.
    Intanto, un tizio sta dicendo al microfono che non si deve fare l'errore di generalizzare. Alcuni applaudono. Altri rumoreggiano. Ho perso le ultime battute e non so esattamente di cosa stiano parlando. Ma in queste situazioni, prima o poi, c'è sempre uno che dice che non bisogna generalizzare.
    – E che lavoro fai? – sta chiedendo Paul.
    – Faccio la prostituta, – risponde Simone, con un sorriso naturale e smaliziato.
    C'è un momento di silenzio e imbarazzo. Io faccio finta di continuare ad ascoltare quelli col microfono, perché mi sembra molto più semplice che voltarmi.
    – Tanto non fate che trattarci come oggetti... E allora d'accordo, come volete, ci sto: faccio l'oggetto, ma mi faccio pagare.
    C'è un altro momento di silenzio.
    Poi Paul mi tira per una manica e mi chiede sottovoce se per davvero è una prostituta.
    No, è una femminista, gli rispondo io.
    Ah, ecco, dice Paul. Infatti, secondo me vende i fiori.



Photo by Olivier Ortelpa.

    Paul dice che lui la Bastiglia vuole andare a prenderla coi bastoni.
    Ha un piano preciso, dice:
    Adesso che tutta la polizia è impegnata a sorvegliare la piazza, noi svicoliamo furtivamente nel fauborg Saint-Antoine, dove ci stanno gli ebanisti. Rompiamo una vetrina e rubiamo i bastoni di ebano, che l'ebano è il legno più duro e più massiccio in assoluto. Poi, con quelli, andiamo a prendere la Bastiglia.

    Ci guarda come un comandante guarda i sottoposti: non per verificare se l'idea ci piace, ma solo per assicurarsi che abbiamo capito. Poi si gira verso Simone. Se tu hai pure la spada, tanto meglio, aggiunge.
    – Ci sto! – esclama Simone, che non è ancora chiaro che mestiere faccia, ma di sicuro un po' matta lo è.
    E insomma ci incamminiamo. Tutti vanno nella direzione opposta alla nostra, ma noi ce ne freghiamo. Del resto, è quello che succede a chiunque abbia una missione importante e segreta, deve pensare Paul.
    Prendiamo per una stradina laterale e l'atmosfera cambia completamente. Le botteghe di artigiani non sono più numerose come un tempo. Invece, troviamo locali di tendenza dove bisogna superare la selezione, bistrot alla moda, discoteche di musica latina.
    – Ragazzi, andiamo a fare due salti, così ci carichiamo! – dice a sorpresa Simone.
    Io, detto tra noi, speravo con tutto il cuore che s'inventasse qualcosa.
    – Ottima idea!
    – E la Bastiglia?
    – C'è tempo...

    La salsa si balla su un ritmo di otto tempi, segnati da uno strumento chiamato clave ("sin clave, no hai salsa", diceva il mio maestro), dove il quarto e l'ottavo tempo sono pause, e il primo tempo si confonde col quinto (mai capita la differenza).
    Simone ordina un cocktail che berremo in tre e poi si lancia in pista. È una di quelle per cui il ballo è una faccenda innata, una cosa per cui non serve né studiare né contare. Balla da sola per un mezzo minuto e poi ci guarda e si trascina dietro Paul. All'inizio, Paul è un po' impacciato e confuso ma poi si lascia andare, beve ancora un sorso, dimentica la Bastiglia, e mentre balla fa ritmicamente su e giù con la testa. Forse quelli come Paul, mi viene da pensare, sono gli unici che sanno ancora stare bene per davvero, o stare male per davvero, o incazzarsi per davvero.
    Io sono un po' divertito e un po' geloso. E mentre guardo Simone e finisco le ultime due dita di cocktail, mi ritrovo a immaginare come sia fatta e cos'è che balli poi sul serio, nella vita, questa ragazza qui con le trecce bionde e gli occhi azzurri tondi. Che mestiere faccia. Che gente frequenti. Se questa sia una serata speciale anche per lei, o se per lei le serate siano tutte così speciali, e quindi di fatto normali secondo una normalità che io però non me la immagino nemmeno. E poi, come affronti le giornate e le persone. Se si ostini in quegli abbracci frontali asimmetrici da coppia chiusa, con cui si inizia ogni latinoamericano, o se invece le piaccia aprirsi appena può ad altre figure più variopinte e vere. E se ogni tanto abbia bisogno di perdersi nei suoi pasitos solitari, come certi portoricani tristi, o se invece sia una che non l'acchiappi mai, perché lei balla sul break, come un tempo facevano a New York...
    In un angolo, noto un gruppetto di cinquantenni, che ridono come matte. Forse stanno festeggiando qualcosa. "Inizia con le vecchie", ricordo che mi diceva, scherzando, il mio maestro di salsa quando ero alle primissime armi. Mi avvicino e ne invito una. Per il mio stato arrugginito, è la cosa migliore. Le vecchie – diceva il maestro – non hanno grosse aspettative, non rifiutano mai un ballo, e se balli lentamente non è un problema: sono contente pure loro.
    Insomma mi lancio. Sono costretto a contare mentalmente per non perdere il passo, ma qualche figura me la ricordo ancora. Passano mezzore senza che ce ne rendiamo troppo conto. Simone adesso sta volteggiando a mille all'ora con un sudamericano, mentre Paul è appoggiato a una colonna e continua a ridere e fare su e giù con la testa, mentre io mi sto passando una dopo l'altra le cinquantenni del gruppo e loro si divertono e mi diverto anch'io.
    La sala inizia a svuotarsi. Paul s'era messo a parlare con un gruppetto, che adesso lo sta salutando. Domani alle sei suona la sveglia, gli stanno spiegando. Paul non lo dice, ma immagino che pensi: "questi so' matti". Io ho salutato a mia volta le cinquantenni e adesso abbraccio Simone, che si è raccolta finalmente vicino a noi. Dentro, non c'è quasi più nessuno.
    Usciamo?
    Usciamo.

    Seduti sopra i pochi resti della Bastiglia, ci stanno un matto, un italiano e una prostituta.
    Pare l'inizio di una barzelletta sporca.
    Dovete sapere che a Square Henri Galli, dentro un giardino vicino alla Senna, in un angolo discreto e appartato, hanno rimesso in piedi un semicerchio di pietre che sembra vengano per davvero dalla Bastiglia smontata. Noi ci stiamo seduti sopra, da un quarto d'ora, in attesa che riapra la metro.
    Simone fuma una sigaretta che le ho acceso io. Paul guarda dritto davanti a sé. Io intanto gioco col cellulare. Il momento somiglia a una pausa tra un terzo e un quinto tempo, segnata sottovoce da una clave.
    Alzo gli occhi e guardo i miei due compagni di brigata. Siamo belli e stanchi. In fondo – penso, e un attimo dopo dico – questa notte in piedi, a zonzo nell'Undicesimo, passata a incrociare gente che avesse voglia di incrociare gente, senza sensi di colpa, come gatti randagi e un po' confusi, fregandocene per una volta delle sveglie, è stata un nostro piccolo gesto rivoluzionario. Pensateci.
    La Stella della Senna ride e mi dà finalmente un bacetto sulla guancia.
    Il Tulipano Nero si gira per discrezione dall'altra parte. Ma non l'ha bevuta.
    – Quando ci andiamo, a prendere la Bastiglia? – chiede, dopo quindici secondi.
    Per stare più comodo, si è messo le mani sotto il culo. Il culo sta comodo, ma le mani quando le tira fuori sono tutte rosse e segnate dalle pietre.
    – Eh, quando ci andiamo... Ad aprile, – faccio io.
    – Va bene, – dice Paul. – Che giorno è oggi?
    – Oggi è il 49 marzo, – dico io.
    – Va bene, – dice Paul.
    Raccoglie un sassetto di ghiaia e lo lancia di taglio contro il terreno, come se ci fosse un pelo dell’acqua su cui farlo rimbalzare.
    Il sasso fa un paio di saltelli e per il resto, più che altro, rotola.
    – Marzo è un mese molto lungo, – dice Paul.
   

sabato 9 luglio 2016

formiche senza pont des arts
[audio]


Ancora formiche.
Una versione in prima persona, senza Pont des Arts e con un finale alternativo, registrata in preparazione del Festival Magari.

lunedì 4 luglio 2016

interrail
[audio]



Musiche:
- Lorenzo Jovanotti: Questa è la mia casa (da Lorenzo 1997 - L'albero)


Il testo lo trovate qui.

mercoledì 29 giugno 2016

appunti per una gangster story

    L'uomo entrò, appoggiò un gomito sul bancone e chiese il solito.
    L'oste sparì per un istante e poi tornò con un bicchierone di latte e menta.

giovedì 16 giugno 2016

erasmus per adulti

    

    Se non fosse che il maggio scorso e il giugno corrente hanno stabilito tipo il nuovo record di sempre per quanto riguarda le piogge nella capitale francese, a quest'ora, in questo momento dell'anno, in questo posto esatto di Parigi, ci sarebbero decine e decine di giovani a stiracchiarsi sull'erba, bere Bordeaux da 5 euro, schiamazzare giocando a rugby con il frisbee.
    Invece succede che passeggi, come spesso passeggi nei miei racconti, e dentro il parco grande della Cité Universitaire non senti che il traffico distante del Périphérique e non vedi che sparuti gruppetti di studenti che rientrano per la cena, o escono per la cena, o corrono: sempre, in questo posto qui, c'è qualcuno che corre.
    Tu non corri mai, ma ti piace da matti viverci, qui. Ti piacciono una certà internazionalità dichiarata, l'idea di città nella città, il fatto che siano tutti sensibilmente più giovani di te ma non lo notino o fingano di non notarlo. Ti piace il frastuono improvviso di corse nei corridoi. Ti piace il numero folle di scuse che devi inventare o riciclare per disertare feste e aperitivi. Ti sembra, in definitiva, di essere dentro un Erasmus per adulti, come mi hai confessato una volta, davanti a una Leffe, ridendo.

    Una delle prime frasi che ti dirà Ines è Tu sei un italiano atipico.
    Hai tirato fuori il suo bucato dall'asciugatrice, l'hai sostituito con il tuo, hai poggiato il suo su una sedia. E sei rimasto lì a fare da guardia, perché lo sai benissimo che quel bucato è della spagnola con le tette e il sorriso grandi, che si chiama Ines e prima o poi tornerà.
    Mi sono permesso di tirarlo fuori, le dici quando arriva, venti minuti più tardi.
    Siete dentro la lavanderia a gettoni della Maison in cui abiti. C'è un forte profumo di sapone, e caldo buono come di phon.
    E sei rimasto qui ad aspettare?
    Mi sembrava carino.
    È stato carino, ti dice lei, ponendo enfasi sull'È stato.
    E poi segue tutto uno scambio di battute preparate o improvvisate bene, in cui tu le chiedi dove vada l'accento nel nome Ines e se la e sia aperta o chiusa, lei ti chiede come mai non ti abbia mai visto agli apero del venerdì, tu le rispondi di essere troppo vecchio per gli apero del venerdì, lei prova a indovinare la tua età e sbaglia per difetto, tu ridi e dici che basta farai crescere la barba, lei ride e suggerisce che sì un filo di barba ci starebbe bene, tu la saluti e la ringrazi del consiglio, lei ti saluta e dice Tu sei un italiano atipico.

    La rivedi all'apero del venerdì dopo. E poi alla serata fluo del Franco-Britannique. E il sabato all'una, finalmente, la inviti a mangiare currywurst nella caffetteria della Maison tedesca.
    Ne viene fuori una storia convulsa. Inappropriata. Tutta storta. Di quelle che portano scritte da subito la data di scadenza, su un lato, e per quanto tu ti sforzi di non guardarlo, quel lato, lui ogni tanto fa uno scarto e ti rimbalza davanti agli occhi.
    Tipo quella volta che la sorprendi a pigiare su Tinder, e lei si giustifica che è solo un gioco, un diversivo, un solitario.
    O quella volta che ti chiede Perché non ti tatui un tribale sul tricipite o sul collo?
    O quella volta che mentre rientrate dal cinema, in tram, ti dice Tu sei uno atipico. E basta. Senza neppure più l'accenno all'italiano.
    O quella volta che alza gli occhi dal piatto e ti risponde, finalmente, "ti amo anch'io", ma si capisce lontano un miglio che sta caricando un "però" pieno zeppo di implicazioni.
    Insomma, controlli il cellulare e incominci a fartene una ragione. Tutto sommato, ti sembra già abbastanza esser stato con lei per un mese scarso. Fa curriculum, ti dici.
    Sorridi ascetico/ieratico. Ti metti comodo. E aspetti senza ansie il finto inceppo che sai già che arriverà.



    Perché le donne sono congegni meccanici perfetti che fingono di incepparsi quando fa comodo a loro:
    Laura aveva bisogno d'aria, non vedevi che stava soffocando?
    Chiara ti voleva troppo bene per rovinarti la vita così.
    Secondo Martina, una pausa di riflessione avrebbe fatto bene a entrambi.
    Invece, Ines se ne va come in dissolvenza: la prima sera torna tardi dall'università, la seconda ha mal di testa, la terza risponde al telefono Scusa, sto impicciatissima, ti richiamo tra mezz'ora.
    Non sei deluso né incazzato perché in fondo te l'aspettavi: nei miei racconti, c'è sempre qualcuna che prima o poi ti lascia. Ti ha lasciato?, ti chiedo davanti a una Leffe grande in happy hour. Mi guardi confuso. Ti rendi conto solo ora di quanto sia difficile individuare verbi in forma attiva che raccontino quello che è successo. Ha smesso di stare insieme a me, è la frase migliore che trovi. E non hai idea di dove sia? Ha lasciato la stanza alla Cité. Ma dove studia? Ha finito gli esami il mese scorso. Ha un lavoro? Precari, saltuari. Un fratello o un cugino a Parigi? Nessuno. Un'amica?

    Un'amica di Ines che conosci appena ti rivela un indirizzo che aveva promesso di non rivelare. Le donne sono congegni meccanici perfetti che non sanno mantenere segreti: ne rivelano a chiunque prometta di non rivelarli a nessuno.
    È un indirizzo interno alla Cité. Dentro una Maison di un altro blocco. Lungo la strada, ripensi al primo incontro in lavanderia. Ti piace cercarci dentro simboli. La lavanderia a gettoni come emblema di questo Erasmus per adulti che continua a sembrarti la tua vita da quando hai finito di fare l'Erasmus quello vero. Sono stati scritti tomi imponenti e romanzi importanti, rifletti, sul momento esatto in cui si passa dalla giovinezza all'età adulta. Ma la verità nitida e pura è che si diventa adulti, if ever, il giorno in cui si compra una lavatrice propria. Voilà. Tout simplement.
    Google Maps vibra come a dirti Sei arrivato. Chiudi gli occhi e riapri gli occhi. Immagini la faccia di Ines nel rivederti. Le tette e il sorriso grandi. Le frasi che dirà e direte: se non altro, nei miei dialoghi risulti spesso più brillante di loro.
    Il cancello della Maison è aperto. Trovi facilmente il numero della stanza. Le macchie sul tappeto ti dicono che non è sola. Ti immagini uno con la barba e i tatuaggi.

    E tu chi sei?, ti chiede il tipo con lo sguardo obliquo. Ines si affaccia dalla cucina comune: ha in mano un toast mangiato per metà, ti guarda stupita, dice Che cazzo ci fai qui. Sono venuto a prenderti, dici tu, e nel dirlo ti senti il personaggio di un film ma non ricordi quale. Si sta facendo tardi, aggiungi. Lo so che era una storia tutta storta, ma aspettiamo almeno la data di scadenza, spieghi.
    Poi ti lasci prendere la mano, in un crescendo un po' sconclusionato che non ha più niente di ascetico/ieratico.
    Vieni a vivere con me, andiamo in una casa vera, attraversiamo il Périphérique, usciamo finalmente da questo maledetto Erasmus per adulti.
    Pausa.
    Compriamo una lavatrice.
    Ines ti guarda immobile. Ha le tette grandi ma nessun sorriso.
    C'è l'apero del venerdì, butti lì, sottovoce, in un ultimo, disperato tentativo.
    Il tipo con la barba dice una frase in spagnolo che non capisci. Prende qualcosa da un cassetto, prende un cuscino dal divano, te lo porge. Tienilo così, dice. Ha il tatuaggio di un serpente sul tricipite e il tatuaggio di un anemone sul collo. Tienilo così, dice.

    Tieni il cuscino dritto davanti a te, con entrambe le mani.
    Il tipo stende il braccio verso il cuscino, punta qualcosa contro il cuscino, spara.
    Viene fuori un tonfo attutito, molto più silenzioso delle urla di Ines. Tu cadi all'indietro con un mezzo balzo, una macchia rossa sul petto.
    Non te l'aspettavi: di solito, nei miei racconti non muori.

mercoledì 8 giugno 2016

gli amori difficili 2

    A me sembrava già abbastanza esser stato con te per un mese scarso.
    Fa curriculum, mi dicevo.